
Cinema
Credere nel ruolo, dubitare di sé
Il papa nella fiction contemporanea non parla di Dio, ma di noi
A cura di
Nicoletta Lupi
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C’è una ragione per cui la figura del papa continua a esercitare, ancora oggi, in un mondo iperconnesso, cinico, laico, disilluso, una specie di magnetismo arcaico e paradossale. È perché nessun altro ruolo umano porta con sé, il peso (e la pretesa) di essere contemporaneamente santo e uomo, infallibile e vulnerabile, guida morale e politico. Il papa è, da sempre, una contraddizione vivente. Ma negli ultimi anni questa contraddizione si è fatta più visibile, più ambigua, più cinematografica.
nella cultura visiva contemporanea, diventa quindi qualcosa di più di un personaggio: diventa uno specchio narrativo, in cui possiamo contemplare – senza per forza risolvere – i nostri dilemmi più profondi.
Perché dietro la tonaca, la mitria, la fumata bianca, c’è un uomo che rappresenta la più antica tensione della storia: quella tra chi vogliamo essere e chi siamo davvero.
THE YOUNG POPE: LA CRISI COME VERTIGINE DELL’IO
Lenny Belardo, protagonista di The Young Pope, è un personaggio scritto per diventare simbolo. È giovane, americano, bellissimo (in quel modo che è insieme potere e punizione), e viene eletto Papa in un Vaticano che Sorrentino trasforma in qualcosa a metà tra sogno barocco e thriller liturgico – un luogo dove ogni angolo è stilizzato al punto da sembrare irreale, eppure ogni gesto pesa come verità.
Eppure, più che un pontefice, Lenny è una domanda. Perché Lenny non è sicuro di credere in Dio. O meglio: ci crede con un’intensità così disperata, così ferita, da non potersi più permettere il rischio che Dio lo deluda. E quindi Lo nega.
Ma – ed è qui che la cosa si fa interessante– il suo problema con Dio è lo stesso che molti di noi hanno con sé stessi. Cioè: non è solo una crisi di fede, è una crisi di identità. Di quella voce interiore che tutti portiamo dentro, e che ci dice chi siamo quando il resto del mondo è troppo confuso o troppo rumoroso, quella che anche nei momenti peggiori, riesce a dirci: “tu sei ancora qui, vai avanti.”
Quando quella voce sparisce – e succede, per chiunque sia stato abbandonato, deluso, o anche solo troppo esposto a una realtà che ci chiede di performare – rimane solo la superficie. L’apparenza. Il ruolo. La fede come spettacolo.
Ed è quello che fa Lenny: trasforma il suo pontificato in un’opera d’arte chiusa e inaccessibile. Sceglie il mistero, l’assenza, l’autorevolezza che non spiega mai. Si nega perché è l’unico modo che conosce per non crollare. Ma nel farlo, paradossalmente, rivela qualcosa di profondamente nostro: è l’immagine amplificata della paura che tutti abbiamo sentito almeno una volta: quella che sotto tutte le maschere non ci sia più nulla. Che l’identità sia una costruzione che ci siamo dimenticati di abitare. E che, in mancanza di una voce interiore, di un “Dio personale” che ci tenga insieme, restiamo lì: funzionanti ma vuoti.
The Young Pope, allora, non è una serie sulla religione. È una meditazione visiva e narrativa su cosa succede quando non crediamo più – non in Dio, ma in noi stessi. Quando l’unica cosa che ci tiene in piedi è il ruolo. E il ruolo, per quanto impeccabile, non può salvarci.
I DUE PAPI: LA VERITA’ CHE NASCE DAL DIALOGO
Se The Young Pope mette in scena l’assenza di Dio (e di sé stessi) come mistero da sublimare, I due papi di Fernando Meirelles sceglie una strada completamente diversa, quasi opposta: quella del confronto, della parola, del dialogo. Del tentativo – fragile, faticoso, mai garantito – di capirsi. Il film mette in scena due uomini, due papi (uno uscente, uno che ancora non sa di esserlo), due mondi, due teologie. Ma anche – e soprattutto – due voci che imparano ad ascoltarsi.
E se questa sembra una dinamica tutto sommato semplice, quasi didattica, in realtà è esattamente il contrario: è un atto radicale. Perché oggi, nella nostra realtà continuamente connessa, parlare davvero è diventato difficilissimo. E ascoltare, ancora di più. Spesso ci limitiamo a reagire. A esprimerci. A dire la nostra. Ma raramente ci concediamo il rischio (perché lo è) di metterci in gioco davanti a qualcuno che la pensa in modo diverso.
