Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 14

Dahuk / Dihok

L’ultimo passo non è l’ultimo 

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


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Erbil–Dihuk è una distanza corta solo sulla mappa. È un tratto che si misura in posti di blocco, curve, montagne che ti intrappolano, domande ripetute e case del chai sdraiate ad aspettare su strade di polvere. Il confine interno del Kurdistan oltre alla sua carica simbolica, è fatto di cemento, sbarre, uomini armati. Le guardie tengono la balaclava tirata fin sotto gli occhi: restano visibili solo le pupille, che fanno il lavoro sporco della frontiera. Ogni checkpoint è un riavvio: si riparte uguali e diversi. Le macchine rallentano, i corpi si irrigidiscono, la lingua si sceglie con attenzione. Qui non importa solo chi sei, ma anche come lo dici.

Io, Rewan e Hoshmand avanziamo lentamente, in coda dietro a chi aspetta l’ok della guardia. Di solito succede così: le voci dentro l’auto si abbassano da sole, come se qualcuno, da fuori, girasse la manopola del volume di ciò che accade dentro. “Basta questa carta?”, “No, tira fuori anche il passaporto”, “E io come faccio? Ho solo la tessera dell’università”. Freniamo. Un uomo si piega fino al finestrino, abbastanza vicino da entrare nella vettura. Rewan prende parola prima che qualcuno gliela chieda: lui e Hoshmand sono curdi mentre io, la cugina che arriva dall’Italia. “Sei curda?” mi chiede, scrutandomi con i suoi occhi scurissimi. “Curda–italiana”, rispondo. Mi osserva meglio. La kefiah — in Kurdistan chiamata şemax — rossa e bianca al collo, non combacia con il resto: jeans, maglietta, maglione. “E allora perché, se sei curda, indossi la şemax così?”. “Kak, curda” dico toccando la stoffa, “e italiana” aggiungo indicando i jeans. Ride. Ci lascia passare. “Andate”. Per quei due minuti, l’identità è una battuta riuscita e il confine, per un attimo, un gioco in mano a chi ride. 

Parcheggiamo a Dihok, o Dahuk, come la chiamano alcuni, Nohadra in siriaco. Fino agli anni Settanta era solo un villaggio di poche migliaia di abitanti, adagiato su una valle e ferito da un piccolo torrente, punto di transito da Mosul verso le montagne del Nord Iraq. Oggi la città è cresciuta tanto: più di trecentomila abitanti vivono tra strade strette, case di cemento e bazar affollati, mentre la superstrada che la attraversa conduce ai monti del nord fino alla Turchia. Dihok non brilla per architettura storica, ma la sua forza è la natura che la circonda. Le montagne si stringono attorno alla città, la attraversano.

Qui, tra cemento e verde, storia antica e città in espansione, mi assale subito quella sensazione familiare, che da cinque mesi mi segue ovunque: la sospensione tra ciò che è stato, ciò che resta e ciò che si trasforma. È un effetto immediato, quasi fisico, che mi prende alla testa e mi costringe a muovermi lentamente, a guardare ogni pietra, ogni volto, come se quello che vedo mi stesse interrogando. Giunta a Dihok, non sono arrivata: sono solo a un passo dal prossimo strato di storia o dal prossimo respiro che legherà montagne, fiumi, città e abitanti, in un equilibrio fragile e sorprendente che sembra non spezzarsi mai.

Da settimane dico a Rewan che voglio andare a bere il chai nella caffetteria dei Peshmerga a Dihok. Lui non la conosce, ma in questo sabato, a due giorni dalla mia partenza, ha deciso di portarmici davvero. Viene con noi anche Hoshmand, amico di Rewan e mio compagno di classe per un giorno durante quella lezione all’università che ti ho raccontato un po’ di tempo fa. Il chai dei Peshmerga non dista nemmeno duecento metri dal nostro arrivo, così ci ritroviamo davanti alle sue finestre aperte sulla strada, quasi subito dopo essere scesi dalla macchina.

Arrivati, ci affacciamo cercando lo sguardo di qualcuno, come per chiedere il permesso di entrare. In un istante un uomo esce con un sorriso e ci invita a sedere. Le pareti del bar sono interamente ricoperte di fotografie. Volti in file ordinate, decine di occhi che guardano in silenzio. Ciascun ritratto ha la rigidità di uno schieramento, la compostezza di un esercito. Ma qui non ci sono ordini da seguire, né marce da rispettare: ogni volto racconta tempo, fatica, resistenza. Rewan e Hoshmand camminano davanti a me, avanzando tra questi volti e tra piccole vetrine che custodiscono gli oggetti dei martiri. Un Nokia, un tasbiah, un coltellino svizzero. Uniformi, passamontagna, bandiere. Un fucile. Una lettera.

