Tradurre e tradire l’opera di Omero
Una volta ho iniziato un articolo su Marco Castello citando il proemio dell’Odissea nella versione di Ippolito Pindemonte. Per capirci, quella che gran parte di noi ha letto alle medie e sempre quella che ha inesorabilmente tracciato una linea tra coloro a cui questa roba piaceva e gli altri che poi hanno avuto un lavoro vero nella vita. Il peccato originale, insomma.
Citare quell’incipit, tuttavia, aveva un senso: far capire che un’opera odierna può suscitare un senso di astratta magia che normalmente noi associamo al mondo greco antico.
La stessa cosa accade in The Odyssey. Appena uscito in sala, il film ha monopolizzato la discussione pubblica. Su social, TV, siti e perfino sui giornali di carta – che sono ormai totalmente avulsi da tutto quello che non sia cronaca nera e gossip politico – non si parla d’altro che di Matt Damon che deve tornare a casa. Forse perché effettivamente sta storia va avanti da 3000 anni (come anche l’Odissea in effetti).
Premessa necessaria: è giusto e normale che se ne parli. Christopher Nolan, al netto di detrattori e fan, è con ogni probabilità il più grande, o almeno il più popolare, autore di cinema vivente. Grande perché, meramente, per fare un film muove da solo i capitali e le masse. Autore perché, piaccia o meno, è forse l’ultimo cineasta mainstream caratterizzato da una filosofia propria, un’idea fissa, dei trope narrativi ricorrenti e un’estetica riconoscibilissima. Una firma, come lo sono le ombre di Caravaggio, il suono di chitarra di Brian May, la costruzione dello spazio di Stanley Kubrick e così via.
Veniamo al film. Non so cosa possa essere considerato spoiler e cosa no, considerando l’argomento. Di base, adattare tutta l’Odissea è quasi impossibile (a meno di una grande serie TV filologica), quindi la scelta stessa degli episodi potrebbe essere una sorpresa. Senza grande stupore, troviamo Polifemo, Circe, Calipso, Tiresia, Scilla e Cariddi, ma ci sono anche altri passaggi un po’ meno blasonati che mi hanno fatto saltare sulla sedia, come i giganti Lestrigoni dei quali molti potrebbero non ricordarsi.
Senza girarci troppo intorno: il film è bellissimo. Chi non ha voglia di leggere oltre si può fermare qui. Per tutti gli altri vorrei provare a raccontare perché.
Isole che vai, lagne che trovi
Scansiamo subito l’elefante nella stanza: le polemiche sull’aderenza alla realtà storica dell’epoca sono, per essere educati, flatus voci. Un po’ perché l’Odissea, mi spiace dirlo, ma non è un testo storico. All’interno ci sono: le sirene, i ciclopi, le ninfe, le streghe, i giganti, gli dèi pagani, le anime dei morti, terribili mostri marini… manca solo un segretario carismatico del PD e il fantabosco è al completo. Parlare di Elena nera o dell’atmosfera troppo nordica davvero fa venire il prurito alle mani.
In secondo luogo, perché, come tutti i miti antichi e le leggende, l’opera è una riduzione scritta di una lunga e disomogenea tradizione di fonti orali, alle quali Nolan attinge attualizzandole e selezionandole per i suoi scopi narrativi.
Se dovessimo proprio lamentarci di qualcosa di tangibile potremmo pensare al fatto che il film sia stato girato nei territori occupati del Sahara Occidentale, o che la troupe abbia perso parte del materiale di scena nel Mediterraneo con un discreto impatto ambientale. Ma le polemiche più belle sono proprio quelle sterili.
Trauma e desiderio di conoscenza
Il core (che si può pronunciare anche alla romana volendo) di Odissea è l’idea filosofica che c’è dentro, che segna anche il cambio di passo dall’Ulisse classico a quello della pellicola. Il re di Itaca che abbiamo studiato tutti a scuola non è solo quello di Pindemonte di cui sopra, ma anche quello della Commedia di Dante, il personaggio che finisce all’Inferno poiché la sua sete di sapere lo ha spinto oltre i limiti dell’umana natura. Un peccato di tracotanza che persino Dante, che la cultura e la conoscenza le ama e le loda, non può non condannare dalla prospettiva morale del cristianesimo.
