
Cronache da Erbil – Capitolo 3
Famiglia / Xezan
Tu sei figlia mia
Un racconto di Anna Aziz
Ho la testa bloccata tra il braccio e l’avambraccio di mia zia Narmin. Io seduta a terra, lei comoda sul divano alle mie spalle. Con poche semplici manovre preme sulla mia schiena. Gira il palmo su un nodo gigante sotto la spalla. Lo scioglie, piano piano. Io, spavalda, durante il giorno cerco di nascondere il dolore del materasso su cui dormo ormai da un mese. Ma la verità è che il mio collo è bloccato. Lei se ne è accorta e, senza chiedermi il permesso, lo cura. Dopo avermi braccata una ventina di minuti, mi lascia andare soddisfatta. Provo a rialzarmi, ma subito vengo riacchiappata “Sdraiati sulla pancia”, mi dice mio cugino, alto il doppio di me. Mi sdraio obbedendo. Per un attimo penso che mi camminerà sopra la schiena. Mio babbo, da quando sono piccola, mi chiede di farlo: un tipico massaggio curdo, un po’ equilibrista ma molto efficace. Invece no. Stringe i pugni e li mette ai lati della mia spina dorsale. Con tre scatti forti e decisi spinge. Io affondo nel divano e smetto di respirare durante i secondi in cui la mia schiena accusa la pressione.
Riparto subito quando molla la presa. Dopo questa spa improvvisata nel salone di casa di Narmin mi sento riavere. Sono pronta a tornare a dormire per terra. Lì mi aspettano le figlie dei miei cugini e il resto della famiglia. Si dorme tutti insieme. Ma prima di dormire si guarda un film. Le piccole scelgono sempre la categoria Horror. A me fa ridere come riescano a guardare le scene più cruente, sanguinolente e terrificanti senza battere ciglio, divertendosi. Eppure girano subito il viso, coprendosi gli occhi come disgustate, quando i protagonisti — spesso vampiri, demoni o zombie — lentamente si avvicinano, si guardano e si danno un bacio sulla bocca.
Questo primo mese mi ha ricordato quanto sia grande la mia famiglia. Quando ancora c’erano i miei genitori siamo andati a salutare tutti i parenti sparsi tra le varie case. Siamo più di cinquanta e ogni incontro è stato un microcosmo rumoroso e vivace. Sì, perché in Kurdistan — come del resto ovunque — non puoi semplicemente “passare a salutare”. Ognuno ti vuole a pranzo, a cena, a dormire con sé. Ogni giorno hai una destinazione diversa. A pranzo dallo zio Najad, dove il venerdì si riuniscono tutti; a cena da mio cugino Bestun, mentre discutiamo di come io possa ottenere il passaporto iracheno e lui il visto italiano, al fresco nella casa di famiglia in montagna a Shaqlawa. E il giorno dopo ancora: prima a pranzo da mio cugino Blnd, poi a cena da Halala, dove ti aspettano le dolma — fidati, le migliori al mondo — avvolte in foglie profumate. Ti riempiono lo stomaco e il cuore.
E così vai avanti, di casa in casa, di piatto in piatto, senza fermarti davvero, lasciandoti trasportare da tutto quello che succede intorno a te: voci, risate, passi veloci, abbracci che si sovrappongono. Ti senti travolta, quasi schiacciata. Eppure incredibilmente a casa. Capisco che la confusione possa far girare la testa. A volte ci si sente persi anche in famiglia, in questo labirinto caotico di vite intrecciate. Ma c’è un filo rosso a cui aggrapparsi: l’affetto, il calore. Con questo possiamo affrontare qualsiasi giornata. E adesso partiamo dalla mattina.
Quando mi alzo, in qualsiasi casa sia, la prima cosa che sento è il profumo del chai, il tè al cardamomo che mi accompagnerà per tutta la giornata. Il suo aroma mi fa alzare in piedi, mi stropiccia gli occhi assonnati e mi aiuta a camminare verso la tavola già imbastita di ogni delizia immaginabile. Dopo un mese di prove, sono arrivata alla conclusione che qui la mia colazione preferita necessita di tre cose: samun, kaymak e hangwin. Il primo termine si riferisce al tipico pane iracheno a forma di losanga o di foglia. Il secondo non è un formaggio, bensì una vera e propria crema di latte che si scioglie in bocca. Il terzo è il miele, rigorosamente fatto in casa. Con la giusta energia ci si veste e si esce. Andando a fare visita ai tanti fratelli e sorelle di mio babbo, ho imparato che qui esiste un vero e proprio protocollo dell’ospitalità. Rigido, intransigente, a cui non potrai sottrarti nemmeno volendo.
