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La chiusura del Genepì e il diritto alla socialità (anche) in periferia

A cura di

Jacopo Di Gerlando

Immagini di

Elisabetta Panico


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C’era un tempo in cui Rifredi era il quartiere operaio di Firenze. Qui si trovavano gli stabilimenti di Galileo, Superpila, Manetti & Roberts. Le fabbriche sono andate via e Rifredi, nel 2025, è un quartiere votato al terziario, dove migliaia di persone si recano ogni giorno per studiare, lavorare, curarsi. La stazione, Piazza Dalmazia, il polo universitario, l’ospedale di Careggi. Lontano da americani spritz-muniti, sono questi i luoghi del quotidiano di molti fiorentini. Un quotidiano fatto perlopiù di ingorghi infiniti, paste scadenti e condomini trasandati. La vera italian experience.

La tranvia l’ha avvicinato al centro, l’università e l’ospedale hanno fatto arrivare in quartiere nuovi abitanti, soprattutto studenti. Ma Rifredi non è NoLo e neanche il Pigneto. Magari arrivasse la gentrificazione – quella vera –  che, con l’aumento degli affitti, si porterebbe dietro forse qualche locale dove uscire la sera. La realtà è che Rifredi rimane un anonimo insieme di condomini anni ’60 e terratetti, dove, quando la giornata lavorativa finisce, in giro non c’è un’anima. Fare festa, a Rifredi, non è semplice.

Ma c’è stato un momento – e soprattutto uno spazio – in cui la festa era possibile. Quello spazio era il Genepì, e oggi non esiste più. La storia della sua chiusura non è però quella di un fallimento imprenditoriale. Nell’ottobre 2024, a seguito di un lungo braccio di ferro con le istituzioni e la stessa ARCI, al Genepì viene revocata la licenza per motivi di ordine pubblico. A un anno dalla sua chiusura è arrivato il momento di rendere giustizia a questo esperimento di socialità che, nonostante mille difficoltà, era riuscito a dare al quartiere un luogo dove ritrovarsi, scambiare idee, sostenersi. Per capire cosa è successo ho parlato con Stefano Lazzerini, uno dei tre ragazzi che hanno gestito il Genepì.

“Io e il mio amico sentivamo l’esigenza di esprimerci in qualche modo”, racconta oggi Stefano. “Sentivamo, con la fine delle superiori e di un certo tipo di militanza politica attiva, il bisogno di continuare con altri mezzi. Arrivando da fuori, abbiamo avvertito fin da subito un bisogno di aggregazione sociale. La ristorazione era per noi un mezzo e non un fine”. È con questo spirito che, nel settembre 2020, Stefano e altri due ragazzi aprono, con risparmi propri, all’interno dell’ARCI “Le Panche – Il Campino” un bar: il “Genepì”.

Dopo un inizio segnato dal covid, il locale riesce a ingranare e diventa un importante punto di socialità per l’intero Q5: concerti, presentazioni di libri, festival di cinema, mostre e stand-up comedy. Poi, fedeli allo spirito che da sempre anima le Case del Popolo, promuovono diverse iniziative a carattere sociale. Il Genepì diventa parte integrante di una rete di mutualismo che, coinvolgendo altre associazioni, fornisce un aiuto concreto a molti nel quartiere: il sostegno alimentare, corsi di italiano per stranieri, il doposcuola popolare, lo sportello psicologico e quello di consulenza del lavoro.

Fin dalla sua apertura, però, il locale deve fare i conti con la diffusa microcriminalità che da anni contraddistingue la zona. L’area antistante è, infatti, una piccola piazza di spaccio. In un tessuto sociale già fragile, il sorgere nel quartiere di numerose comunità per minori non accompagnati e di centri di accoglienza non ha certamente aiutato. Inevitabilmente, il locale diventa punto di ritrovo non solo per ragazzi e famiglie, ma anche per quelle stesse situazioni di marginalità che vi gravitano attorno. “Tutto questo impulso all’aggregazione, alla socialità, alla cultura, alla diffusione artistica, per noi era un antidoto” spiega Stefano. “L’obiettivo era di non lasciare spazio all’abbandono, al degrado, ma creare una alternativa.” Sulla carta tutto bello, ma poi bisogna fare i conti con la realtà.

