Swipe

A cura di

Nicoletta Lupi

Immagine di

Nicolò Soffietto


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Sono single.

Non è un trauma, non è un lutto, non è nemmeno una “scelta consapevole” come a volte ci raccontiamo con aria da monaco digitale. È solo una condizione, tipo “sono bruna”.

In questi anni ho fatto più o meno tutto quello che ci si aspetta da una single del XXI secolo con un telefono funzionante: ho aperto profili su Tinder e Hinge (mai avuto il coraggio di usare Bumble, mi sembrava troppo ottimista).

E nel frattempo ho iniziato a notare un pattern inquietante: praticamente chiunque, su queste app, sembra voler dire la stessa cosa.

  • Non voglio niente di serio.
  • Cerco solo leggerezza.
  • Nessun dramma, solo sincerità.

Lo dicono tutti. Anch’io l’ho detto.

È una frase che funziona come cintura di sicurezza emotiva: ti protegge dal ridicolo, ti fa sembrare adulto, ti posiziona nel mercato relazionale come un essere umano autonomo, capace di provare desiderio senza apparire bisognoso. La formula perfetta, secondo la logica relazionale contemporanea.

Solo che poi ti capita qualcuno che ti piace davvero — o quasi — e sparisce.

E tu, che avevi detto “solo leggerezza”, rimani sveglio fino a tardi a chiederti se avevi sbagliato emoji.

La domanda allora diventa:

Se non volevo niente, perché mi dispiace?

Così ho fatto quello che ogni millennial pseudo-ossessivo/riflessivo farebbe: un questionario su Google Forms.

Anonimo, ovvio. Ironico, certo. Inoffensivo, forse

Ma dentro quelle domande c’era il tentativo di capire: se tutti diciamo che non ci importa, perché ci rimaniamo così male?

Una piccola sociologia del cuore

Il questionario ha raccolto quasi 100 risposte in pochi giorni. Segnale che le persone – soprattutto in forma anonima – hanno ancora voglia di parlare. Non tanto di comunicare, ma di raccontarsi a sé stessi con l’alibi di rispondere a qualcun altro.

E quello che colpisce non è il numero, ma la natura contraddittoria delle risposte.

  • “Hai mai detto ‘è solo sesso’ ma poi ti sei affezionato/a?” Risponde sì circa il 70%. Le stesse persone che due domande prima avevano dichiarato con sicurezza di “non cercare nulla di serio”.
  • “Hai mai detto ‘era solo una chat’ e poi fissato il soffitto per due ore?” Sì per circa il 60%.
  • Idealizzare un semplice ‘ciao’? 65%.

Eppure, quando si chiede se tendono a minimizzare quello che provano, la maggioranza risponde: “solo a volte”.

Un altro dato: più del 35% dice che il numero di match non incide sulla propria autostima. Ma basta scavare con una palettina da spiaggia per scoprire che oltre metà cambia umore in base alle attenzioni ricevute. È come dire: “No, non mi importa se piove”, mentre si compra un ombrello.

Non sono dati scientifici, ma non sono irrilevanti: assomigliano a una radiografia sentimentale a bassa definizione. In cui si intravede la nostra incapacità cronica di essere sinceri, persino quando nessuno ci guarda.

E io? Certo, non faccio eccezione. Mentre leggevo le risposte pensavo con una piccola arroganza lucida: “Io però sono oltre. Le ho scritte io, queste domande”.

Poi ho passato la serata a fingere indifferenza aspettando una notifica che non è mai arrivata.

Quindi sì, anche io faccio parte del club.

Il sesso non è mai solo sesso

E se nelle chat già inciampiamo tra dichiarazioni e contraddizioni, quando i corpi entrano in scena la maschera della leggerezza vacilla ancora di più.

Viviamo in un’epoca in cui il sesso viene trattato come un gesto tecnico, una funzione da eseguire con la stessa implicazione emotiva di un aggiornamento automatico. L’ideale è praticarlo come si usa una lingua straniera imparata su Duolingo: poche formule, zero sfumature, il minimo indispensabile per ottenere il risultato e andarsene.

Eppure c’è un dettaglio che resiste: il sesso, anche quando non è romantico, è un linguaggio. Dice qualcosa. Sempre. Anche quando entrambi decidono che “non significa nulla”.

Tipo quella volta che ti ritrovi a ridere nel mezzo, senza motivo, e l’altro ti segue. È un istante, ma racconta complicità. Oppure quando, appena finito, qualcuno si alza troppo in fretta e l’aria si riempie di un silenzio che non è mai neutro: parla di distanza, di fuga, di qualcosa che non si vuole guardare.

Non si tratta di mitizzare l’atto, ma di riconoscere che, quando due corpi si toccano, comunicano. Si negoziano ruoli, si gestiscono confini, si entra – anche solo per poco – nello spazio fisico e simbolico dell’altro. Questo lascia tracce. Sempre.

Ignorarlo in nome della leggerezza produce un residuo relazionale che non viene mai metabolizzato. All’inizio sembra niente, ma col tempo diventa una specie di vuoto. Una stanza che continuiamo a lasciare disordinata, convinti che non sia casa nostra.

Capitalismo emotivo

Ma questa difficoltà a riconoscere cosa ci succede non nasce solo da noi: è anche il risultato di un sistema che ci ha educati a consumare le relazioni come prodotti, con la stessa logica di un carrello online.

Le app ci hanno abituati a scorrere come in un supermercato sempre aperto: scaffali infiniti, nessuna penuria apparente. Solo che i prodotti sono persone e la data di scadenza è il nostro interesse. Ogni match è una micro-ricompensa, più simile a un gettone di videogioco che a un incontro umano. In teoria dovremmo essere più liberi. In pratica, siamo più disconnessi.

E non basta esserci: bisogna performare. Foto che raccontano spontaneità curata, bio calibrate tra ironia e profondità, tempi di risposta che non tradiscano troppo né troppo poco. Il capitalismo emotivo funziona così: non ti chiede solo di desiderare, ma di trasformarti in un brand desiderabile. Non “sono”, ma “mi mostro”. Non “sento”, ma “gestisco”.

Il problema è che questa logica finisce per colonizzare anche ciò che dovrebbe restare fragile e opaco. L’attenzione diventa una valuta da distribuire con cautela, l’emozione un capitale da proteggere. È per questo che non soffriamo tanto la mancanza di amore, quanto quella di riconoscimento. Non il cuore vuoto, ma l’eco di un messaggio lasciato senza risposta.

Conclusione (senza soluzione, ma con sincerità)

Eppure, dietro tutta questa performance di leggerezza e desiderabilità, resta un bisogno testardo che nessun algoritmo riesce a spegnere: quello di essere visti sul serio.

Questo non è un articolo che ti spiega come smettere di idealizzare, né una guida su come disinstallare Tinder. È, al massimo, una confessione collettiva: maldestra, contraddittoria, ma onesta.

Viviamo in un’epoca che chiama autonomia ciò che spesso è paura, e “zero aspettative” ciò che è, in realtà, un’armatura emotiva fatta di notifiche e visualizzati. Abbiamo trasformato l’ironia in un anestetico, la distanza in un feticcio.

Eppure, dentro questa performance continua di leggerezza, il bisogno di essere visti e presi sul serio continua a pulsare.

Forse non possiamo cambiare il sistema. Ma possiamo almeno sabotarlo con piccole verità.

Tipo che oggi, il vero coraggio, è scegliere di non essere cinici. Stare nel groviglio, sentire tutto. Sbagliare, magari. Ma farlo da vivi.

Perché anche il disincanto ha bisogno di qualcuno che lo guardi negli occhi.

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