La prima cosa che ti viene servita è l’acqua fredda, antidoto a questi 40 gradi inattaccabili anche adesso che è ottobre. Come in un tango maledetto, segue a ruota il chai bollente. Dicono che, proprio perché incandescente, serva a riequilibrare la temperatura interna. Ma la verità è che è semplicemente irresistibile e questo è quanto. Poi arriva la frutta e strani biscotti con dentro un concentrato di datteri. Io non li amo particolarmente, ma qui piacciono a tutti. Infine, i miei preferiti: i semi. Semi di girasole, di anguria, di zucca, ceci tostati, pistacchi ricoperti da una patina che pizzica la lingua. Ti godi tutto questo sedendo per terra, in un cerchio di racconti e discussioni — più o meno accese — che ti riscaldano. Mentre in cucina senti le pentole bollire, le mani cucinare, un’interminabile danza che si prende cura e che sforna le migliori delizie, tutte contemporaneamente su una velina che copre il tappeto e funge da tavola. Si mangia per terra, si discute per terra, si dorme per terra. Abituati. Dopo che tutti hanno finito si sparecchia, si raccartoccia la velina e si pulisce tutto. Il pomeriggio è appena iniziato ed è, ancora una volta, l’ora dell’acqua fresca, della frutta, dei biscotti e dei semi. Ancora una volta, l’ora del chai.
La mano di mio zio Fahradin batte forte sul tavolo. “Bist!” urla soddisfatto. Sono venti punti a Domino. Il massimo che puoi fare. E lui è parecchio bravo. Sono sempre stata accanto a mio babbo quando giocava. Ora che lui non c’è, continuo a farlo, cambiando giocatore ogni volta. Sebbene tutti tengano le tessere nello stesso modo, ognuno ha il proprio stile nel giocare e nello scrutare gli avversari. Ognuno, una diversa strategia. L’unica cosa in comune è che a tutti piace vincere e che nessuno ama perdere. Dall’altra parte del salone, le mie cugine parlano fitte. Discutono di amore, di sogni, molto di fatti altrui e ridono, ridono di continuo. A fare da sottofondo uno strano Grande Fratello iraniano, alla televisione.
Una vera e propria diretta in cui alcune famiglie sono seguite h24: li vedi cucinare, costruire, fare le stesse cose che stai facendo, hai fatto o farai tu. Io studio arabo di continuo, ma spesso finisco per osservare gli altri, sbirciando da sopra il libro. Di pomeriggi, ormai, ne sono passati un po’. Uno l’ho trascorso in un salone di bellezza accanto a casa di zia Narmin — uno di quei posti in cui nessuno, ne sono certa, avrebbe mai messo piede. Anche questa, ovviamente, è stata un’idea di mia madre: la grande intuizione di tagliarsi i capelli in Kurdistan. Ne siamo uscite io con un wolfcut anni ’70 e lei con un caschetto che, a dire il vero, le sta pure bene. La chioma folta con cui ero arrivata è diventata un insieme di scalature imprevedibili. Ma come mi ripetono le mie zie, per consolarmi: “Almeno adesso, Anna, hai uno stile”. Un altro pomeriggio l’ho passato a correre, seguendo mio cugino Bestun, da una stanza all’altra dell’ufficio di pubblica amministrazione che rilascia i documenti di identità. Perché sì, alla fine io e lui — dopo aver tanto discusso — abbiamo trovato una soluzione per la mia doppia cittadinanza e, forse, anche per il suo visto. “Perché vuoi prendere la cittadinanza?” mi continuano a chiedere tutti gli ufficiali che incontro. “Perché anche io sono curda”, rispondo, ma poi mi correggo: “Perché mio padre è curdo”. Ed è allora che si tranquillizzano davvero. Correre tra quelle stanze mi ha emozionata. Davanti alla fotocamera avevo infatti un sorriso gigante, che si è allargato sempre di più quando – ormai era sera – un uomo alto e baffuto, con due occhi profondi, si è avvicinato a me con la carta e l’ho potuta stringere tra le mani.
