
Musica
Johnson Mella: “Cerco una vibe”, la black music incontra Luciano De Crescenzo
Il cantautore fiorentino ha pubblicato il suo secondo EP, prodotto da SpinnIt Records negli studi di Sesto Fiorentino
A cura di
Nicolò Guelfi
Immagini di
Daila Mauri
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Finta di corpo, filosofia napoletana e accento fiorentino. Questi e altri gli ingredienti del secondo, attesissimo EP di Johnson Mella, al secolo Lorenzo Luigi Sommella. Il disco s’intitola Cerco una vibe e porta con sé la forza di anni di black music e cantautorato nelle orecchie.
Sì, perché il sound di Johnson è il frutto di un mondo povero, ma pieno di vita. Il contesto della black music americana è segnato dal ritmo, dalla battaglia sociale, dal desiderio di toccare il cuore e l’anima di chi ascolta. Mella eredita questa lezione essenziale direttamente da D’Angelo, l’artista americano padre del neo soul, tragicamente scomparso a soli 51 anni nell’ottobre dello scorso anno. Numerose sono le citazioni al cantautore di Richmond: l’EP, infatti, si apre con Brown Sugar e si chiude con Senza Titolo, tributo a due brani omonimi di D’Angelo.
Il primo lavoro, Tirando le somme, pubblicato semplicemente come “Sommella”, è uscito nel 2022, e da lì era possibile notare già la passione per il funk, come la voglia di cambiare sempre pelle e rinnovarsi, nel nome e nel suono.
Lo sguardo di Johnson è leggero, scanzonato, dolceamaro, con le palpebre a mezz’asta: frutto di una grande intelligenza e sensibilità creativa che si mescolano alla voglia di raccontare il presente. Attraverso liriche tendenti all’hip hop e all’R&B, i testi comunicano la volontà di intercettare e comprendere il periodo storico in cui ci ritroviamo, confidando nel principio dell’“Abbi dubbi” di bennatiana memoria, ma senza rinunciare a qualche certezza. Un approccio filosofico che Johnson mutua dallo scrittore partenopeo Luciano De Crescenzo, maestro nel condividere e spiegare i concetti più complessi della filosofia con una risata.
Cerco una vibe, uscito il 30 gennaio, è un EP che usa la black music come grammatica emotiva e la filosofia come impalcatura dei testi, dimostrando che si può pensare il presente, anche nelle sue pieghe più difficili, senza smettere di ballarlo.
Come nasce il nome d’arte Johnson Mella?
Nasce da un vecchio format di SpinnIt, una sorta di podcast. L’host Francesco Nardi, preso dal momento, mi presentò come “Johnson Mella”, con uno slang inglese-americano davvero terribile. Da quel meme, di cui abbiamo riso tutti, ho preso il mio nome d’arte, che oggi mi piace molto.
Il tuo secondo EP, Cerco una vibe, è edito da SpinnIt Records e registrato negli studi di Shed 626 a Sesto Fiorentino.
Esatto. L’EP è composto da quattro tracce originali: Brown Sugar, Se io sono qui, You are on my mind, Senza Titolo. È un lavoro molto breve, ma abbiamo lavorato su un sound che fosse “eticamente” collegato al titolo, Cerco una vibe, tratto da un verso di Brown Sugar. La mia idea era ricercare atmosfere diverse e definire l’identità di ciascuna canzone come se fosse una storia a sé: ogni brano ha la sua copertina e ricrea un immaginario differente. Se io sono qui, per esempio, ha una vibe molto noir.
Quali sono state le tue ispirazioni per scrivere questo disco?
Io sono un cultore della black music, quindi mi ispiro ad artisti grafici e musicali neri, come Spike Lee o Jean-Michel Basquiat. You got my mind, infatti, è ispirata a uno scatto di Spike Lee. Nei testi si cerca di intercettare il periodo storico: in questo momento in cui tutto è polarizzato, cerchiamo di mantenere il punto interrogativo.
Dal punto di vista musicale, invece, gli artisti a cui mi sono ispirato sono tanti. Uno a cui faccio costantemente riferimento, e che ormai è nel mio cervello, è Pino Daniele. Mi ritrovo sempre a seguirlo, è dentro di me. Brown Sugar è un pezzo di D’Angelo. Senza Titolo, la ballad, il blues lento, è ispirato proprio a lui. Non mi piace molto la parola “omaggio”, ma Untitled è comunque una canzone di D’Angelo. Lui sapeva essere modernissimo e portare indietro le cose al loro periodo di origine. Black Messiah oggi è un disco dimenticato, ma resta bellissimo.
La tua musica vuole commentare il presente o tirarsene fuori?
La mia musica è composta dai riferimenti che ho acquisito negli anni. Non riesco a scindere il chill dalla politica. Nel disco ci sono concetti di Luciano De Crescenzo, filosofo napoletano che io amo molto, sia per i libri che i film: lui riusciva ad affrontare problemi spinosi con leggerezza, trovando il modo di raccontare la filosofia senza appesantirla. Cerco di dare la mia opinione con lo stesso approccio. Non voglio evitare argomenti scomodi. Faccio la finta di corpo.
Con quale line up hai messo in piedi questo lavoro?
A livello strumentistico è stato quasi tutto suonato dalla mia band, che mi accompagnerà anche dal vivo. I brani sono stati suonati in studio a gruppi, quasi in presa diretta, perché adoro la pasta che si crea suonando insieme. C’è un feat con Roci, ovvero Tommaso Cirà. Serviva la sua presenza per spezzare: lui è un pennellone di due metri e un rapper dalla voce molto bassa. Nella vibe noir del brano funziona alla perfezione.
Quando e dove sarà possibile ascoltare questo disco dal vivo?
Voglio iniziare a portare in giro l’EP partendo dalla mia città, Firenze. La presentazione l’abbiamo fatta il 4 febbraio al Rex Café, mentre il 7 sarò al Drinking Blues. Sto lavorando a una versione live dell’EP e ad un tour estivo.
Oggi per un artista emergente farsi un nome e le ossa attraverso i live è diventato estremamente complicato, per via della mancanza di palchi e luoghi per esibirsi. Come si può affrontare la sfida?
Oggi, secondo me, dobbiamo puntare molto sui contesti piccoli per suonare. Il live è tornato a essere l’unico mezzo davvero valido di promozione. I social possono essere utili, ma li trovo limitanti: non è semplice convertire le visual in spettatori fisici e il tasso di attenzione è molto basso. Nel live me la posso giocare, perché se vieni al concerto so che mi stai ascoltando: il compito è solo mio. Non sopporto l’algoritmo. Non sono un pubblicitario, sono un artista. Il tempo me lo devo prendere. Oggi c’è gente che fa gli stadi e l’anno dopo scompare, perché non ha più un pubblico.
Cosa sogni per questo disco?
L’obiettivo più grande non è raggiungere la celebrità: quello principale è passare l’estate in giro per l’Italia a suonarlo. Spero di incontrare tante persone con cui condividere la mia musica, che per me sarebbe l’emozione più grande.



