Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 13

Credere / Bawer

Sassi sul vetro 

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


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Al-Fajr — Alba

Sento mio zio Najad che si sveglia verso le quattro. Non cammina bene, ogni passo è un attrito, una trattativa con il corpo. Eppure si alza lo stesso, ogni notte. Lo riconosco dal rumore dei passi che strisciano sul pavimento, dal colpo secco della luce in bagno, dall’acqua che comincia a scorrere.

Prima le mani, fino ai polsi, una volta, due volte: è il wudu, l’abluzione rituale, che purifica il corpo e prepara la mente alla preghiera. Poi la bocca, il naso, il viso. Le braccia, fino ai gomiti. Bagna la testa e le orecchie. Infine i piedi, fino alle caviglie. L’acqua fredda gli sveglia il corpo prima ancora del giorno, portando con sé il senso della tahāra: non solo pulizia fisica, ma preparazione interiore, purificazione, distacco dal peso della notte, prima che ci si rivolga a Dio.

Il sole sta sorgendo assonnato, lento, eppure mio zio non è l’unico a muoversi. Quando il muezzin chiama, l’adhan risuona in tutta la  città: prima un colpo secco “Allāhu Akbar”, poi il richiamo alla preghiera, l’invito a fermarsi, a radunarsi. Come un sasso lanciato nell’acqua buia di un fiume, che cade pesante e che dipinge cerchi infiniti intorno alla sua caduta. È la prima preghiera della giornata, la salat che rompe il silenzio e che mette il mondo in moto. Se succedesse in Italia che qualcuno urlasse “Dio è grande” da microfoni udibili in ogni quartiere, qualcuno sobbalzerebbe nel letto, qualcun altro si affaccerebbe infastidito. Qui no. Qui il suono non disturba: chiama. E la comunità risponde all’unisono, ognuno dalla propria casa, ognuno dalla propria stanchezza.

Ogni moschea è un punto di incontro, un posto dove le solitudini smettono di stare da sole. È così che l’alba sveglia i credenti e li getta nelle mani di Dio. Come un gesto necessario, come un’abitudine che non si discute più. Poi mio zio torna. Si sfila le scarpe, si rimette a letto per qualche ora. Dormo, eppure sono sveglia. Ho la faccia spiaccicata sul materasso, le orecchie attaccate a quel suono che non si sente, ma vibra ancora. “E io in che braccia mi getto?” continuo a chiedermi, mentre mi stringo tra le mie stesse mani.

Al-Ẓuhr — Mezzogiorno

Bayad mi promette che non mi porterà più in moschea. Gliel’ho chiesto io. In questi mesi ne ho viste tante e comincio a sentire che ulteriori visite rischierebbero di trasformarsi in una specie di spettacolo. Io so, loro sanno. Mi si legge in faccia che quello non è il luogo che scandisce il mio tempo. Pochi minuti dopo, io, mio cugino Bayad e sua nipote siamo fermi davanti alla porta di un uomo a cui abbiamo bussato.

Lui esce, ci guarda appena, consegna a Bayad un mazzo di chiavi. È venerdì, il giorno santo. Tutti, o quasi, sono in moschea. E, dato che le promesse durano solo il tempo in cui vengono pronunciate, in moschea ci arriviamo pure noi. Non dico nulla, solo perché quando Bayad infila la chiave nella serratura di una porta piccola, nascosta tra le case, mi trovo davanti qualcosa che non avevo mai visto prima: una moschea vuota. È piena di luce, la luce verticale del mezzogiorno che entra e che cade a terra senza ombre. Bayad mi chiede di seguirlo. Attraversiamo lo spazio della preghiera, arriviamo davanti a un’altra porta, chiusa. La apre.