Nel film, Benedetto XVI (Anthony Hopkins), rigido, teologico, colto, rappresenta una Chiesa ferma, forse impaurita. Bergoglio (Jonathan Pryce), invece, è mobile, empatico, pastorale. Sono due coscienze che si incontrano non per scontrarsi, ma per mettersi in discussione. E quello che accade tra loro, è qualcosa che raramente si vede raccontato così bene: la trasformazione che avviene quando smettiamo di difendere la nostra idea di “giusto” e iniziamo a cercare qualcosa che sia vero.
Il film non parla di dottrina. Parla di umanità. Di come solo attraverso la comunicazione si possa andare oltre la superficie. La verità, qui, non è possesso. È costruzione reciproca. È qualcosa che si scopre passo dopo passo, domanda dopo domanda, silenzio dopo silenzio.
E allora I due papi ci ricorda qualcosa che tutti sappiamo ma che spesso dimentichiamo: che parlare è un atto umano, ma ascoltare è un atto etico. E che la comprensione – non la tolleranza di facciata, ma la vera comprensione – nasce solo quando siamo disposti a perdere qualcosa di noi, per incontrare qualcosa dell’altro.
E che solo nel dialogo possiamo scendere sotto la superficie delle idee, per toccare la carne viva dell’umano.
CONCLAVE: LA GUERRA GENTILE DEL POTERE
In Conclave, di Edward Berger, il papa è già morto. L’assenza è la premessa. Le porte si chiudono, letteralmente: i cardinali restano dentro, il mondo fuori, e il nuovo pontefice va eletto. Ma ciò che accade all’interno, e che il film mostra con una lentezza tagliente, è qualcosa che somiglia molto a una guerra. Solo che qui nessuno grida, nessuno spara.
E guardandolo, viene da pensare che forse il mondo intero oggi funziona così. Non con le armi in mano, ma con mani bellissime, educate, linde. Le guerre non si fanno più per le strade. Si fanno nelle riunioni, nei parlamenti, nei conclavi. Nessuno dichiara guerra, ma tutti cercano – sempre – di vincere.
Il cardinale Lawrence, protagonista del film, è uno di quelli che ci crede ancorain un mondo incorruttibile. Che pensa – o spera – che la fede abbia ancora un posto nel sistema. Ma più osserva, più si rende conto che la logica del potere si infiltra ovunque, anche nelle preghiere. E questo non è un’accusa: è un dato. È una delle verità più amare e umane che il film ci offre: che il potere non lo esercita solo chi lo vuole. Lo esercita anche chi vorrebbe evitarlo. Chi accetta il compromesso. Chi pensa di poter cambiare le cose da dentro.
E allora Conclave non è davvero un film sulla Chiesa. È un film su come le persone si comportano quando credono che il fine giustifichi il mezzo, anche se quel fine è buono, anche se quel mezzo è solo una bugia detta con rammarico. È un film sul fatto che la guerra, oggi, non ha più bisogno di fucili. Le sue armi sono più sottili: l’ambizione travestita da responsabilità, il silenzio come forma di protezione, la verità piegata un po’ perché “così è meglio per tutti”.
E forse è questo il dettaglio più disturbante e più vero: che riconosciamo quel meccanismo perché ci siamo dentro anche noi, persone che ogni giorno scelgono cosa mostrare e cosa tenere nascosto. Che imparano a sopravvivere nei piccoli giochi di potere quotidiani: in famiglia, al lavoro, nella rete sociale che costruiamo e da cui ci sentiamo giudicati.
Conclave ci mostra questo senza morale, con quella stanchezza lucida che si prova quando capisci che il mondo non si divide tra buoni e cattivi, ma tra chi il potere lo maneggia con coscienza, e chi lo subisce fingendo che non esista.
Guardando queste tre opere – The Young Pope, I due papi, Conclave – non si ha mai davvero la sensazione di osservare la Chiesa. Si ha piuttosto la sensazione di essere guardati. Il papa, in questi racconti, non è più una guida o un garante di verità assolute. È diventato una figura narrativa complessa, stratificata, profondamente umana, che serve a interrogarci su ciò che siamo diventati.
Per questo la fiction contemporanea ha riscoperto il papa come archetipo: non perché rappresenti Dio, ma perché rappresenta l’uomo messo davanti all’impossibilità di rappresentare Dio senza perdere sé stesso.
E forse, proprio per questo, oggi il papa nella fiction parla più di noi che della Chiesa.


