A cura di

Bianca Pestelli

Immagini di

Hazkj


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Il calendario segna 21 giugno. Conseguenza logica, annuncio lieto e sincero: l’estate è arrivata. Proprio il calendario, sbertucciato da mesi di sfoglio, ci ricorda quanto sia stata lunga, da gennaio fino a qui. Anche da marzo, se vogliamo accorciare. E marzo era il 21, giorno d’uscita del nostro penultimo numero.

Ma niente spiagge-da-sogno o bagnasciuga-da-cartolina a sventolare sulla copertina: sarebbe stato troppo facile, come una bugia detta bene, che non si consuma le gambe andandosene in giro. Di isole il Mediterraneo è pieno, adagiate là, tra onde e spume millenarie, nel loro azzurro indifferente. Il nostro N°09, però, non si è lasciato tentare dal “tutto facile” dei cliché balneari.

Tra scaffali di idee e scatoloni di spunti, inventari di immagini e significati, selezioniamo, impiliamo, prendiamo nota, archiviamo. Da bravə magazzinierə del magazine – concedetemi il gioco di parole – abbiamo scelto un’isola nascosta. Di quelle che non fanno bella mostra di sé, che preferiscono rannicchiarsi in silenzio, sperando di non essere scoperte e spedite via. In copertina, infatti, c’è un dito che indica proprio quell’isola là: un’Utopia, o forse solo una direzione.

Abbiamo selezionato isole diverse: pendolari, solitarie, chiuse, a motore. Le carceri italiane (p.16), le solitudini contemporanee (p.24), i treni che non arrivano (p.12) o che, in ritardo, ti lasciano sognare (p.28). C’è anche chi un’isola se l’è costruita (p.96), per essere sicuro di scavarsi una trincea bella netta da tutto quello che di brutto aveva attorno.

Isole, in fondo, ce le costruiamo tutti ogni giorno. Anche questa redazione è un’isola: piena di topi e toppe. I topi siamo noi. Le toppe pure. O meglio: le toppe sono tutte quelle che gli articoli suggeriscono, raccontano, o di cui denunciano la mancanza. Davanti a paesaggi complessi – naturali, urbani, mentali, sociali – ci vuole una pezza.

A un giovane e fortunato Jovanotti, un coro rispondeva: “Di dieci cose fatte, te n’è riuscita mezza, e dove c’è uno strappo, non metti mai una pezza”. Anche a noi, isolani di Penisola, ci sembra sempre più spesso di sentire quel coro: la linea d’ombra ci segue, si allunga, ci precede. Ma va attraversata, direbbe Conrad. Navigata. Esplorata. 

Proviamo a partire da qui, da un numero che ci fa sentire fortunati. Perché un sogno, comunque vada o stia andando, ce l’abbiamo. E perché quel sogno è condiviso. Alla sera, è sempre qui che possiamo tornare. Tra righe che sanno di speranza e disillusione. Di gioventù. E basta.

Il dito indica lì, dove non importa. Noi lo seguiamo.

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