Dentro c’è la stanza del ghusl al‑mayyit: il luogo dove si lavano e si preparano i morti prima della sepoltura. Bayad comincia a spiegarmi cosa si fa, perché lo si fa, chi se ne occupa. Le mani che lavano il corpo, il rispetto dei gesti, la necessità di restituire dignità anche quando la vita è finita. Io gli dico che, più o meno, anche noi facciamo così. Che il senso non mi è estraneo. Lui scuote la testa: “Voi bruciate i corpi dei vostri cari” dice. “No” provo a rispondere “non se non è nelle loro ultime volontà”. E, comunque, io rispetto qualsiasi scelta dei vivi, figuriamoci quelle dei morti. Lo dico cercando di alleggerire, di strappargli un sorriso. Non ci riesco.

Mi guarda serio “Anna, sei ancora in tempo per fare la scelta giusta. Altrimenti andrai all’inferno”. Resto interdetta. “Ma no, non è vero. Io sono una brava persona, mi conosci” dico, cercando la sua logica per ragionare. “Tu sei una persona intelligente. Ma questa è la verità”. Queste parole sono le prime e le ultime, di questi cinque mesi, ad avermi causato un certo disagio che non riesco a ignorare. Decido, quindi, di tornare a casa da sola e, mentre il mezzogiorno infuoca la strada, i miei stivali scalciano i sassi che si accumulano lungo di essa e quelli che, dentro di me, non riesco a ingoiare. 

Al-ʿAṣr — Pomeriggio

Io, Rewan, Rasty e Dlovan siamo sulla via di Shaqlawa. La strada sale tra montagne che sembrano scolpite nel sole di mezzogiorno. Nessuno ha mangiato nulla dalla mattina e i nostri stomaci si accordano alle percussioni della canzone Taal di Mustafa Al-Abdullah, mentre le mani si muovono sui sedili e i piedi battono sul pavimento della macchina. Poi sentiamo la voce del muezzin, chiara e potente, anche tra le valli. I ragazzi abbassano la musica: quando il muezzin canta, non si può tenere il volume alto.

“Devo fare le mie preghiere”, dice Rasty dai sedili dietro. “E io benzina” aggiunge Rewan. Ci fermiamo a una stazione, Rewan avvicina la macchina alle pompe, mentre Rasty e Dlovan entrano nella stanza dedicata alle preghiere. Io mi sgranchisco le gambe. Entro nel bar accanto per prendere un po’ d’acqua e, quando esco, li vedo attraverso la finestra mentre pregano. I loro movimenti sono precisi: si piegano in avanti, le mani sul petto, lo sguardo si muove da un lato all’altro, poi si chinano completamente fino a poggiare la fronte a terra. Tornano in piedi, si inginocchiano di nuovo e, infine, si siedono girando la testa a destra e a sinistra per chiudere la preghiera. È una sequenza ripetuta da generazioni che attraversa il tempo.

Mi si avvicina Rewan. “E tu non preghi?” gli chiedo. “No” risponde calmo “io credo, ma non prego”. C’è qualcosa nella sua sicurezza silenziosa che mi sorprende: la fede abita i suoi pensieri, la sua attenzione, senza essere recitata. Quando Rasty e Dlovan escono, mi osservano con uno sguardo interrogativo e sorridono. Io cerco di spiegare loro che mi ero incantata a guardare quei gesti ripetersi. Un ritmo essenziale e potente, come una fila di sassi che rotolano lungo la collina: uno dopo l’altro, segnano il terreno e tracciano un percorso invisibile, ma concreto nel tempo e nello spazio. Loro mi sorridono. Poi risaliamo in macchina, rialziamo il volume e Mustafa ricomincia a cantare.

Al-Maghrib — Tramonto

Il Bazar è un alveare di suoni e gesti: voci che rimbalzano tra le bancarelle, mani che passano soldi e merci, saluti che volano veloci da un volto all’altro e che si intrecciano come fili sottili di miele. Io cammino accanto a Yasmin e Huda, che in collo ha sua figlia Maria, piccolina; questa gita al mercato completamente al femminile, mi riempie di serenità ed emozione: con loro mi sento una presenza che si muove tra le altre, come parte di una rete invisibile che tiene insieme la comunità.

Entriamo in un negozio di oro. Voglio scegliere qualcosa che mi ricordi per sempre questi cinque mesi: un piccolo oggetto che porti con sé il peso e la luce di tutto ciò che ho vissuto. I desideri si presentano come pepite tra le dita del mercante, sassi brillanti che riflettono la luce. Li guardo, li sollevo, li valuto. Ma, mentre io indugio, il muezzin comincia, di nuovo, a chiamare tutti alla preghiera.

