
Cronache da Erbil – Capitolo 1
Sarchaw / Sui miei occhi
Di ritorno e in cammino
Un racconto di Anna Aziz
Con questa indroduzione prende vita Cronache da Erbil: non una guida, non un taccuino turistico, ma un diario aperto sul mio tempo in Kurdistan e in Iraq. Settimana dopo settimana proverò a raccontare non i luoghi come appaiono da lontano, ma la loro consistenza quotidiana, i dettagli che si scoprono solo vivendoli: volti, gesti, atmosfere, parole che diventano familiari.
Questa rubrica nasce dal desiderio di considerare il viaggio non come parentesi, ma come condizione. Cosa accade quando si smette di transitare e si sceglie di restare? Come ci cambia una città nuova con le sue lingue, le sue memorie, i suoi rituali e le sue contraddizioni? Ogni testo sarà un esercizio di sguardo, una prova di ascolto, un tentativo di restituire ciò che di solito scivola via dai racconti ufficiali.
Sono sempre stata affascinata dalla parola “Sarchaw” – letteralmente ‘sui miei occhi’: un invito a camminare insieme in un luogo che pulsa di storie e di futuro, a guardarlo senza consumarlo, a lasciarci attraversare. È anche l’espressione che qui significa accoglienza e rispetto, la chiave con cui vorrei aprire ogni pagina di questo diario pubblico.
Così comincia questo quaderno: un racconto di Erbil, del Kurdistan e dell’Iraq scritto non da spettatrice, ma da dentro, come qualcuno che di questa terra è in parte figlia e in parte ospite, e che la sta imparando ad abitare di nuovo.
Sarchaw / Sui miei occhi
Di ritorno e in cammino
Atterrare alle 03.15 ad Erbil può non essere la migliore delle idee. In corpo ho già quattro bicchieri di chai e abbastanza teina da tenermi sveglia altri due giorni e altre due notti belle come questa. Dopo tanti mesi passati a pensare questo viaggio ora sono davvero in Kurdistan. Sono a casa. Non mi è infatti difficile abituarmi al sottile materasso che mia zia Narmin posiziona sul pavimento e a quelle cinque coperte di velluto pesante che, con affetto, mi dona per proteggermi.
L’unico problema è che qui, già di prima mattina, ci sono quaranta gradi e io so già che non riuscirò a dormire. Tanto vale restare sveglia ad ascoltare ancora per un po’ questo acuto silenzio che precede il rumore di una città di più di tre milioni di abitanti che, tra poco, si sveglierà.
Ho deciso di fermarmi ad Erbil per un po’. Non so per quanto ma sento che questa volta devo restare. A chi me lo chiede dico che voglio migliorare il mio arabo ma, pur essendo vero, non è l’unica ragione. Il Kurdistan è sempre stato una presenza costante, anche da lontano. Non un’idea astratta, piuttosto una spinta silenziosa che negli anni non mi ha mai abbandonata. Adesso che ci vivo, questa spinta si fa più forte, più concreta. La ritrovo nei volti delle persone, nelle strade, nelle parole che ascolto. È come se mi restituissero pezzi di me che non ho mai creduto dispersi, ma che ho sempre dovuto rincorrere.
Restare significa provare ad ascoltare meglio questo richiamo, permettergli di cambiarmi. Significa smettere di rincorrere e cominciare ad abitare. Ogni passo qui mi porta indietro e avanti allo stesso tempo. Origine, sicuramente. Destino, forse. Quella che imparo è, senza dubbio, una lingua più profonda, di quella che credevo di cercare.
In famiglia siamo più di cinquanta. Mio padre ha tanti fratelli e sorelle che a loro volta hanno tanti figli e figlie, ed io, che da sempre ho vestito i panni della figlia unica, mi ritrovo un’armata di parenti pronti a proteggermi. Ho, infatti, sempre sorriso quando le persone in Italia mi consigliavano di fare attenzione, perché non c’è luogo più sicuro per me di questa assurda, frenetica città, che ogni anno vedo ingrandirsi. La mia è una famiglia, grande, accogliente, viva: mi piace osservare le mani dei miei zii che giocano a Domino la sera, andare e tornare dalla sarta dietro casa con le mie cugine per far correggere i miei vestiti troppo lunghi o troppo corti, mai giusti.
La mattina mi sveglio con accanto qualcuno che mi dorme addosso, il profumo al cardamomo del chai mi addolcisce subito l’umore, il brusio di voci mescolate mi carica. Ad Erbil tutti si svegliano con mille cose da fare: che dobbiate anche solo abitare il bazar, passando le dita tra i grani del vostro nuovo tasbih, il tempo vi sembrerà sempre scandito, mai immobile.
Qui è tutto un unisono. Qui tutto si muove insieme. Sarà la religione che sveglia le persone alle quattro di notte, facendole chiamare dal muezzin; saranno la resistenza e l’autodeterminazione proprie di questa terra battuta. Non si condivide solo il quotidiano, ma anche una volontà collettiva, una forza silenziosa e implacabile che ha permesso di ricostruire ciò che altri avevano cercato di distruggere. È un luogo dove la vita pulsa insieme alla memoria, e dove la solidarietà diventa il vero tessuto che unisce ogni cosa. E io mi ci sono completamente immersa.
Mi arrabbio quando mio padre critica la fede, e — pur pensandola come lui nel profondo — prendo sempre le parti di chi ci ha accolto in questa terra sacra. Mi piace intrufolarmi nelle conversazioni, nelle ricette, nelle note di chi mi mostra come si suonano gli strumenti tradizionali. Adoro contrattare il prezzo di una stoffa, delle spezie, persino dell’oro; e porto sempre la mano alla testa e sul cuore quando mi avvicino a chiunque.
Perché qui è così. ‘SUI MIEI OCCHI’ ti dicono.











