Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 12

Amore / Evîn

Mia cugina si sposa

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


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Marwa entra in casa quasi correndo, come se avesse lasciato un pensiero acceso sui fornelli. Ha gli occhi brillanti e un sorriso impaziente, di quelli che preannunciano una storia urgente da condividere. Io e lei, quando siamo lontane, parliamo poco: non riusciamo a comprimere le nostre vite dentro la geometria fredda degli schermi. Ma basta rivederci perché tutto si riallinei: niente chilometri di distanza, niente anni di tempo trascorso.

Le nostre vite stanno agli antipodi per cultura, abitudini, fede, ma camminano parallele per esperienza, ostinazione, curiosità. “Wallah, anche a me”, “Giuro, identica sensazione”: da mesi stiamo ritessendo due trame quasi uguali, ognuna cucita con un abito diverso, come due sorelle che si riconoscono senza essersi mai viste crescere. Viviamo così: mordendoci, rincorrendoci tra i tappeti di casa, mischiando l’infanzia che ci resta e la maturità che ci tocca. La notte dormiamo attaccate, come due animali mansueti; al mattino ci ritroviamo vive, rumorose, con sveglie tutt’altro che tranquille e due uova al tegamino che si raffreddano mentre chiacchieriamo. Quando una piange, l’altra le si siede accanto senza dire nulla. Quando ridiamo, invece, è un rumore unico.

Abbiamo fatto un piccolo incidente con la macchina, siamo rientrate a casa troppe volte, troppo tardi, abbiamo mentito l’una per l’altra con la stessa naturalezza, con cui mentiamo per noi stesse. Per questo ci diciamo che siamo la stessa goccia di sangue, solo caduta in due punti lontani del mondo. Quando vedo Marwa appoggiata allo stipite della porta, con quel sorriso che le sale insistente sul viso, capisco senza bisogno di domande. “Ti devo dire una cosa” dice lei con un tono leggero, pieno di aria nuova, “ho conosciuto un ragazzo che mi piace molto”. È così che la goccia, stavolta, cade nel posto esatto in cui doveva cadere.

Marwa lavora in una compagnia di logistica turca. Un giorno entra un uomo elegante. Pulito, come mi dice lei qualche ora dopo. Mi racconta che non saprebbe spiegare cosa sia stato: forse il modo educato con cui le ha parlato, sicuramente quell’aria calma che certi uomini hanno, senza nemmeno saperlo. Si sono incontrati davanti alla macchinetta del caffè: lui era passato in ufficio per salutare il manager, un suo amico. Qualche battuta, nulla di studiato, tutto naturale.

Le ha chiesto se sapesse fare le dolma e quando Marwa gli ha risposto che sua madre le cucinava meglio, lui aveva sorriso, dicendo che allora avrebbe dovuto portargliene almeno una preparata da lei, “quella la mangio io” aveva aggiunto, con una tenerezza che sfiora ma non invade. Uno scherzo leggero che, però, a Marwa è rimasto addosso per tutto il giorno.

Alla terza settimana di seguito, in cui la sentivamo parlare solo di Sukru, io e Huda, sua sorella, vogliamo conoscerlo: prima della famiglia, prima di tutti. Fissiamo per cena. Lui un po’ teso, noi due che cerchiamo di sembrare disinvolte e Marwa che ride per niente, come fa quando è felice. Loro parlano in turco — essendo Yasmin turkmena, è una lingua che a casa loro, galleggia da sempre — io, invece, non capisco nulla, ma mi basta guardare Marwa per capire tutto. Dopo me e Huda, Sukru deve incontrare i pezzi importanti della famiglia, la madre e il fratello, quelli che non chiedono parole, solo verità.

Siamo tutti emozionati. Yasmin, Huda, io e, ovviamente, Marwa più di tutti. Hama ha quell’aria seria da fratello maggiore, ma lo vedo che, di nascosto, si lascia andare a sorrisi dolci, guardando la sorella. Sukru fa capolino dalla porta con una timidezza sicura, ha una camicia blu scuro che gli riprende il colore degli occhi. Saluta la madre e il fratello di Marwa con un rispetto che si sente, prima ancora di vedersi.

Poi si volta verso me e Huda, ci stringe la mano con un sorriso trattenuto, quasi complice. Il turco torna a riempire la stanza ed è una lingua che, a volte, mi sembra una corrente d’acqua. All’inizio si parla del più e del meno — un galateo necessario — poi la conversazione si allarga: Erbil, Istanbul, il lavoro, le famiglie, i progetti. Tra una risposta e l’altra, le chiacchiere virano sulle macchine: un territorio che, a quanto pare, galvanizza immediatamente gli uomini in qualsiasi parte del mondo, permettendo loro di misurarsi, di annusarsi.

