Il festival racconta il presente attraverso gli strumenti del palcoscenico
“La nostra forza è non aver mai preso la strada corta”, spiega Luca Ricci, fondatore di Kilowatt Festival. La rassegna, nata a Sansepolcro, nella profonda provincia di Arezzo nel lontano 2003, ha lanciato fin dall’inizio una sfida ambiziosa: coniugare le arti, raccontare il presente e costruire cultura in un luogo dove gli eventi culturali non sono una presenza scontata.

La cultura, oggi, si vive insieme in un clima di festa. Nella sua ultima intervista al podcast Basement di Gianluca Gazzoli, il professor Alessandro Barbero ha evidenziato come l’Italia sia “il Paese dei festival”, che spuntano come funghi soprattutto nei piccoli Comuni. Al di là della battuta, i numeri confermano questa tesi.
Secondo un rapporto di Federcultura del 2025, in Italia esistono oggi tra i 1.600 e oltre 3 mila festival culturali attivi, secondo le principali mappature nazionali: una forbice che riflette la difficoltà di censire un fenomeno estremamente diffuso e articolato. Il dato caratteristico è che la maggior parte di essi si svolgono in provincia, o comunque in Comuni di medio piccola dimensione, un trend andato in crescita costante nell’ultimo quarto di secolo.
Ecco, Kilowatt è un brillante esempio di questo fenomeno. Come mai prima d’ora, per la XIV edizione le sale di Kilowatt Festival – organizzato e promosso dall’Associazione culturale CapoTrave/Kilowatt – hanno registrato il tutto esaurito.
Tra il 17 e il 25 luglio Sansepolcro ha accolto circa 15 mila presenze complessive, con quasi 7 mila biglietti venduti e 26 spettacoli in prima o anteprima nazionale. Un risultato che conferma il ruolo del festival, fondato da Lucia Franchi insieme a Ricci, come uno degli appuntamenti più riconoscibili della scena contemporanea italiana, capace di portare in provincia artisti, operatori e pubblico da tutta Europa e mette Sansepolcro in primo piano sulla mappa degli appassionati del teatro.
L’edizione 2026 ha celebrato anche due ricorrenze simboliche: i vent’anni dei Visionari, il progetto che coinvolge i cittadini nella selezione di una parte della programmazione, e i novant’anni del padrino Eugenio Barba, presente insieme alla madrina Julia Varley, storici protagonisti dell’Odin Teatret.
A margine della rassegna, Luca Ricci, fondatore e direttore artistico, ha voluto esprimere le sue impressioni sulla kermesse, mettendo al centro l’impegno passato e la speranza per il futuro.

Il festival di Kilowatt si chiude con numeri eccezionali in relazione alla dimensione del territorio. Com’è stato possibile raggiungere questi risultati?
Credo che paghi l’aver definito nel tempo un’identità chiara del progetto e l’averla mantenuta. Non abbiamo mai preso la strada corta: abbiamo sempre investito sull’innovazione e sulla qualità dei progetti. Continuiamo a scommettere sui giovani artisti e sulle nuove ricerche che incontriamo in Italia e in Europa. È una sfida che portiamo avanti insieme al territorio.
Come riuscite a coinvolgere un pubblico così ampio proponendo artisti spesso lontani dal mainstream?
Oggi esiste una fiducia nel marchio Kilowatt. Le persone credono che quello che proponiamo sia frutto di una ricerca attenta. Non cerchiamo la scorciatoia commerciale, ma il valore artistico delle proposte.
La qualità è sempre soggettiva, ma lavoriamo con un gruppo di persone competenti per individuare fermenti vivi, nuovi linguaggi e artisti da accompagnare nella crescita.
Uno dei valori del festival è il dialogo con il presente: sui temi, sull’estetica, anche sulla dimensione politica. Questo può allontanare qualcuno, ma avvicina chi sente il festival come uno spazio di partecipazione. L’obiettivo è costruire comunità.
In ventiquattro anni come è cambiato Kilowatt?
Intorno a noi è cambiato soprattutto il rapporto con il digitale e con i social. Siamo cresciuti praticamente insieme ed essi hanno trasformato i linguaggi della scena rendendoli più interattivi. Anche il nostro percorso è cambiato insieme a queste trasformazioni.
La danza italiana, ad esempio, è cresciuta molto ed è oggi competitiva a livello europeo. C’è stato anche un ritorno alla parola e alla scrittura drammaturgica.
Credo che il risultato più importante di Kilowatt sia stato ripensare il ruolo dello spettatore: il pubblico non è più soltanto un destinatario passivo, ma entra nei processi artistici e vuole conoscere ciò che accade dietro le quinte. Per questo il festival è cresciuto anche negli incontri e nei momenti di confronto.
Quest’anno Eugenio Barba e Julia Varley sono stati padrino e madrina del festival. Che cosa ha significato lavorare con loro?
Il teatro, evidentemente, mantiene giovani. È un mestiere che obbliga a fare molte cose insieme: sei un intellettuale e un artigiano, un produttore e un teorico, lavori con il corpo ma anche con il pensiero.
Riuscire a mantenere aperta una compagnia per sessant’anni è un’alchimia delicata. Non esiste un’altra realtà come l’Odin Teatret: per noi era un modello prezioso da portare nel nostro territorio.
È stato un grande scambio umano e professionale. Eugenio ha una grande energia e ha creato molti emuli nel mondo, ma lui stesso non è mai rimasto fedele a una formula: continua a cambiare e a mettersi in discussione. Si è calato nella realtà di Sansepolcro con grande curiosità. Noi lo abbiamo provocato e lui ha accettato tutte le sfide.




Parlando di energia, questa edizione è la prima che può effettivamente essere definita “a zero kilowatt”. Ci spieghi questo importante progetto ecologico.
Abbiamo completato il calcolo delle emissioni legate ai palchi del festival e, insieme a Tecnotermo, pianteremo alberi per compensare la CO₂ prodotta.
Non è ancora un vero impatto zero, ma è un passo importante. Ci interessa diffondere l’idea che anche un festival culturale possa interrogarsi sul proprio impatto ambientale e cercare strumenti per ridurlo.
Kilowatt non è solo un festival, ma un’attività culturale che continua durante tutto l’anno. Quali sono i prossimi progetti?
Stiamo portando avanti un corso sostenuto dal Fondo sociale europeo dedicato ai creatori e ai performer della scena digitale. Coinvolge quindici giovani professionisti provenienti da tutta Italia, che vivranno a Sansepolcro e studieranno come sviluppare nuove forme di performing art legate al digitale. Dal 4 settembre riprenderanno anche le attività di residenza artistica: ogni anno ospitiamo circa venti compagnie nella Casa degli Artisti di Sansepolcro.
Ripartiranno inoltre i corsi di teatro e il progetto con Casa di Rosa dedicato alle persone con disabilità cognitive e fisiche. Tornerà anche il bando dei Visionari e continueranno i progetti europei dedicati alla partecipazione dei cittadini e alla performing art digitale. Poi c’è il lavoro della compagnia: stiamo portando in scena Bandiera, uno spettacolo scritto da noi. È un lavoro che sfinisce, ma non annoia.

In conclusione, Kilowatt dimostra che, nell’epoca del gigantismo degli eventi e della assoluta rincorsa al mainstream, non si deve necessariamente cambiare per piacere al prossimo, ma si può essere i prossimi a fare qualcosa di grande. Restando sempre se stessi.




