Sex

A cura di

Sara Papini

Immagine di

Redazione Ratpark


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Ebbene sì, oggi parliamo di una delle serie più iconiche della seconda Golden Age della televisione americana, ovvero quel momento a cavallo degli anni ‘90/2000 che ha portato le serie tv a sviluppare estetiche, narrazioni e personaggi complessi al pari di un film candidato agli Oscar: Sex and the city.

La serie, cavallo di battaglia di una HBO (che ai tempi stava tentando di affermarsi come il contenitore d’avanguardia della televisione statunitense, partendo dalla sigla: it’s not tv, it’s Hbo per dimostrare quanto cinematografico il canale fosse), lanciò Sex and the City, consapevole di cavalcare una nuova era di femminismo popolare, quello della fine del secolo scorso. In una tv ancora diffidente nei confronti delle donne, utilizzate come oggetti da palcoscenico e citate solo per i loro promettenti corpi anoressici e poco o nulla per il loro potenziale culturale, (come scritto nel saggio Il corpo delle donne di Lorella Zanardo), Hbo decide di lanciarsi in una nuova forma di “progressismo”. Decisamente finto e stantio, per carità, ma comunque rivoluzionario: mettere le donne al centro di un loro show. E non donne qualsiasi, bensì donne potenzialmente benestanti, affamate di sesso, indipendenti e disposte a tutto per la loro carriera e per soddisfare i loro bisogni. Entrano così, il 6 giugno 1998, nelle case di milioni di persone: Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda.

Ma facciamo un passo indietro, un passo “sociologico”, partendo proprio con una veloce analisi dei femminismi degli anni ‘90, da sempre molto trascurati nei discorsi tra compagne di lotta e nelle aule accademiche, rispetto ai gloriosi movimenti del ‘68. Quella degli anni ‘90, infatti, fu una wave di donne che si ritrovò faccia a faccia con un periodo storico che sulla carta sembrava avere ottenuto tutto: abolizione del delitto d’onore, il divorzio, l’aborto e anche l’entrata in tutti quei lavori considerati da uomini (avvocatura e magistratura per esempio). Ma di fatto non fu così: quei diritti ottenuti con fatica e lotta si scontrano e si scontrano ancora di fatto con una società fortemente patriarcale.

La serie, decisamente in balia di questa ondata di confusione post-sessantottina, per quanto tenti di vestirsi di una forte emancipazione femminile, porta in scena clichè e dosi di eteronormatività massicce, mal rappresentando la comunità queer e spesso riducendo la donna a mero feticcio maschile.

E qui la domanda sorge spontanea: se guardo Sex and the City sono una vera femminista? 

Come ci insegna la moltitudine di post generati su reddit, gli articoli di giornale che intasano il web e posso ancora sentirli (ve lo posso garantire) i miliardi di discorsi sui tavoli di ogni bar del mondo occidentale, la mia risposta è: sì.

Non è un “sì” che si basa sulla nuova stagione conclusiva appena uscita sulle ragazze, dove seppur forzatamente, si è mostrata per la prima volta nella saga un’apertura politica e sociale mai vista prima. Il mio è un “sì” perché, semplicemente e onestamente, in fin dei conti, siamo persone contraddittorie. Per citare una vera e propria serie tv femminista del nostro secolo, Fleabag, la vera femminista perfetta non esiste, esiste però un occhio critico con cui possiamo osservare le cose. Non siamo più un’orda di donne che accetta che la propria storia venga scritta grossolanamente da altrx.

Viviamo in un’epoca in cui i social ci ricordano costantemente come possiamo, in maniera del tutto capitalistica, essere il personaggio principale della nostra storia, ma soprattutto siamo anche la generazione più istruita di tutti tempi e grazie a Dio fortemente rivoluzionaria. Certo, di femminismi ce ne sono molti e spesso non tutti ci rappresentano, ma sono fortemente fiduciosa che le piazze che abbiamo imparato a ripopolare, i festival, le polemiche online e fisiche che stiamo scatenando stiano portando l’attenzione su un femminismo queer intersezionale non da poco. 
Concludo con un personale doppio coming out: sono una queer femminista radicale, potrei parlare male per ore ed ore della rappresentazione malsana e stereotipata che posso trovare dentro ogni serie tv che mi capiti sotto mano della Golden age, ma sono anche Sara, una ragazza figlia degli anni ‘90, che non può non continuare a volere bene a queste quattro fantastiche donne create da HBO. Non erano le 4 eroine che sicuramente potremmo vedere rappresentate ora sui nostri schermi, ma cazzo, in quel momento erano qualcosa che vagamente potesse ricordarci noi (anche se decisamente troppo ricche, troppo etero, troppo spensierate e poco politicizzate).

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