Ecco, tutto questo nel film di Nolan non c’è, o quantomeno è molto ridimensionato. Ulisse nella pellicola è sì un uomo intelligentissimo, il più furbo tra i generali di Agamennone (che ha una certa aura, nulla da dire), ma la sua scaltrezza sembra essere più un dato di fatto che lo caratterizza a monte, come un QI molto alto, piuttosto che un desiderio sapienziale che lo spinge ad agire e a cercare la meraviglia dell’ignoto nel mondo che lo circonda.
Detto semplice, è più Good Will Hunting 30 anni dopo che Indiana Jones.
La sete di conoscenza, il piacere della scoperta (per dirla con Alberto Angela che ha intervistato Nolan e Damon provando ancora una volta che il multiverso è un concetto del quale sappiamo spaventosamente poco) praticamente non c’è. Quello che c’è, forse, è una cosa molto più attuale e molto più nolaniana: il trauma e il desiderio del ritorno.
Odissea nello spazio
The Odyssey dialoga con tutta la produzione del regista inglese, in particolare con Oppenheimer e Interstellar, proprio su questi aspetti: come il fisico del Progetto Manhattan, Ulisse è traumatizzato e dilaniato dal senso di colpa perché una sua invenzione, il Cavallo di Troia, ha sì posto fine a una guerra, ma ha provocato uno stermino immane, ha offeso tutte le divinità violando la legge di Zeus e ha causato la fine non solo di una civiltà, ma di un’intera epoca.
Di Interstellar torna ovviamente il tema del viaggio e il parallelo tra le isole visitate da Ulisse e i pianeti su cui atterra Joseph Cooper è quasi speculare. Identico è anche il breve iato che separa l’arrivo del protagonista dal momento in cui capisce di essere finito dalla padella nella brace.
Ulisse: l’eroe del dopodomani
Il viaggio dell’eroe omerico ha un ulteriore layer che si spande all’ombra della filosofia niciana. Dopo i fatti della guerra, Ulisse è interiormente rotto. Non è solo un soldato col PTSD, è letteralmente il responsabile dello sterminio della stirpe di Priamo. Resiste e persegue nel suo agire per due motivi: tornare a casa da sua moglie e suo figlio e salvare il suo equipaggio.
Ulisse comanda i suoi uomini con ordini che essi non capiscono, li costringe a sofferenze che non possono tollerare, ma lo fa perché, come l’Oltreuomo di Nietzsche, ha attraversato delle prove e dei cambiamenti che lo hanno reso diverso dagli altri esseri umani.
Egli ama i suoi uomini come la sua famiglia, e sente la responsabilità di proteggerli. Tuttavia, è costretto a percorrere un cammino dal quale solo lui può uscire vivo. Gli uomini sono il prezzo da pagare per il ritorno. Essi si ribellano, pensano che Ulisse sia maledetto da Poseidone, temono che continuare a seguirlo li condurrà alla rovina, quando poi immancabilmente ogni volta che fanno un passo senza di lui incappano in una mostruosità tanto grande che la metà bastava. Ulisse tenta di avvertirli, di guidarli, di salvarli, ma come lo Zarathustra del filosofo tedesco viene visto come un pazzo.
L’episodio delle sirene, in cui Ulisse si fa legare e tappa le orecchie al suo equipaggio mentre ascolta il canto ammaliante, ricalca proprio l’idea che solo un eroe possa affrontare questa prova. Ed è un peso che deve portare nel mentre che gli anni passano e i suoi compagni cadono orribilmente uno dopo l’altro.
Potente, commovente, dolorosissimo. Un incrocio tra il mito e la tragedia.
Il Mito e la Storia
Tuttavia, se questa scelta potrebbe somigliare a tantissimi altri film di guerra americani, c’è un’idea che davvero suona interessante e originale: la degradazione del Mito nella Storia.
