Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 6

Sulaymaniyya / Silêmanî

L’altra sorella

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


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Sono due giorni che vomito di continuo. Forse non ho digerito il pollo del Family Mall, pseudo Luna Park di Erbil. Impavida, l’ho condito con tre giri sullo Sky Rider: una gabbia metallica appesa a un braccio meccanico che mi capovolge, ribaltando la città, un tempo sotto i miei piedi. Non so più dove sia il cielo: sotto, sopra, dentro di me. Per qualche minuto la libertà e la prigionia coincidono, sospese sullo stesso asse di rotazione. Pessima idea, penso, mentre ascolto il mio stomaco che si è fatto archivio viscerale di tutto ciò che non voglio ricordare. Mio cugino Bestun, sua moglie e la loro figlia mi aspettano in macchina, sotto casa. È ancora presto: da Erbil a Sulaymaniyya servono tre ore di strada, e altrettante per tornare indietro. Prima si parte, dunque, meglio è. Pallida, saluto mia cugina Marwa — famosa per disertare ogni gita di famiglia — e salgo in macchina. 

Anche il Kurdistan ha il suo stomaco: pieno di ricordi non digeriti, frammenti di guerra, di diaspora, di speranze ancora crude. Proprio come il mio, brontola, e lo sento a ogni curva, come se questo viaggio fosse per entrambi un rito di espulsione. I monti Zagros ci affiancano, guidandoci verso la destinazione, come una colonna vertebrale che tiene insieme due metà dello stesso corpo. All’altezza della diga di Dukan ci fermiamo. L’acqua è immobile, turchese, sembra vetro fuso. Incontriamo un vecchio che ci dà da bere una bibita ghiacciata. “Sotto la superficie — dice lui — dormono interi villaggi”. Indica il bacino e racconta: “Lì sotto c’erano moschee, case, persino un cimitero”. Non so se parla per nostalgia o per fede, ma qui in Kurdistan le due cose, spesso, coincidono. Riprendiamo la marcia. Il paesaggio si stringe, i monti si avvicinano come se volessero chiuderci dentro. Azmar, Goizha, Qaiwan: tre montagne come tre sentinelle a guardia della città. Durante la guerra contro Saddam, quelle rocce ospitavano rifugi e ospedali improvvisati, scavati nella pietra viva. “Dentro queste montagne c’erano le basi operative dei Peshmerga”, racconta Bestun. “Là, un posto di blocco del regime… e quella vetta, un tempo, aveva un altro nome, ma nessuno osa più pronunciarlo”. Il viaggio diventa una geografia orale, una mappa di voci e ricordi tramandati. Oggi quelle che vedo sembrano solo montagne, ma se mi concentro posso ancora sentire l’odore di zolfo e di preghiera, di fatica e di silenzio. Ogni volta che la strada curva, anche la memoria affronta un tornante e non mi porta mai dove pensavo di arrivare.

Sfrecciando accanto a questi monti, io che mi aspettavo solo roccia, sento invece lirica. Sento poesia, amore, rivoluzione. Come se tra le fenditure della pietra si nascondessero ancora le parole di chi ha combattuto, di chi ha amato, di chi ha scritto con il corpo e di chi lo ha fatto con l’inchiostro. Abdulla Goran, poeta della città dove sto per arrivare, è considerato il padre della letteratura curda moderna. Nei suoi versi, la montagna non è soltanto rifugio o campo di battaglia: è il luogo in cui il sacrificio si fa canto e in cui  il canto si fa arma pacifica, sopravvivenza, eredità:

Io vado, madre. Se non torno, sarò fiore di questa montagna, frammento di terra per un mondo più grande di questo. Io vado, madre. Se non torno, il corpo esploderà là dove si tortura e lo spirito flagellerà, come l’uragano, tutte le porte. Io vado, madre. Se non torno, la mia anima sarà parola per tutti i poeti.

