Un Paese senza lingua è un paese senza anima
Che sia per il film uscito da poco, l’impegno per la questione palestinese o per il nuovo album Fenians uscito ad aprile, i Kneecap ormai sono davvero ovunque.
Il trio rap originario di Belfast, attivo dal 2017, formato da Mo Chara, Mòglaì Bap, e DJ Pròvaì ha sconvolto la musica a livello internazionale, tanto da essere bandito dal Canada per aver causato “profondo allarme”, canta anapologeticamente temi dell’unificazione dell’Irlanda, di periferia, di astio per le Garda ma soprattutto canta della e in lingua irlandese gaelica.
Per capire la rilevanza di questa scelta a livello politico serve un contesto storico: tra le pratiche del colonialismo inglese, sperimentate prima sul territorio Irlandese e successivamente esportate in altre colonie, spicca quella di privare un popolo della propria lingua, sostituendola con quella inglese. Nel caso specifico dell’Irlanda addirittura cercando di sostituire fisicamente la popolazione con coloni protestanti e conseguentemente della propria identità, stracciando secoli di cultura, e cancellando sfumature di significato.
Dal 1922, dopo svariati conflitti, l’Irlanda del sud diventa uno Stato indipendente, mentre il nord dell’Irlanda, composto da 6 delle 32 contee totali, rimane sotto il dominio inglese (nord dell’Irlanda, non Irlanda del nord, perché a livello linguistico implica un’Irlanda già unita). Questo causa delle tensioni interne molto pesanti che si tradurranno nel periodo dei Troubles dal 1968 al 1998, conflitto civile tra chi voleva restare nel Regno Unito (Unionisti, spesso protestanti) e chi voleva unirsi alla Repubblica d’Irlanda (Nazionalisti, spesso cattolici).
Il conflitto si conclude nel 1998 con il Good Friday Agreement, ma i sentimenti conflittuali di resistenza arrivano fino ai giorni nostri: la ferita è ancora fresca e sanguina copiosamente: il 1998 è stato meno di 30 anni fa. Le nuove generazioni sono cresciute sentendo queste storie sulla propria pelle, mentre i genitori le hanno vissute.
“Is piléar ar son saoirse na hÉireann gach focal Gaeilge a labhraítear” – “ogni parola in gaelico è un proiettile per la libertà irlandese”
Ed è proprio in questo contesto che nascono i Kneecap.
Figli della generazione dei “ceasefire babies”, il trio di Belfast, che prende il nome letteralmente dall’atto di gambizzare, metodo usato dai gruppi paramilitari nazionalisti, e dalla frase irlandese “ní cheapaim”, che suona come “kneecap him” e vuol dire “non penso proprio” un richiamo al tono ironico della band.
I Kneecap non sono stati criticati per il loro uso del gaelico solo da politici e oppositori, ma anche da chi combatte la loro stessa guerra: sono stati aspramente ripresi per l’uso che fanno della lingua. Il gruppo canta usando la lingua fuori da un contesto scolastico e intellettuale e la porta per strada, la sporca, la usa e la abusa con una rabbia giovanile e generazionale tipica del rap e dell’hip hop. Il trio canta sì di posizioni politiche e di Palestina, ma soprattutto parla di droghe, di sesso e di insolenza verso tutto e verso tutti. Non si aspetta di insegnare niente a nessuno, sono volgari, espliciti, violenti . Vogliono solamente manifestare una propria identità culturale utilizzando una lingua non imposta ma scelta; la propria.
Ed è questo il loro atto rivoluzionario. La lingua irlandese Gaelica è ancora usata in contesti informali, in alcune famiglie, in tutta la zona del Gaeltacht, le aree rurali dell’Irlanda dove l’irlandese (gaelico) è riconosciuto ufficialmente come lingua primaria parlata dalla comunità, ma è una lingua che fino a poco tempo fa stava pian piano scomparendo, e sembrava destinata ad estinguersi con qualche generazione, allo stesso modo dei nostri dialetti regionali.
