
Cronache da Erbil – Capitolo 4
Mosul / Mûsil
Buchi sul muro
Un racconto di Anna Aziz
“Parli arabo giusto?” mi dice la guardia mentre spinge fuori mio padre dalla stanza in cui siamo chiusi. “Non perfettamente” gli dico, chiedendogli con gli occhi di farlo rientrare. Io, mia mamma, mio babbo, mio cugino Bestun e il suo amico Soran ci ritroviamo in una stanza adibita alla sicurezza della frontiera che separa il Governo Regionale del Kurdistan dal restante Iraq. All’interno con noi due guardie in tenuta militare, una al nostro fianco, l’altra seduta dietro una scrivania di legno scuro, al centro della stanza.
Comodo sul divano c’è un uomo che fuma: il volto bellissimo, due baffi curati e un’aria elegante che il mestiere gli regala. “Dove andate e perché?” ci chiedono. “A Mosul” risponde mio padre “Per visitare”. Non sono convinti, ma nemmeno ostili. “Io ti conosco”, dice mio cugino all’uomo seduto alla scrivania. Io sorrido, di nascosto. So che mente. È solo un trucco, un modo per avvicinarsi, per entrare in contatto. Per giocare con l’unica forza che, alla fine, muove davvero questo mondo: i legami tra le persone. Mio babbo conosce bene i controlli di frontiera e li affronta con correttezza, con serenità; mia mamma si guarda attorno, mantenendo la calma. Io guardo l’uomo con i baffi, gli sorrido con dolcezza, lui mi ricambia. Finalmente ci lasciano andare, non prima di aver fotografato i nostri passaporti. Salutiamo ed entriamo nella KIA bianca che, nel frattempo, sta bruciando sotto il sole.
Prima di Mosul è necessario oltrepassare un’ampia zona sciita. Le immagini della suprema guida sono stagliate ad ogni centinaio di metri. Del resto lo sapevo che in alcune zone dell’Iraq, avrei trovato anche un po’ di Iran. Non ci sono troppe persone e i negozi sono aperti ma per lo più vuoti. Procediamo, dunque, fino ad arrivare alle porte di Mosul. Nella zona industriale. Qui di sciiti già non se ne sente più parlare.
Mosul un tempo era curda. Mio padre se lo ricorda bene. Gli leggo, infatti, un’espressione contrariata quando ci ritroviamo circondati da donne interamente ricoperte da veli neri. Lui si ricorda i colori, i visi scoperti, le espressioni vivaci che popolavano una città baluardo della storia. Ora le cose sono cambiate e non fatico a capire il perché. Siamo nel centro. Camminiamo. I piedi attraversano uno dei più antichi suq della città. I volti che ci circondano sono sospettosi, diffidenti. La guerra si è posata anche lì, su quelle facce. La guerra si posa su qualsiasi cosa tocchi e non se ne va più.
Il 29 giugno 2014, il leader dello Stato Islamico, Abu Bakr al-Baghdadi, ha proclamato la nascita di un “califfato” nei territori tra la Siria nord-orientale e l’Iraq occidentale, proprio dalla Grande Moschea di al-Nuri nel centro di Mosul. Al-Baghdadi si autoproclama Califfo Ibrahim e la sua voce diventa ordine per chi si arruola tra le linee dello Stato Islamico, dell’ISIS o del Daesh, come lo chiamano qui in Kurdistan. Soldati di Dio, si dicono. Sunniti. In Iraq hanno trovato una via piuttosto libera sfruttando la frustrazione della popolazione — in maggioranza sunnita — nei confronti delle forze di polizia sciite presenti nel Paese. Stanchi delle continue violenze e discriminazioni subite, le persone li hanno lasciati passare. E a loro è servito poco tempo. Come un virus che divora, come una macchia d’olio che si espande, questa minaccia si è fatta condanna per coloro che erano considerati infedeli e non solo. Dio chiamava alla guerra, secondo le forze del Daesh, alla pulizia violenta, allo stupro, alla tortura. Dio grande, Dio misericordioso.