Le frasi scendono piano piano nella vita vera, come se stessimo grattando la superficie per arrivare al cuore. Poi arriva il momento in cui nessuno gira più intorno alle cose. Si svuota il sacco: si è chiari, diretti. Non ci sono fronzoli, non c’è imbarazzo. È un linguaggio diverso dal nostro: qui le emozioni non si mascherano dietro tentativi prudenti, ma si consegnano già composte, già decidibili. “In shaa Allah” dice Hama. Lo dice come un punto fermo e, mentre lo pronuncia, vedo nei suoi occhi una calma nuova. Quell’uomo è piaciuto anche a lui. Si vede, eccome se si vede.

La visita a zio Najad è un rito e un dovere. Da quando Marwa, tre anni fa, ha perso il padre, è lui il membro più anziano della famiglia, l’unico che può dare la vera approvazione a questo matrimonio. Ci presentiamo in quattro: io, Yasmin, Hama e — con un po’ di tremore — Marwa. L’aria è densa, come se ogni parola dovesse misurare il proprio peso prima di uscire. Najad e Narmin ci accolgono: tre giri di chai, uno dopo l’altro, poi le domande si fanno più dirette. “Sukru è turco?” chiede lo zio con una certa diffidenza, legata a secoli di ferite. La stanza si tende. Si discute, ci si spiega, si cercano i punti d’incontro.

A un certo punto, Najad la guarda a lungo, come se volesse pesare la sua scelta. Poi le dice “stai attenta”, fa una breve pausa e aggiunge “piroza.” Auguri. È la sua benedizione, e basta quella parola per sciogliere la tensione. Adesso le due famiglie possono conoscersi. Ma quella sera non sembrano due: sembrano tre, quattro, dieci famiglie insieme. In casa nostra entrano più di trenta persone, creando una fiumana di saluti e di abbracci. Prima il caffè, poi il chai, poi i dolci che si moltiplicano sui piatti come per magia.

A un certo punto, zia Narmin spinge leggermente il gomito di suo marito: un cenno impercettibile che significa adesso. E così Najad si schiarisce la voce e inizia la preghiera. La casa cade in un silenzio improvviso. Le mani di tutti si distendono, i palmi rivolti verso l’alto, scorrono poi sul viso in un gesto antico. Quando la preghiera finisce, Sukru e Marwa si alzano. Lui si avvicina alla madre di lei, le bacia il dorso della mano e ci appoggia la fronte; Marwa fa lo stesso con la madre di lui. Per un istante il tempo sembra trattenere il fiato e poi, come una diga che si apre, esplode un applauso. Lunghissimo, caldo, liberatorio. In quella stanza non ci sono più due, tre, quattro, dieci famiglie. Da quel momento, ce n’è una sola.

Sì, la vedo da qua la tua espressione circospetta. Anche a me è apparso tutto strano: così veloce, quasi meccanico. Entrambi sapevano già dove andare, cosa fare. Per me, l’amore vive in quell’angolo di notte che nessuno attraversa. È lì che lo incontro. Ed è lì che, puntualmente, lo perdo. Mi sfiora, mi sceglie per un momento e poi si nasconde, come un animale selvatico che riconosco dal respiro, ma non dalla forma.

Qui, invece, l’amore non cammina con il passo sospettoso che conosciamo in Italia. In Kurdistan, il tempo affettivo ha un’altra velocità: diretto, deciso. Quando due persone si piacciono, non restano a guardarsi da lontano. Marwa me l’ha detto quasi ridendo: “qui non siamo mai solo in due”. E aveva ragione. In questa terra, l’amore non appartiene soltanto agli innamorati. Entra subito nel perimetro delle famiglie, cerca approvazione, benedizioni, conferme. Non è invasione, è protezione: il modo in cui una comunità custodisce ciò che nasce.

I sentimenti trovano presto una luce, un nome, una direzione. L’amore si muove veloce, chiama testimoni, comincia a prendere posto nelle case. Come cornice e, insieme, centro di tutto, c’è la dimensione religiosa. La fede qui ti insegna che amare non è solo un’emozione: è una responsabilità, un atto che deve stare alla luce, essere riconosciuto da tutti. Il matrimonio diventa così non un traguardo da raggiungere, ma l’inizio su cui costruire. Per questo, da quando Marwa ha raccontato alla madre di quell’uomo pulito entrato in ufficio, fino al momento in cui le due famiglie si sono unite, nessuno — eccetto me — ha trovato strano che le cose si muovessero così in fretta. 

Il negozio si chiama Annabella. Dentro è completamente buio, ma sulla porta pende un grande cartello con scritto “OPEN”. Come ti ho già detto, a Erbil i blackout sono più che frequenti e io sto per entrare in una di quelle scene che non dimenticherò mai. Il negozio è un guscio nero, silenzioso, pieno di abiti eleganti che galleggiano nel buio. Al centro, un unico faretto da campeggio spara una luce bianca, quasi teatrale, che ritaglia figure e stoffe.

