Sanlevigo

A cura di

Francesco Bacci

Immagine di

Paolo Giordano


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Tutto ciò che è residuale, che sembra fuori tempo massimo, attrae i passatisti (come me) e ripugna i ricercatori ossessivi di novità. Tuttavia, non c’è niente di più fresco, più attuale e più vero di un disco new wave scritto da quattro ragazzi romani che portano un’onda revival e uno scoglio di liriche engagé a scontrarsi, fondendosi in una massa musicale omogenea. I Sanlevigo, così fluidi e così monolitici allo stesso tempo, sembrano provenire dagli anni ’80 ma riescono a mettere in musica la nostra contemporaneità. In altre parole, suonano da un’altra dimensione.

Personalmente, ritengo che Spettri sia una delle migliori uscite del 2025 per quanto riguarda il panorama alternativo italiano. I quattro ragazzi romani, al secondo album (dopo Un giorno all’alba del 2021), riescono a concentrare la loro idea di musica in dieci componimenti, alcuni dal respiro pop e altri decisamente distanti dalla forma canzone… se Dio vuole! 

Questa sorta di contraltare di post mortem de I Cani (al quale somiglia sotto molti aspetti), non è certo un album “attuale” nel senso algoritmico del termine – non cerca la playlist di tendenza, non adotta l’estetica lo-fi di maniera – ma riesce a suonare più moderno di molti prodotti di studio levigati all’eccesso. Da un lato si percepiscono le vibrazioni sonore di This is why dei Paramore, dall’altro emergono riferimenti ai Molchat Doma, su tutti l’impasto dei synth nelle canzoni di punta (oltre all’evidente citazione in copertina al monumentale Этажи). 

Ho trovato sorprendente e decisamente accattivante la loro capacità di mischiare riferimenti sonori dal respiro dark, inevitabilmente cupi, glaciali, con vocalità e atmosfere calde, quasi mediterranee. Questi ragazzi, infatti, sembrano provenire da un’altra dimensione, da un altro tempo, ma non scambiateli per figli illegittimi della new wave italiana. Il sound liquido, piacevole e naturalmente omogeneo è il loro biglietto da visita. 

Le tematiche affrontate nei testi di Spettri ruotano tutte intorno a una reiterata critica della società occidentale contemporanea, patria dell’individualismo imperante e della sindrome da social, terra delle infinite verità e dell’instabilità perenne: 

“Luogo da cui non giunge suono, luogo perduto ormai”, diceva un saggio. 

“Il progresso che attendevamo oggi è il nostro inferno privato”, raccontano i Sanlevigo.

Il disco inizia così, con la splendida Idoli, manifesto sonoro e contenutistico dell’album, una vera e propria dichiarazione d’intenti iconoclastica. Tuttavia, il vero ariete radiofonico si dimostra essere la seconda traccia, Piccoli cannibali, con la quale i nostri imboccano con decisione i propri binari sonori. Lo stupore per l’ascoltatore arriva con Post-democrazia digitale, più che un pezzo, un avvertimento dal titolo paradigmatico.  In questa sorta di proclama distopico – a metà tra installazione sonora e performance concettuale – una voce in stile AI restituisce cinicamente a noi, utenti, la cinica descrizione di una società addomesticata e anestetizzata dal comfort tecnologico. È un momento di rottura e di riflessione, in cui la band prende posizione senza prediche, scegliendo l’ironia e la provocazione come strumenti critici. Il tono e l’intenzione rimandano a Reclame dei CCCP ma l’esito è pienamente contemporaneo.

Subito dopo, senza soluzione di continuità, arriva l’attacco di Viaggi onirici al piombo che, da sé, vale un disco intero. Miglior pezzo dell’album.

Dopo un paio di brani leggermente sottotono, lo stacco dell’intermezzo Limbo è il preludio al ritorno definitivo alla forma canzone…e che ritorno. Spartisci la folla è un pezzo in cui le liriche non lasciano spazio all’interpretazione: governi dispotici che plasmano nemici interni, terrorizzando i propri cittadini-sudditi, tiranneggiando col più classico dei divide et impera. Il brano si fa non solo fotografia della realtà attuale, argomento alquanto spinoso, ma soprattutto inequivocabile recettore degli umori di chi in questa società vive e che quotidianamente vede accadere tutto e il suo contrario, spiattellato in diretta sul proprio smartphone. 

Dal punto di vista tematico, il disco è un viaggio nell’Italia del disincanto: tra precarietà esistenziale, alienazione urbana e un senso diffuso di disorientamento generazionale. Eppure, non c’è nulla di programmaticamente politico o banalmente didascalico. È caos organizzato, è istinto schematizzato in cellette, come in un alveare in cui il ronzio delle api è sostituito dalle vibrazioni dei sintetizzatori. Nella loro declinazione personale post-punk, i nostri quattro risultano pacati, posati ed eleganti. Una bella sorpresa di questi tempi.In un panorama dominato da effimeri successi digitali, Spettri suona come un atto di resistenza estetica: dieci brani che non cercano la viralità ma l’ascolto, che non impongono ma invitano, che non pretendono ma propongono. Morte al citazionismo per mancanza di idee. Lunga vita a questi spettri che si aggirano per la nostra penisola.

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