Sulaymaniyya in arabo, Silêmanî in curdo: il nome deriva da Sulayman, “uomo di pace”, lo stesso Salomone biblico e coranico. Fondata nel 1784 da Ibrahim Pasha Baban, Sulaymaniyya nasceva come centro amministrativo e culturale di un vasto territorio curdo orientale, governato dai Baban fino alla metà del XIX secolo. Loro promossero la costruzione di scuole, moschee e un piccolo palazzo di governo, trasformando la città in un polo intellettuale e culturale. Anni e anni dopo — al mio arrivo — il traffico è disordinato e l’odore della benzina si mescola al fumo che sale dai caffè nei cortili. La città respira a un ritmo lento ma teso, sospesa tra melanconia e resistenza, tra il peso della memoria e la leggerezza del quotidiano. Anche Sulaymaniyya — come Erbil — è un luogo in cui passato e presente convivono: i mattoni dei vecchi palazzi si mischiano alle insegne moderne, le università affiancano caffè che odorano di chai e carta stampata, ogni angolo ha la sua memoria. Entriamo in un caffè per bere qualcosa: pareti color sabbia, ventilatori cigolanti, fumo sospeso, tazze che tintinnano come monete. Fuori, le macchine passano rumorose come sciami di metallo. Le scritte sui negozi sono in sorani, ma un sorani diverso da quello di Erbil: più melodico, più curvo, come se le parole si piegassero su se stesse per non ferire.

Per tutto il viaggio e al mio arrivo ho un’impressione che mi batte dentro la testa. Mi sento come al centro di un salotto durante una cena di famiglia, circondata dalle grida di due ragazze: due sorelle. Portano lo stesso sangue, eppure sono completamente diverse. Una alta e audace, con lo sguardo sempre rivolto verso l’alto, pronta a conquistare ogni spazio; l’altra fiera nella sua profondità, con lo sguardo calmo, che osserva e comprende il mondo senza misurarlo. Si rincorrono, si spintonano, ridono e piangono. A volte si ignorano, a volte si abbracciano all’improvviso. Sempre insieme, sempre in contrasto. Erbil e Sulaymaniyya. La prima allunga le braccia per toccare il cielo; la seconda si stende sul prato e accarezza ogni dettaglio intorno a sé. Due ritmi diversi, due sguardi distinti, due modi di respirare lo stesso cielo. Erbil è la capitale politica del Kurdistan iracheno, il centro del potere del PDK. La città cresce in verticale: grattacieli di vetro, hotel di lusso, centri commerciali scintillanti. È costruita sul business e sulla stabilità, con la Cittadella restaurata che si mostra come biglietto da visita per il mondo intero. Erbil parla di futuro, di sviluppo, di crescita economica esibita: una città che sale verso l’alto, verticale in ogni senso. Sulaymaniyya, invece, è la capitale culturale, bastione del PUK. Si distende orizzontale, con strade basse, cortili nascosti, mercati che pulsano di vita e dialogo. È la “città delle parole”: dei giornalisti, dei poeti, delle proteste civili, delle biblioteche che custodiscono saggezza e memoria. Qui il profitto è parola, memoria, relazione. Una moneta fragile, ma ancora circolante. Due idee di libertà: una sale verso l’alto, l’altra si espande nella valle. Due città, due società, due visioni del mondo. Due sorelle. 