Parentesi: io non ho fatto il Classico, non provo emozione verso un epigramma, non resto in estasi di fronte all’ennesimo romanzo di Valerio Massimo Manfredi e non mi metterò a fare la critica filologica del testo originale, ma ho fatto Storia Greca all’università. Perché? Chiedetelo a chi fa i programmi, smettete di fare domande come se avessi più informazioni di voi.
Cosa mi resta di quell’esame tanti anni dopo? La consapevolezza che la storia greca, che noi immaginiamo grossomodo tutta con le caratteristiche dell’Atene del IV secolo, è in realtà un periodo mostruosamente lungo. Comincia con la civiltà Minoica a Creta quasi cinquemila anni fa e arriva fino alla conquista romana conclusa nel 146 a.C.
Se la ripercorriamo a ritroso verso le origini, ovviamente le informazioni in nostro possesso iniziano a diminuire: date, opere, nomi, luoghi, personaggi si diradano e la Storia comincia progressivamente a degradare nel Mito.
Le opere di Omero raccolgono storie grossomodo databili al periodo della civiltà Micenea, quella in cui un folto gruppo di persone, gli Achei, cominciarono a dominare l’area dell’Ellade a partire dalla città di Micene, tradizionalmente governata proprio da Agamennone.
Noi sappiamo, in base agli studi archeologici, che la guerra di Troia si è svolta veramente, che esisteva una ricca città dell’Asia Minore distrutta proprio intorno al XII secolo a.C. e lo dobbiamo a quel matto fradicio di Heinrich Schliemann, padre di tutti i nerd.
L’operazione che fa Nolan, concettualmente è molto simile: collocare il tempo degli eroi, dei mostri, delle ninfe e degli dèi alla fine dell’età del bronzo. Poco prima che un grande cambiamento venisse a portarselo via. Questo cambiamento ha un nome: gli uomini del mare.
Il mistero della fine dell’età del bronzo
La ricerca storica non è ancora arrivata a una soluzione univoca e certa sull’identificazione di questo popolo. Quello che sappiamo con certezza è che fonti egizie risalenti al 1200 a.C. ne parlano e che furono tra i responsabili della fine della civiltà Micenea.
Con il loro passaggio crollano i palazzi di Micene, Tirinto e Pilo. Scompare l’Impero Ittita (del quale, al netto che fosse un impero, non è che ne sappiamo granché). Intere città dell’Anatolia non esistono più dopo il loro passaggio.
Nolan sparge questa paura di una misteriosa minaccia aliena all’interno di quasi tre ore di film, ponendola come il grande nemico alle porte che ancora minaccia le città della Grecia. La grande intuizione è pensare “e se veramente qui accadesse il passaggio tra l’età del bronzo e l’età del ferro?”.
Insomma, l’idea che il regno della mitologia, in una fortunosa rivelazione finale, collassi nel tempo della storia è per me una delle trovate di scrittura più belle di tutta l’opera. Poi, il fatto che i personaggi sappiano di essere proprio in quella che noi chiamiamo “età del bronzo” fa sorridere, ma non spacchiamo il capello in quattro.
Usare i personaggi
Altro aspetto cinematograficamente molto bello è il fatto che Nolan legge i personaggi dell’Odissea e capisce qual è la loro funzione all’interno della storia.
Segnatamente: i mostri devono fare paura.
E quindi abbiamo il ciclope Polifemo più mostruoso e creepy mai visto a schermo (chiaramente ispirato ai mostri di Guillermo Del Toro), i Lestrigoni che sembrano le armature medievali di Pomi d’ottone e manici di scopa ma alte 3 metri e armate di ascia e la maga Circe che compie la trasformazione più terrificante dai tempi dei bambini-asini di Pinocchio.
Il film è bello non per il suo rigoroso e pedissequo studio dell’opera originale (non c’è proprio), ma per l’incredibile capacità di toccare corde profonde nell’animo, che è lo scopo stesso dell’epica.
As Nolan intended
L’IMAX 70mm. Ora, questa scelta ha chiaramente generato ben più di un malumore, perché Nolan, in un momento di onnipotenza mal gestito, ha deciso che tutti i suoi film dovessero essere girati in un formato fisico costosissimo che può essere riprodotto fedelmente solo in una quarantina di sale in tutto il mondo. Vorrei credere in me almeno la metà di quanto ci ha creduto lui.

