
Musica
Tra collezionismo e alta fedeltà
Intervista a Macadoco, maestro di vinili
Siamo abituati a possedere sempre meno e ad accedere a quasi tutto. Nell’industria musicale contemporanea questo si traduce nell’abbonamento mensile che ci garantisce milioni di brani a portata di clic. Eppure, in controtendenza rispetto a questa fluidità digitale, il vinile continua la sua marcia trionfale verso gli scaffali dei negozi e delle case. Non è solo un revival nostalgico, ma una riaffermazione del valore del formato fisico come oggetto di culto e garanzia di un’esperienza di ascolto completa.
Macadoco, nome d’arte di Marco Corti, content creator che vive e respira il mondo dei dischi e dell’alta fedeltà, condivide la sua passione con una vasta community ed esplora le ragioni di questa resilienza e il modo in cui il mercato si stia adattando alla nuova ondata analogica.
La filiera del vinile è un fenomeno complesso che comprende molti aspetti: dall’analisi della sua ascesa commerciale e delle attuali dinamiche di mercato, fino a un confronto con i servizi di streaming. Macadoco sviscera i vantaggi concreti e i compromessi di entrambi i mondi, offrendo una prospettiva cruciale sul futuro della musica, divisa tra la comodità dell’algoritmo e il fascino irrinunciabile della puntina tra i solchi.



Com’è nata la tua passione per il vinile?
L’interesse per la musica è nato in giovanissima età, non solo per la musica in sé ma anche per i sistemi di ascolto, come cassette e CD, con cui sono cresciuto. Il vinile, però, è arrivato un po’ dopo: parliamo del 2011 o 2012. Da lì è diventato un pallino lavorare con questo formato. In qualche modo ho anticipato i tempi di quello che poi è stato il “trend” del vinile, nella fase revival iniziata intorno al 2013.
I vinili richiedono una certa ritualità rispetto a cassette, CD o chiavette USB…
Giusto, ricordo anche il periodo delle chiavette USB, usate addirittura come formato di ascolto: assurdo ma vero! Parliamo del 2008 o 2009, quando negli autogrill si trovavano MP3 ufficiali con interi album. Non ha mai funzionato davvero, ma resta una curiosità di quell’epoca.
In un periodo così veloce, è paradossale che sia tornato in voga un formato che richiede tempo e attenzione.
Credo che la ritualità del vinile – che si riscontra anche negli altri formati fisici – abbia assunto un valore molto importante. Se prima la musica era considerata un evento, o qualcosa a cui concedere tempo, oggi con i servizi di streaming è cambiato il modo stesso di ascoltare e, di conseguenza, anche l’industria si è adattata.
C’è stato un periodo in cui si preferivano album più brevi, poi l’opposto, con dischi lunghi: le major seguivano semplicemente l’andamento del mercato. Penso però che si sia persa un po’ di quella cura per il lato artistico della musica, che nella ritualità del vinile si ritrova. Dedicare tempo all’ascolto implica attenzione: scegliere l’impianto, la collezione, l’album da mettere sul piatto è un atto di scelta consapevole.
Oggi molti acquistano vinili più come oggetto estetico che per ascoltarli.
La cosa bella di questo mondo è che offre scenari diversi: l’audiofilo, il collezionista o chi si innamora di un disco in particolare. L’uso del vinile come elemento d’arredo è frequente, ma non lo vedo come un problema: è comunque un modo per riscoprire la musica che si ama.
Sarà più preoccupante quando non potremo più acquistare ciò che amiamo — musica, libri, cinema — perché tutto sarà solo in streaming o in affitto. Anche io ho dischi che non ho ancora ascoltato, ma so che quando arriverà il giorno di aprirli sarà speciale.
La musica liquida sembra dominare: il formato fisico può ancora essere una fonte di guadagno?
Sì, assolutamente. In un mondo che ha normalizzato lo streaming — che non condanno, perché lo uso anch’io — queste piattaforme non garantiscono un sostentamento reale agli artisti, soprattutto a quelli meno noti. I pagamenti sono infatti molto bassi rispetto al download o alla vendita fisica.
Con il ritorno del vinile anche il CD ha ritrovato un mercato stabile: oggi si trovano edizioni curate, a volte persino più interessanti di quelle in vinile. È una scelta economica, ma anche estetica. Le nostre generazioni, poi, tengono molto a sostenere gli artisti che amano: acquistare un disco o il merchandise ha un valore concreto, molto più che ascoltare in streaming.
I vinili possono essere economicamente competitivo o resterà un lusso?
Direi 50 e 50. Da un lato ci sono edizioni costose, pensate per collezionisti; dall’altro, band e progetti indipendenti che producono vinili a prezzi accessibili. Se compro un disco di una major a 40 euro pago anche l’etichetta, ma ci sono vinili ben fatti sotto i 30 euro.
Per esempio, l’ultimo disco di Billie Eilish costa circa 40 euro, mentre i Coldplay hanno ristampato la loro discografia in vinile riciclato a 25 euro. I Fontaines D.C. con Romance hanno mantenuto un prezzo popolare pur ristampandolo più volte.
Se potessi scegliere un disco simbolo di questa rinascita, quale sarebbe?
È difficile, perché viviamo un’epoca molto sfaccettata. Sicuramente l’ultimo di Taylor Swift rappresenta il fenomeno commerciale. Ma per me il disco che meglio incarna il lato autentico di questo collezionismo è Pezzi della sera di Marco Castello. È un artista indipendente che si sostiene con il formato fisico e i concerti. Il vinile è realizzato con una cura straordinaria: è uscito prima in vinile e poi in streaming, con ogni copia profumata in modo da evocare l’immaginario del disco.
Sì, direi che Pezzi della sera è l’esempio perfetto della rinascita del vinile.