È sempre stato questo il mio dubbio principale, il mio più grande sospetto. Come può Dio, descritto — da tutte e tre le religioni “del libro” — come essere perfetto, coesistere con una sciagura così grande, con un tale scempio, con una così brutale tragedia. Come può Dio coesistere con la guerra? Quello che penso io di Dio non conta, non ha il minimo valore, mentre camminiamo per queste strade. Dio qui sembra non essersi nemmeno affacciato, come se non conoscesse o non volesse conoscere la guerra, questa disperazione. Questa sorte, disperatamente, umana.
Nel 2019 l’ISIS perde la sua capacità militare su larga scala, ma resta attivo con alcune cellule dormienti e sparse in Iraq, in Siria, nel Sahel, in Somalia, in Mozambico, in Afghanistan e nelle Filippine. A Mosul c’è stata la guerra, poi l’abbandono. Non si è ricostruito del tutto, o almeno, lo si è provato a fare con alcune case e con alcune delle moschee più grandi. Ma per lo più, Mosul sembra dimenticata e, forse, è questo il vero motivo per cui leggo sospetto, sfiducia, scontro sui volti delle persone che mi camminano attorno.
I loro occhi sono come i buchi che vedo sul muro. Sono come proiettili passati, ma rimasti incancreniti nella pelle della loro vita. E, ora che mi fissano, anche della mia. Mi viene da smettere di scrivere, mi viene da stare zitta adesso. Se ripenso a muovermi tra quelle pietre — residuo di case distrutte — mi viene solo da stare zitta. Là in mezzo ho trovato dei fogli: erano esercizi di scuola. Poi una lista di somme in iqd iracheni che le persone dovevano a un venditore, immagino. Erano fogli coperti di polvere erano fogli che mi facevano vedere che, come l’uomo, anche la guerra scrive nero su bianco.
Quando torno a Mosul per la seconda volta sono con i miei cugini. L’atmosfera è diversa, è quella di una gita di famiglia. Mi lascio trasportare dalla felicità, dalla musica sparata alta mentre un pulmino, che ci trasporta tutti, sfreccia e arriva alla frontiera. Di colpo la musica viene fermata. Mio cugino maggiore raccoglie i documenti di tutti. Uno scivolare di carte d’identità da ogni fila della vettura. La guardia infila il viso dentro il finestrino. Interroga le nostre facce una a una e, tra tutte, si ferma su quella di mio cugino Rewan. “Vieni dalla Germania?” gli chiede. Lui è tranquillo, risponde calmo di no. “Sono curdo, vivo a Hawler”. Non conosco nessuno che ami il Kurdistan più di Rewan.
Quando guida lo ascolto cantare le canzoni che parlano di questa terra; quando sediamo ai tavoli delle caffetterie mi immergo nella sua conoscenza infinita degli angoli nascosti della storia curda; quando gli cammino accanto mi scioglie le mille domande che mi vengono in mente sulle tradizioni, le credenze, gli usi di questo popolo. Da quando sono qui, si è innamorato della parola “amore” — guarda caso — e adesso mi chiama sempre così. Perché Rewan è un uomo d’amore. Per la sua terra, per la vita, per la sua famiglia e anche per i pezzi di essa che si ritrova tra le mani all’improvviso, come sono stata io per lui. Ma poi mi fa ridere: con un’italiana a bordo, lo straniero, alla fine, è stato lui. Occhio di falco quello della guardia. A parte questo fraintendimento di cittadinanze, il controllo risulta più veloce dell’altra volta, nessuno ci chiede nulla, nessuno ci chiude in nessuna stanza e, in un battibaleno, la musica e le danze ripartono.