Detto ciò, in un mondo che guarda le cose sullo smartphone, una qualsiasi sala offre un’esperienza di visione più che sufficiente a replicare l’esperienza, anche perché, pur tagliando nelle parti superiore e inferiore, è l’immagine con la più alta definizione e qualità oggi tecnicamente possibile. Il fatto che la gente oggi faccia a gara per guardarlo sullo schermo casalingo più scrauso esistente è la vittoria del meme sulla realtà.
Ciò che forse è positivo è che questo genere di film ci invita a ripensare la sala cinematografica come uno spazio nuovo, aggiornato, più immersivo e fedele alle intenzioni degli autori, in cui ancora si possa concepire la differenza tra la fruizione domestica e quella collettiva. Che possa far rivivere la ritualità del cinema come immersione in un mondo fantastico, diverso dalla realtà, che abbia un fattore esperienziale davvero stupefacente e per questo rivelatorio.
Un po’ di arcobaleno
Per concludere, ci sono due ultimi aspetti che avvalorano Odissea: l’orizzonte del femminile e la parte di Elliott Page.
La cosa è nota: Nolan non è esattamente un mago nello scrivere i personaggi femminili. A volte sembra che glieli abbiano raccontati, ma che lui non sappia proprio come si muovano le donne nel mondo. Non è il caso di questo film: pur riservandogli poco screentime, il regista decide di mostrarci il punto di vista femminile, mettendo in scena passioni, pensieri, e anche le prese di coscienza delle donne in un contesto totalmente patriarcale. Sono figure attive e il loro ruolo non è solo strumentale.
Penelope che discute con il figlio Telemaco consapevole del fatto che 20 anni di regno portati avanti da sola non valgano quanto il sesso del figlio. La maga Circe è disgustata dai membri della ciurma di Ulisse e li trasforma in porci proprio perché, interiormente, lo erano già da prima. Elena che porta con sé il peso di essere la causa di una guerra di sterminio, pur essendo conscia di essere di fatto solo un oggetto che per un po’ è sfuggito dalle mani del marito Menelao.
Infine, Elliot Page. Qui l’argomento si fa delicato, ma ha che vedere con il suo essere una persona transgender. Il suo rapporto con Nolan viene da lontano: quando si faceva ancora chiamare Ellen ed era da poco reduce dal successo del film adolescenziale Juno, Page prese parte a Inception nel ruolo di Arianna, l’architetta dei sogni. La scommessa, con l’Odissea, era riuscire a riportare sullo schermo l’attore con la sua nuova identità in un ruolo che ne valorizzasse le caratteristiche uniche.
Questa scommessa è stata vinta: interpretando Sinone, il giovane soldato greco che si sacrifica per consegnare ai troiani la notizia del Cavallo lasciato sulla spiaggia dagli achei, Page ha la possibilità di diventare un personaggio che svela la verità al protagonista.
Il ritorno di Page all’interno di un grosso progetto hollywoodiano costituisce un importante svolta per la rappresentazione queer nel cinema. Nel film il senso del personaggio si gioca sull’inganno e sul ruolo con cui gli altri lo percepiscono, e ci costringe a guardare oltre le apparenze. Page non è uno stereotipo, anzi, con la sua interpretazione ridefinisce le possibilità di ruolo che una persona trans può interpretare.
Sinone vive e muore interpretando una menzogna, facendo una vita da impostore. Partito per la guerra al posto di Antinoo, si sacrifica realizzando senza saperlo l’inganno del Cavallo, per poi tornare sotto forma di anima nell’Ade, raccontando la verità a Ulisse e riprendendo il controllo della propria narrazione, libero dalle aspettative e dagli ordini dei suoi compagni.
Ecco, la metafora della menzogna e del fine esterno che giustifica la sofferenza del singolo ricalca la storia di Page. Egli è morto nella sua vecchia identità, ma rinasce in una vita nuova che lo rappresenta all’esterno per ciò che è dentro, affermando la sua vera natura.
Un pezzo di cinema queer come mai si era visto a livello mainstream e che si spera possa essere di esempio per il futuro.