Va da sé che, in questi tempi di uomini forti e soluzioni semplici a problemi complessi, un approccio che faceva del dialogo la sua cifra è stato giudicato, da alcuni, troppo accomodante. Col senno di poi, esso ha finito per alimentare una narrazione tossica, che presentava i gestori del Genepì come addirittura conniventi con la criminalità locale, dimenticandosi che i primi a subirne gli effetti erano proprio loro. Dice Stefano: “Il primo che con quella realtà deve fare i conti sei te, perché sei lì a lavorare tutti i giorni. Il primo che ci rimette sei sempre te. Se la gente smette di venire, o se arriva quella sbagliata — che magari non ti paga — oppure se si crea un clima respingente per famiglie e ragazzi, gli incassi vanno di conseguenza”.

Ad ogni modo, se da un lato il locale continua a essere molto frequentato, tanto che vengono assunti anche tre dipendenti, dall’altro la situazione sul fronte sicurezza non migliora. Il rapporto con le forze dell’ordine si fa via, via più complicato, tra continue retate e inviti ad usare le “maniere forti”, anche quando, come racconta Stefano “non ne avevamo né i mezzi né il mandato per farlo. Ci fu addirittura suggerito di assumere una security privata”.

Nel luglio 2024 si arriva a un punto cruciale. “Veniamo convocati in Presidenza di quartiere con i rappresentanti di ARCI e forze dell’ordine. Ci vengono comunicate una serie di misure da adottare per arginare il problema: niente più bevande in vetro dopo le 21, orari di apertura ridotti, frigoriferi spostati.” L’incontro sembra quindi segnare l’avvio di una nuova fase, in cui, al già notevole impegno da parte dei gestori, si aggiunge un maggiore supporto delle forze dell’ordine nel segno di una rinnovata collaborazione.

Nel frattempo, si incrinano i rapporti tra il Genepì e il consiglio direttivo della Casa del Popolo, intenzionato a raddoppiare il canone d’affitto, mentre i controlli delle forze di polizia si fanno asfissianti. È a questo punto che la situazione diventa insostenibile. Alla fine di settembre i tre soci decidono che è giunto il momento di terminare questa esperienza, esercitando i loro tre mesi di preavviso: il 31 dicembre 2024 sarà l’ultimo giorno di apertura del Genepì. O almeno, questa è l’idea. Perché poco dopo, avviene un controllo dei NAS e dell’Ispettorato del lavoro.

“Noi avevamo fatto sempre tutto in regola, fatto sta che ci vengono a fare le pulci delle pulci, a controllare l’ultima virgola del piano di autocontrollo, qualsiasi cosa. Alla fine ce la caviamo con qualche migliaio di euro di multa, che saldiamo prontamente”. Anche alla luce delle multe, quindi, i due mesi circa rimanenti diventano fondamentali per risollevarsi un po’. Se i controlli mandati a chiusura già comunicata rappresentano un inutile accanimento, è ciò che accade la settimana successiva che sa di vera beffa. Il 10 ottobre, infatti, arriva una PEC da parte del Comune con cui si comunica la revoca della licenza al Genepì: fine dei giochi. O per meglio dire, fine della festa.

Con la chiusura del Genepì a rimetterci non sono stati solo tre ragazzi, ma la collettività tutta. A distanza di un anno, la situazione non è cambiata di una virgola: gli spacciatori sono sempre lì e gli episodi di violenza non sono diminuiti. Solo che – quello sì è cambiato –- delle centinaia di giovani e meno giovani che animavano quel giardino, ormai buio e desolato, non ce n’è più nessuno.

È questa la Firenze che vogliamo? Una città che spinge i suoi abitanti sempre più lontano dal centro e che, nelle periferie dove li confina, non riesce a garantire loro due diritti fondamentali, quello alla sicurezza e quello alla socialità? Insieme all’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, rimane la consapevolezza di averci provato. “Era un posto in cui prima c’erano due curvaioli, due tossici e tre spacciatori. Poi siamo arrivati noi e sì, ci saranno stati anche due curvaioli, due tossici e tre spacciatori, ma c’erano anche mille universitari, persone che venivano ai concerti, che facevano  volontariato. Persone che uscivano di casa per vivere la realtà, lontano dagli schermi dei telefoni e a contatto con gli altri. In un posto vero.” 

Ciò che è stato è stato. Ma secondo me la storia del Genepì andava raccontata. 

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