  Si dice che Sulaymaniyya sia la città più “libera” del Kurdistan iracheno: più laica, più aperta, più critica verso i partiti, più incline a mettere in discussione tutto. Ma la libertà ha il suo prezzo: salari pubblici irregolari, disoccupazione diffusa, pochi investimenti nelle infrastrutture. Eppure, la città respira un’energia unica, fatta di orgoglio, ironia e resilienza. Arriviamo al Bazar principale della città che si estende tra la Malawi Street e la Goran Street: i venditori gridano i prezzi, le bancarelle offrono frutta, spezie e tessuti. Teste di agnello rotolano sulla strada e finiscono tra i miei passi, come una palla che, da bambina, ti passa tra le gambe: un innocente contropiede che qui sa di sangue e mercato. Io divento particolarmente attratta da una fila lunga di bancarelle che espongono una quantità infinita di lame di ogni misura: sottili, larghe, lucenti, pesanti, sfiancate. Coltellini, coltelli, coltellacci; una passione che ho ereditato da un altro curdo, mio padre. Poi corro verso il settore dell’antiquariato, affondo le mani in manciate di monete arrugginite, che conservano valore: sono le monete degli anni passati, dei regimi passati, delle storie passate. Afferro una banconota verde: c’è Saddam sopra. Come è ironica la storia: il volto del dittatore, ormai sbiadito, è trasformato in moneta che non può essere più spesa, in faccia logora che nessuno guarda più. Vale poco, e con quel poco me la intasco. 

Mio cugino mi porta a vedere la Grande Moschea di Sulaymaniyya: si erge maestosa nel cuore della città, in un equilibrio di pietra e di luce. Le sue cupole verdi azzurre tagliano il cielo come frecce delicate, mentre le pareti bianche riflettono il sole pomeridiano con un bagliore caldo. L’ingresso è imponente: ha grandi archi che sembrano accogliere chiunque e, all’interno, il silenzio è un rumore collettivo. Ci sono tappeti dai colori intensi e colonne eleganti che sostengono la volta, come se l’aria stessa fosse tessuta di devozione. Sedute a terra, le persone si scambiano parole, discussioni, sorsi di chai e dita che scorrono sui tasbih. Io vado a prendere l’acqua che la moschea offre, mi ci bagno la faccia. È gelata e in un secondo mi cura il caldo, la nausea, i passi, la stanchezza. Poi, mi rigetta fuori dalla moschea, dandomi altre direzioni. 

Arriviamo a Salim Street, il cuore pulsante di Sulaymaniyya. Librerie, caffè, sale da chai, mercati che odorano di spezie e tè nero, muri decorati con graffiti e citazioni. Le persone parlano, discutono, sorridono con leggerezza anche quando la vita pesa. I giovani leggono e scrivono versi sui tovaglioli, gli anziani raccontano storie della città e del Kurdistan con voce lenta, che riempie lo spazio di memoria. Il ricordo di Sherko Bekas, il poeta più amato, è ovunque: sui muri, nei manifesti, nelle tazze di chai. Il suo sguardo calmo sembra osservare la città: magari la poesia non cambierà il mondo, ma ne rallenta sicuramente la caduta. Sulaymaniyya è così: fragile e forte, ironica e seria, sospesa tra memoria e futuro, dove ogni gesto quotidiano diventa poesia, e ogni parola diventa verso sospeso che continua a vibrare. Camminando tra le vie strette, tra il rumore dei motorini e il tintinnio dei bicchieri, le parole di Bekas si sovrappongono al respiro della città:

Mia città, quando ti penso, mi sanguina la lingua. Hai mille ferite e nessuna benda. Sei fatta di montagne e di versi, di pietra e di nostalgia. Ogni casa è una parola, ogni strada una poesia interrotta. Ti hanno chiamata “uomo di pace”, ma la pace qui dorme tra le macerie. Io non ti abbandono, perché ogni tuo dolore è una lettera del mio nome.

Questa sorta di cena di famiglia è finita. È tempo di tornare a casa. Le due ragazze si rinchiudono ciascuna nella propria stanza, lasciandosi alle spalle una tensione che oscilla tra ambizione e memoria, tra cemento e poesia. Noi facciamo lo stesso, riprendendo la via del ritorno. Le luci dei freni si riflettono sull’asfalto, due file di macchine ferme: una in direzione Erbil, l’altra verso Sulaymaniyya. Io – piccola là in mezzo – mi ritrovo a scorrere nel materiale sanguigno che attraversa i cordoni ombelicali di queste due sorelle che, proprio come me, non riescono mai a prendere sonno. 

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