
Politica e Società
Manifesto di chi non si trasferisce a Berlino
Cosa significa crescere in una generazione che non può permettersi di invecchiare?
A cura di
Giovanna Di Pietro
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Di recente mi sono trasferita a Berlino. Avere 25 anni in questa città è come essere al parco giochi con le tasche piene di gettoni da spendere, mentre si viene bombardati dai suoni e dalle luci delle giostre che girano intorno. Mi ci sono approcciata con il sano beneficio del dubbio. Sono andata al club – uno dei centinaia esistenti – con un’amica che non vedevo da anni ed è approdata qui dopo averci passato un anno in Erasmus.
Ci sono tantissime persone che a Berlino ci vanno per le feste e poi ci rimangono per lo stesso motivo. Non mi sembra più o meno nobile trasferirsi in qualsiasi altro posto per il cibo o il clima. Quello che è veramente berlinese è essere ossessionato dallo stare a Berlino, vestirsi come Berlino, fare clubbing a Berlino. Tra le domande di rito, c’è quella sul club preferito: capire la differenza tra techno e trance è tanto importante quanto l’Anmeldung (la registrazione) per vivere qui.
Passata la mezzanotte ci mettiamo in fila. Avevamo già pagato il biglietto ma ci hanno tenuto a dare una parvenza di door selecta. La ragazza addetta ci ha squadrato con la sua mini-torcia e ci ha dato degli sticker da mettere sulla camera del telefono “front AND back please” e ci ha ricordato che è un safe space. Entriamo. Ci timbrano. Il posto è un labirinto di stanze comunicanti e corridoi. C’è del fumo, ma non si capisce da dove arrivi. Nella prima sala il set “è una sorta di techno chill”, mi urla all’orecchio la mia amica, che ne è un’estimatrice, prima di venire brutalmente interrotte da un tizio che ci dice di smetterla di urlare – urlando anche lui, perché siamo sotto cassa. Non so a voi, ma non ero mai stata sgridata in discoteca prima. Viene da ridere a entrambe, ma torniamo a ballare in religioso silenzio.
Da un po’ di tempo, decidere cosa fare il weekend mi mette angoscia. Non è solo dover selezionare l’evento, chi e quanti siamo, organizzare le macchine, preventivare quanto verrà a costare e se conviene. Ho anche la certezza che, comunque vada, non mi divertirò davvero, perché ci penso troppo, perché è faticoso, perché niente è mai all’altezza delle aspettative. Eppure stare a casa non è mai un’alternativa.
Non sono mai stata brava con il dover seguire le regole. La festa – come concetto, prima che evento – è obbligatoria per chi ha la mia età. Quindi si deve fare. In un posto abbastanza underground. Nel weekend, ovviamente. Vestiti di nero. Con un look leggermente annoiato. Per dimostrare di sapere quello che si sta facendo. Non sono l’unica. Parlando con gli amici di Napoli, scopro che nessuno si diverte più davvero, forse perché Napoli non è Berlino o forse perché non ha senso pagare per annoiarsi. Ma tutti continuano ad andare alle feste e a postarle nelle storie. Non è un problema solo mio, è il protocollo.
Se i quaranta sono i nuovi trenta, i venti sembrano i nuovi quaranta. Faccio fatica a ritagliare il tempo e lo spazio giusto per ogni cosa, senza finire in burn out, senza sembrare noiosa, vivere i miei vent’anni, che indietro non tornano e il tempo intanto corre. Dopo anni passati a inseguire gli eventi con la fomo negli occhi, ho finalmente lasciato la provincia e i passaggi nelle macchine altrui, l’assenza di alternative alle discoteche commerciali, gli aperitivi per universitari. E ora che sono nella città della festa, faccio i conti con quello che voglio fare io. Una volta superata la disperazione adolescenziale di apparire cool a ogni costo, scopro che non mi sono mai davvero chiesta se volessi andarci.
Ora, mi sento come una equilibrista tra vita privata, lavoro e relazioni. Dedicare abbastanza tempo agli amici, trovare il primo lavoro serio, telefonare ai miei, fare le faccende e attività fisica, coltivare una relazione sana, poi anche andare alle feste, fare sempre cose nuove, rimanere aggiornata sui media, la moda, il mondo. Rimanere invincibilmente giovane, produttiva e instancabile, con abbastanza soldi per pagarmi le serate, ma anche abbastanza tempo ed energia per andarci davvero
Continuo a ballare sulla musica finché non perdo la mia amica, che torna dopo mezz’ora strafatta. Altro dettaglio non trascurabile delle feste sono le droghe. Non starò qui a fare la predica, anche perché se mi piacessero probabilmente anche a me verrebbe voglia di trasferirmi a Berlino. Perché sono soprattutto funzionali. Prendiamo droghe per continuare a fare festa, come dei corridori dopati alla maratona del divertimento.
Il punto non è se sia giusto prenderle o che tutti sappiano sempre riconoscere il proprio limite o che sappiano fermarsi. La sperimentazione, l’errore e a volte l’abuso sono parte del crescere. Ma perché basare il ritmo della festa sulla resistenza falsata dalle sostanze?
Non so come si faceva festa negli anni ‘90, ma so che i social media hanno a che fare con il modo in cui facciamo festa ora. Non viviamo solo la festa, la mostriamo. Ecco perché la ragazza all’entrata era ossessionata dallo sticker sulla camera frontale: perché la festa è di per sé status, allora conta far sapere agli altri di esserci stati. Conta avere le prove di saper cogliere l’attimo. La performance del divertimento diventa così un lavoro da svolgere, un’esperienza curata, un prodotto in commercio, un obbligo al pari di quelli che riempiono i giorni infrasettimanali.
Forse è questo il punto: separare la festa, libera da regole e svincolata dai posti e dall’età, dipendente solo dalle persone con cui la condividi, dal fare festa, un rito preordinato, sostenuto da una narrativa necessaria a mandarlo avanti, confinato in un club, in un look, in se stessi.
Anche sapere quando è il momento di andare via è una dote. Alle 4 di mattina sono esausta. Per me è arrivato il momento, per la mia amica no, ed è giusto così. Ci separiamo tra le spire di fumo di sigaretta della chill zone. La metro che mi porta a casa è silenziosa e brillante come i pavimenti al linoleum degli ospedali. Fuori la strada è buia e ghiacciata, come sanno essere le strade di questa città. Qualcuno porta a passeggio il cane nel silenzio della mattina e mi sento leggera, soddisfatta, stanca. Sono sopravvissuta alla notte.