Ogni oggetto è un frammento di storia, un segno tangibile delle vite che hanno difeso queste montagne e delle morti che le hanno attraversate. Le panche dove sedersi sono attaccate ai muri e davanti hanno dei piccoli tavolini, ognuno con sopra un posacenere e qualche tazza di chai. Seduti ci sono tutti uomini, chi più vecchio, chi ancora giovane. Ho pensato che tra loro potessero esserci anche i familiari, gli amici di chi ci circonda adesso nei ritratti. Come un ritrovo, delle semplici ore insieme. Come se si potesse costruire un ponte capace di superare tutto, qualsiasi tempo di vita o di assenza.

Dentro il calore del chai, quegli occhi sembrano non solo di un esercito in marcia, ma di una comunità che insiste, si ritrova, resta viva e conserva la propria storia. Pure in un bar di Dihok, archivio di carne e di ossa all’angolo della strada. 

Non posso visitare una città senza volerne conoscere le vene più profonde. Qui in Kurdistan il cuore pulsante dell’urbano risiede nei bazar. E io dei bazar, come tu sai, ormai non posso più fare a meno. Entrarci significa scorrere. Scivolare dentro a una corrente di corpi, voci, odori, movimenti con cui un territorio si presenta.

Puoi vedere non solo come si vende e come si compra, ma anche tutto il resto che ruota attorno: i fatti successi, i problemi da risolvere, le cose da fare, i giudizi su qualcosa, su qualcuno. Vedi e senti tutte le vite che si trasportano, che si scambiano in quei due minuti di acquisto, e che poi subito dopo si rimettono in borsetta, per trattenerle ancora una volta dentro di noi. Nel bazar di Dihok mi attrae una fila di negozi che vendono tutti coltelli. Distese di lame, su pezzi di tessuto che ne amplificano la luminosità. Poi una decina di macchine da cucire, che non sento fermarsi un attimo, cuciono patch e divise militari dalla stoffa spessa.

Altrettante, lavorano vestiti di brillanti, perline e metri e metri di morbida seta. All’angolo del bazar, c’è il settore  in cui sono scambiati i soldi. Uomini dall’espressione annoiata, appoggiati a casse di vetro contenenti banconote di tutte le nazionalità. Poi altri tavolini bassi attorno ai quali sedersi per il solito chai. Ma adesso basta scorrere. Ci dicono che il migliore Kebab di Dihok è fuori dal bazar, girando a sinistra, in fondo, in fondo alla strada. Seguiamo il consiglio e iniziamo a camminare nella direzione giusta, ma ancora dopo venti minuti, del miglior kebab non c’è nemmeno l’ombra.

“Ma dove ti hanno detto di andare?” chiedo a Hoshmand, “Hanno detto di uscire, girare a sinistra e continuare ad andare avanti, ma a questo punto non so quanto avanti ancora dobbiamo andare”. “Guardate, tra un po’ siamo arrivati ai confini di Istanbul!”. Ed è con il sarcasmo di Rewan che finalmente, ci ritroviamo davanti al ristorante.

So che Dihok è l’ultima tappa di questo viaggio, di questi cinque mesi. E mi sembra di trovarmi ai confini non solo del Kurdistan iracheno, ma di me stessa: della mia emozione, della mia felicità di partire, della mia voglia di restare. Sono ai confini dell’ultimo. Guardo tutto con lentezza mentre mi ci muovo veloce, perché il sole comincia a scendere e il tempo a scadere.

Ogni gesto sembra l’ultimo gesto, ogni strada l’ultima strada, ogni sguardo un ultimo sguardo. So che non lo è. Ogni colore, ogni suono, ogni istante qui si stratifica, si deposita, si accende. Quando ripartiamo con la macchina, la strada inizia a snodarsi tra le montagne, salendo e scendendo senza tregua. Le curve si succedono, strette e ripide, come se cercassero di trattenerci, mentre il vento urta il finestrino e solleva polvere dai villaggi lungo il percorso, mescolandoli ai miei ricordi. Il paesaggio si fa sempre più scuro, i profili delle montagne si confondono nella notte e le luci dei villaggi lontani diventano punti fissi in un mare di ombre. Fuori, tutto si restringe; dentro, resta. L’ultimo passo non è l’ultimo: è solo quello che mi permette di portare tutto con me, mentre la strada continua e il buio copre piano ciò che non finisce.

Chiudo la portiera della macchina, abbraccio Rewan e vado in camera. La valigia è aperta da qualche giorno, ognuno di questi l’ha vista riempirsi sempre di più. Io, invece, la vedo sempre più vuota. Come se la svuotassi con gli occhi, come se non ci volessi mettere niente. Invece, ci sono i miei libri, i miei tasbiah, i miei vestiti curdi, stoffe morbide del bazar e fogli asciutti di parole scritte. Stando seduta davanti a questa gabbia di cose da riportare indietro, rimango in silenzio. Il tempo mi pesa.

Nelle mani ho un po’ di coltelli, alcuni li metto in valigia e ascolto il suono del metallo che sparisce quando li avvolgo nelle maniche delle camicie. Un altro, invece, lo faccio scivolare tra i denti, per chiudere questa dannata valigia, per questo ultimo passo e per tutti i nuovi primi passi di chissà quando. 

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