Il viso del signore si fa serio: “Devi scegliere, non hai tempo” mi dice. Da fuori sento le serrande delle altre bancarelle scendere una dopo l’altra, come se il mercato stesso si stesse inchinando a quel richiamo. Per me non è facile decidere in fretta. Ma mia zia, con la sua solita sicurezza, indica una catena d’oro che sembra un ricamo: «prendi questa» mi dice «l’hai scelta dall’inizio». La prendo e ci vedo dentro questo tempo che sta per finire, i gesti che lo hanno cullato, la mia vita che continua nonostante tutto. La preghiera del tramonto ferma il mercato per un istante.

Le mani smettono di passare merci, le voci si abbassano, le persone sospendono tutto e si muovono come un unico corpo verso la moschea. Poi, la preghiera finisce: le mani ricominciano a scambiare, i passi tornano a misurare lo spazio. La rete della comunità che aveva trattenuto il respiro, subito lo riprende, senza interruzione. Si sta insieme per non sparire.

Al-ʿIshā’ — Notte

Arrivo in taxi davanti alla Galaxy Hall, nel quartiere Ankawa di Erbil. Sono stata invitata da amici  a ballare: una di quelle proposte che non promettono nulla e, invece, aprono una notte. Sono stranamente confusa. Da cinque mesi non entro in una discoteca e l’idea mi appare, adesso, un po’ estranea. In questo tempo, ho abitato senza interruzioni i luoghi della tradizione: gli spazi intimi delle case, i mercati, le strade.

Non mi sento pronta a sentire di nuovo quei battiti bui che passano di corpo in corpo, a immergermi in ore notturne che pulsano sotto pelle, tra occhiali da sole e respiri accelerati. Negli anni ho attraversato piste diverse, mi sono mossa sul ritmo latino del reggaeton, ho inseguito l’euforia dell’elettronica, fino a riconoscermi davvero nei bassi della techno. Se poi a quei centotrenta bpm si intreccia la strumentistica araba, il mio corpo non riesce proprio a trattenersi. La sala è un cielo artificiale che pulsa. Non c’è fuga, non c’è ribellione: c’è incontro. Mani che si sfiorano, spalle che si urtano, risate che esplodono nella folla. Ogni gesto è un piccolo slancio, ogni passo un movimento che supera i sassi della tradizione: ostacoli antichi, insegnati per proteggere, che qui i corpi imparano a scavalcare, ad aggirare, a trasformare. La danza diventa linguaggio e spazio di libertà.

Le nuove generazioni cercano di aprirsi, di vivere il proprio tempo, di abitare i propri desideri senza rinnegare ciò che hanno ricevuto. Ogni sorriso, ogni sguardo, ogni passo è una dichiarazione silenziosa: il mondo può essere loro, se lo attraversano insieme, adattando le radici alle scosse dei propri corpi in movimento. Ballare non cancella la fede: la sposta, la mette in circolo, la rende mobile. La notte diventa un rituale contemporaneo, nuovo e vivo, che palpita in quella grande sala. Io, però, vivo in un contesto familiare tradizionale, dove fare tardi non è permesso a una ragazza e so, quindi, che devo andare via. “Sei come Cenerentola” scherzano gli altri. Così, quando la musica è ancora alta, entro dentro la mia carrozza, una Corolla beige con un tassista gentile che, in silenzio, mi ascolta mentre gli racconto tutto. 

Credere, per me, ha più a che fare con la terra che con il cielo: con ciò che pesa, che sporca le mani. Mi appare reale solo ciò che è fragile, ciò che non si nasconde, ciò che trema. Quell’umanità scoperta, tenera e cruda, che mi morde gli occhi e che insiste. Se devo credere a qualcosa, voglio credere a ogni notte che fa entrare, di soppiatto, la sua alba. Come si fa entrare un amore che getta sassi sul vetro della nostra finestra. 

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