“Da dove vieni?” mi chiede una donna bellissima che tiene per la mano la figlia. Gli occhi scuri le escono dal velo che le cade dolce sul viso. “Dall’Italia, ma sono anche un po’ curda, mio padre è di Erbil” sorrido. “Sei la benvenuta qui a Mosul” risponde lei ricambiando il sorriso, poi si volta e sparisce tra la folla che si muove nel suq. Più tardi ancora: “Di dove sei?”. Questa volta è un uomo in divisa; mi segue da qualche metro, ma ha lo sguardo sereno, genuinamente curioso. “Sono italiana” dico sfoderando un altro dei miei sorrisi. “Ti piace Mosul?” mi chiede. “Tantissimo” rispondo senza pensarci, “sono felice di essere qui”. “Se dovessi avere qualsiasi problema, cercami, mi vedrai tra le persone”. Lo ringrazio, lui mi saluta. Non sa che ho già una decina di persone che costruiscono una muraglia intorno a me. Tra queste le mie cugine. Una mi tiene per la mano, l’altra a braccetto. L’obiettivo è uno: svaligiare il suq di Mosul. Che goduria, nessuno contratta come loro: riescono a pagare la metà e a far credere di aver pagato il doppio, così che anche il venditore, alla fine, se la ride, rassegnato e affascinato.
È ormai una decina di minuti che io e un bambino di circa dieci anni ci guardiamo, fissandoci. L’espressione sul volto di entrambi è un po’ contrariata, sicuramente interrogativa. Nessuno dei due dice niente, ma nessuno abbassa gli occhi. Lui è appoggiato al muro accanto al negozio dove lavora suo fratello più grande, che lo raggiunge, io resto nel mezzo della strada, con accanto mio cugino Rewan che se la ride sotto i baffi. Che strano, che peccato, pensa lui vedendo una ragazza che fuma. Che strano, che peccato, penso io vedendo un bambino fumare. La Marlboro che mi brucia in bocca è la stessa che abita le sue piccole dita. In silenzio, ci specchiamo l’una con l’altro. La sigaretta finisce poi per entrambi e senza dire niente, smettiamo di guardarci, ci allontaniamo, lui rientra nel negozio e io continuo verso la piazza principale della città.
Durante il viaggio di ritorno, sul pulmino è ripartita la musica. Pur essendo stata una giornata lunga, tutti hanno ancora voglia di ballarci sopra. Io siedo quasi in fondo. Li guardo muoversi, affascinata. Dietro di me mia cugina tiene in braccio sua nipote. Quella creatura è la più piccola del gruppo e, come noi, si è fatta una decina di ore a giro per Mosul. È stanca e piange, piange tantissimo. Ad un certo punto mia cugina inizia a cantarle una ninna nanna.
Nelle mie orecchie si crea quindi una strana sinfonia. La musica alta, si mescola al pianto che si mescola al canto, che si mescola ai rumori della strada. All’inizio credo di impazzire, ma poi penso che tutto quell’unisono sia uno dei suoni più belli che abbia mai sentito in vita mia. Inizio a registrarlo, perché già so che non me lo vorrò dimenticare mai. Al confine, le guardie ci chiedono la stessa cosa che chiesero a mio padre in quella piccola stanza chiusa. “Perché Mosul?”. Sembra che nessuno trovi un motivo per venire in questa città. A me Mosul ha bucato lo stomaco. È stata al centro dei miei studi per anni e adesso che è lì sotto i miei passi, dentro i miei occhi mi lascia immobile a guardarla, a toccarla. Quello che provo non riesco a scriverlo qui e non riuscirò a dirlo a nessuno né se me lo chiederanno, né se vorrò.
Mi capita spesso, di rigirare tra le mani i fogli trovati, la prima volta, sotto le macerie delle case bombardate. Sì, ne ho portati alcuni via con me. Li ho rubati. Volevo qualcosa che mi continuasse a parlare di quel posto. Qualcosa che potesse ricordarmi che puoi studiare la guerra quanto ti pare, ma non sarai mai preparato a guardarla. Anche anni dopo, quando la guerra è finita. Volevo qualcosa che mi facesse rispondere convinta alla domanda “Perché Mosul?”.
Qualcosa che mi buchi per sempre la faccia e che adesso, un po’, la buchi anche a te.
