Due ragazze corrono subito verso Marwa, le chiedono cosa cerca; lei risponde un po’ confusa, travolta dai suoi desideri e da tutte quelle possibilità. Poi la seguo verso i camerini: teniamo la torcia del telefono accesa mentre loro le stringono il corsetto di un vestito beige, poi di uno completamente ricoperto di brillanti. Quando, però, si prova quello bianco, gli sorride più che agli altri. Ha scelto. Nel buio che ci circonda, è lei a illuminare la stanza. Da quella sera di seta e lamé sono state poi decise tante altre cose: i dolci, le decorazioni, le centoventi sedie bianche trasferite nel giardino di casa e le altrettante bomboniere.

La notte che precede il grande giorno, io, Marwa, Yasmin, Hama e sua moglie Fatima, ci ritroviamo a confezionarle: Hama mette il paclava al pistacchio e un piccolo confetto di cioccolato bianco, Fatima aggiunge un biscotto ricoperto da una polvere deliziosa, poi ancora un altro pezzo di paclava alla mandorla sistemato con cura da Marwa e io, infine, chiudo la scatola. Yasmin siede sul tappeto, a volte ci dice che potremmo fare meglio, altre volte se la ride di nascosto. Quando finalmente terminiamo l’impresa, festeggiamo mettendo la musica. C’è adrenalina in casa, sarà meglio che la mandiamo via scuotendo a tempo spalle e fianchi. 

Alle nove di mattina Marwa mi butta giù dal letto: “muoviti, ci aspettano al saloon, prendi il vestito e, Anuni… lo so già che non ti farai truccare da loro, quindi portati le tue cose.” Grande Marwa: mi evita le solite discussioni — “No, ma io preferisco restare naturale” — e gli sguardi di disapprovazione che, ormai, potrei collezionare. Quando arriviamo al saloon sembra di entrare in una camera a pressione: aria caldissima, odore di lacca, tre phon che urlano all’unisono.

Le parrucchiere si muovono ovunque, rapide e nervose, come se preparassero dieci spose insieme. Ci fanno sedere e, senza nemmeno guardarci, partono. Marwa viene risucchiata nel vortice: una le tira i capelli, una le mette il primer, una le infila forcine come se montasse un’antenna. Lei sorride, sopporta e, ogni tanto, mi cerca negli specchi. Io rido di nascosto e, dopo un’acconciatura un po’ cotonata, apro la mia trousse e mi trucco da sola, clandestina. Una parrucchiera mi osserva di lato, offesa, io faccio finta di niente. Tra voci, phon e hit arabe sparate troppo forte, guardo Marwa nello specchio: in mezzo al caos, sembra già pronta. Il saloon può pure esplodere, lei ormai è in modalità sposa.

A casa ci sono un centinaio di persone. Senza esagerare, forse di più. Le donne da una parte, gli uomini dall’altra. Il Mala entra facendosi spazio e, senza nemmeno sfiorare la sezione femminile, viene accompagnato in un piccolo salotto dove possono entrare solo gli zii, i cugini, i mariti, il fratello e, solo alla fine, anche Marwa. Io provo a sgattaiolare dietro di loro, ma Hama mi blocca e, senza troppi complimenti, mi rispedisce nella “parte delle donne”.

Funziona così: il Mala, figura religiosa, benedice la coppia chiedendo a Sukru e a Hama — in qualità di tutore di Marwa — se sono d’accordo a procedere con il matrimonio. Entrambi lo sono, perciò si stringono la mano. Poi il Mala legge ad alta voce alcuni hadith del Corano che i presenti ripetono. Con questa ripetizione, la benedizione si compie. Subito, il Mala se ne va, e — grazie a Dio — lascia il posto alla festa.

Se penso che in Italia, prima che il ghiaccio si sciolga servirebbero almeno tre gintonic, qui, senza nemmeno una goccia, tutti sono già scatenati in pista. Spalle che si muovono, fianchi che ondeggiano: chi battendo i piedi sul pavimento, chi dalla sedia. Io mi muovo tra la sala, muovendo il bacino, bevendo bicchieri di chai come fossero shot di tequila e rispondendo con degli spavaldi “in sha Allah” alle almeno ottanta zie che mi ripetono “la prossima sei tu eh, e sarà un curdo!”.

Mi diverto a guardare mia zia cantare a squarciagola “Come può sopravvivere un innamorato, ya Khala” e poi lanciare banconote su di noi, che le balliamo accanto. I bambini si gettano a prenderle e tutti ridono, battendo il ritmo della canzone, dei nostri passi, della festa, di questa unione. Si celebra l’amore e la vita che gli pulsa addosso, il calore della famiglia, la gioia che diventa contagiosa e che, ti assicuro, è impossibile da fermare.

Alle tre di notte, dopo aver pulito, sistemato e raccattato non so quante mila perline da terra, io e Marwa ci rintaniamo nel nostro solito letto. “E tu quando ti sposi?” se ne esce lei all’improvviso. “Dai su, non fare come le zie” le dico ridendo. L’amore che oggi mi è apparso così luminoso, rimane per me quel tratto di notte, quell’animale selvatico che credo reale, solo finché resta lontano. In fondo, lo dice anche Bassem El-Ali: “Come può sopravvivere un innamorato, ya Khala”.

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