
Cinema
L’edging del cinema contemporaneo
La struttura che ti toglie il tuo orgasmo narrativo
A cura di
Ofelia Mura
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Sono di nuovo seduta su una poltroncina di un cinema di Roma un mercoledì pomeriggio, circondata da ultrasessantenni che non mettono il silenzioso al telefono. Ma, stranamentem la mia insoddisfazione non si riconduce a loro: da qualche tempo trovo i film contemporanei – anche di autori e registi senza dubbio talentuosi – insoddisfacenti.
E la colpa sembra essere della struttura narrativa che hanno scelto. Chi avrebbe mai pensato che mi sarebbe mancata la narrazione in tre atti?
Fin dagli antichi greci le storie si sono costruite così:
- Atto I – contesto, personaggi, rottura dell’equilibrio.
- Atto II – quest, difficoltà, peripezie.
- Atto III – risoluzione e ritorno allo status quo.
Anche la loro durata era piuttosto standard: il colpo di scena intorno al 29esimo minuto (variando con la lunghezza del film).
Forse era una struttura usata e abusata, l’ho pensato spesso. E invece adesso mi manca come l’aria, perché garantiva un’evoluzione, un percorso, un climax.
Prendiamo come esempio gli ultimi tre film di quest’anno in cui ho notato questo fenomeno: One Battle After Another di Paul Thomas Anderson, Frankenstein di Guillermo del Toro e Dracula di Luc Besson.
Tutti e tre partono con un inizio splendido: i personaggi funzionano, il loro universo anche, attori e regia sono in piena forma. C’è energia, un grande potenziale.
Poi la storia avanza: c’è azione, movimento, episodi, personaggi che si spostano da un luogo a un altro… e poi boom finale accrocchiato e titoli di coda.
È come se il film si limitasse a una lunga promettente rincorsa senza mai trasformare davvero i personaggi o raggiungere un culmine emotivo.
In pratica è come se, colti dalla passione, tu e il tuo nuovo flirt correste in casa, lei ti buttasse sul materasso, iniziasse un sensuale spogliarello ai piedi del letto, accarezzasse un po’ il pomello di metallo… poi si rivestisse e salutasse. In una parola: edging.
La struttura, il ritmo e le proporzioni delle fasi sembrano sbilanciate: resta addosso la sensazione di un eterno inizio che non parte mai davvero e non ti disseta sul serio. Non è più un climax narrativo ma una linea orizzontale con qualche fuoco d’artificio.
Le ragioni di questa scelta, per molti registi, immagino siano molteplici:
- – L’influenza crescente delle serie tv, dove gli eventi sono più episodici e diluiti;
- – Il momento critico per il business del cinema, che forse spinge verso scelte di montaggio più omogenee e “sicure”, anche nei film d’autore;
- – L’attention span ormai stracciato del pubblico.
Mi chiedo solo se questa tecnica, forse ideata per “salvare” i film, non li stia invece affossando ulteriormente agli occhi del pubblico. Un po’ come la strategia dei musical a sorpresa per diluire le trame: ti siedi per il sequel di Joker e… per Dio, cantano nove minuti su dieci, e nel trailer non c’era.
Mi chiedo solo se sono l’unica a essere fisicamente frustrata da questo fenomeno. Citando Lily Allen:
“It’s not fair, I think you’re really mean, you’re supposed to care but you never make me scream”.