Quando qualcuno ti passa la shisha, è consuetudine, prima di prenderla, battergli leggermente sul dorso della mano. Un gesto rapido, quasi impercettibile, ma sempre presente. Io e mio cugino Hardi ci scambiamo questi tubi lunghi. A volte sono rivestiti di pelo, altre volte avvolti da una capsula di ghiaccio, a seconda del design dello strumento e dei gusti personali. A noi due piacciono le shisha ghiacciate. Quando usciamo insieme è il nostro passatempo preferito. Copio sempre il suo ordine, condividiamo il narghilè e, come lui, mi godo il fumo sorseggiando il chai. Ghiaccio e bollore: un ossimoro che ti farà perdere la testa. Le sere trascorse nelle caffetterie ti mettono al centro di una popolazione che brulica, vivace.
Il mio posto preferito è proprio sopra il Qalat, nella parte antica della città. Ai miei cugini, invece, piace la zona nuova, quella moderna, piena di locali e grattacieli. Ci scambiamo storie, opinioni, segreti, modi di vivere. Ci chiediamo consigli, ci incoraggiamo a vicenda. Ad Hardi avrò già chiesto aiuto per almeno cento cose: riparare un anello schiacciato da una macchina, trovare un lettore CD, noleggiare un’auto, portarmi in libreria per una grammatica araba introvabile. Con queste e mille altre scuse sfrecciamo sulla sua macchina. La musica a tutto volume, cantiamo e balliamo come non faccio con nessuno.
Un’altra sera che non dimenticherò mai è stata quella in cui le mie cugine mi hanno portato dalla sarta che avrebbe cucito i miei due nuovi vestiti curdi. Il Kras Kurdi, diverso per uomini e donne, è un abito composto da tre strati. Il primo è una vestaglia di seta a tinta unita. Forma la base e disegna la silhouette. Il secondo è un vestito con maniche molto lunghe e ampie, da annodare dietro la schiena. È realizzato in tessuti più pesanti, spesso ricamati con perline che creano piccoli fiori.
Il terzo è una specie di mantello, con maniche più corte, dentro cui far passare quelle lunghe del vestito precedente. Quel pomeriggio avevamo scelto le stoffe al bazar e, contrattando sfrenatamente sul prezzo, ci siamo portate a casa chili di stoffa. Ho scelto due colori che sentivo miei: il blu profondo del mare e l’oro caldo del deserto. La notte, rigorosamente dopo cena, siamo andate in comitiva in quella casa a pochi metri da dove abita Narmin. Al piano di sopra si trovava la sarta — o meglio, le sarte — un gruppo di donne che, parlando fitte tra loro, in un attimo mi hanno circondata, svestita e, posando le stoffe sul mio corpo, mi hanno preso le misure. Due giorni dopo i vestiti erano pronti: scintillanti, perfetti, bellissimi. In quello specchio, in cui tutte guardavamo, c’era un vero e proprio sogno tessuto a mano.
Dopo un mese di roulette di letti, dopo questo continuo trasloco da una casa all’altra, mi sono stabilizzata da Marwa. Dormo con lei in un gigante king-size dove le coperte di pelo si mescolano ad una gelida aria condizionata. Il collo non è più bloccato e piano piano sto costruendo il mio equilibrio. Ciò che, in questo mese, ha curato il mio sballotamento è stata una bussola. Non una mappa, non un orologio, non una regola. Una frase, piuttosto, che mi arriva da tutti e da tutte, come un filo invisibile che mi tiene insieme. “Tu sei figlia mia”. Me lo dicono ovunque, non solo in famiglia. Me lo dice la mia maestra di arabo dopo avermi rimproverato per la pronuncia toscana della ح. Me lo dice il tassista che mi parla mentre la città scorre fuori dal finestrino. Me lo dice il tabaccaio dove prendo il mio solito pacchetto di Marlboro alla fragola. Parole che arrivano come carezze. Parole che riparano il vuoto. Parole che mi fanno sentire intera, radicata. Anche adesso che è notte, anche adesso che la giornata finisce.
Vado a leggere qualche altra riga di arabo giù nel salone. La casa è in silenzio. L’unico rumore è quello della teiera che bolle. Quasi quasi bevo un altro chai, ho pensato.