Ma la situazione sta variando. In un moto sorprendente di resistenza i giovani stanno riprendendo a parlare e riscoprire la lingua. Si organizzano pop up nei pub, per incontrarsi usare la lingua in un contesto informale, si ricomincia a cantare in irlandese non solo nei testi folk, ma in quelli pop, rap, rock. Lo fanno i Kneecap, i Fontaines dc, i Chasing Abbey e molti altri: “l’irlandese è di nuovo cool”.
“saoirse don Phalaistin” – “Free Palestine”
collegamenti tra artisti e responsabilità politica

Il gruppo ha sempre supportato apertamente la Palestina: al Coachella del 2025 proiettano la scritta Free Palestine, gesto definito “politicamente aggressivo” e che ha scatenato l’indignazione generale. Il loro supporto non è solo vocale; nel 2020 viene fondata da Ó Cairealláin, fratello di Mòglaì Bap, la palestra popolare ACLAÍ nel campo rifugiati Aida, palestra per la quale la band ha una raccolta fondi e con la quale collabora. Da poco si è chiuso il processo per le accuse di terrorismo a Mo Chara dopo che pare abbia sventolato una bandiera di Hezbollah durante un concerto. Nella conferenza stampa successiva alla sua dichiarazione di essere un “Free Mawn” il cantante ha sottolineato che l’obiettivo non sia mai stato di colpire direttamente lui, ma il suo supporto alla Palestina e a Palestine Action, che nel nord dell’Irlanda, sotto giurisdizione inglese, è considerato terrorismo e istigazione all’odio: “È stato un altro tentativo di mettere a tacere un artista che è stato irremovibile nel mettere sotto i riflettori l’Israele genocida che vari governi, incluso quello britannico, hanno aiutato e favorito una ridicola caccia alle streghe a sfondo legale. Una caccia alle streghe nata al Coachella, portato avanti in Westminster e che arriva alla sua conclusione in West Belfast”. Con più di altre 5 associazioni, artisti, politici hanno aderito a Together, il cui scopo è contrastare l’avanzata dell’estrema destra in Inghilterra, in Europa e nel mondo, in risposta al cosiddetto Unite the Kingdom Rally, e si sono dati appuntamento il 28 marzo, per la prima grande manifestazione dell’associazione. Intanto, nel loro nuovo album Fenians è presente un brano intitolato Palestine con il feat di Fawzi, rapper palestinese di Ramallah.
Fenians
Il termine si riferisce originariamente a un membro della fratellanza repubblicana irlandese un’organizzazione nazionalista del 19° secolo che lottava per l’Irlanda unita. Oggi si è evoluto in un termine offensivo per i cattolici irlandesi.
I Kneecap si riappropriano del termine, con arroganza e senza chiedere scusa, titolando così il loro secondo album che l’Irish times definisce: “brillante, contagioso e che si merita cinque stelle”, sottolineando come, senza togliere nulla ai loro messaggi politici, rimanga un album musicalmente straordinario.
Quest’estate i Kneecap passeranno da Milano, Bologna, Roma e Bari durante il loro tour estivo.
Sono stata abbastanza fortunata da riuscire a prendere i biglietti per la tappa di Bologna il 16 giugno.
I Kneecap sono stati criticati da qualsiasi istituzione, dalle opposizioni e da movimenti a loro affini. Presentano un rabbia esplosiva, irrispettosa e che non bussa ma sfonda la porta. Ma è una rabbia costruttiva, che informa, che dà piattaforma e sostegno. È una rabbia propositiva che porta a sostenere progetti come la palestra ACLAÍ o l’imbarco per portare aiuti umanitari a Cuba “Nuestra América Convoy”.
È una rabbia nei confronti del mondo, ma anche una consapevolezza che noi in questo mondo ci viviamo e che lo possiamo cambiare per farlo diventare migliore.




