Norimberga

A cura di

Nicolò Guelfi

Immagini di

Redazione RatPark


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Che cosa succede quando il Processo di Norimberga viene raccontato come un film Marvel? Norimberga di James Vanderbilt è un’opera che parla di diritto internazionale, memoria storica e responsabilità morale, ma lo fa con il linguaggio del cinema americano degli anni Novanta: enfatico, didascalico, costruito per grandi platee più che per la complessità.

Immaginate un film sulla Seconda Guerra Mondiale, ma prodotto e girato come uno degli Spider-Man di Andrew Garfield. Non è una forzatura: Vanderbilt, alla sua seconda regia con Norimberga, è stato anche produttore del secondo ciclo di film dedicati all’Uomo Ragno. Il risultato è un’opera che non sbaglia quasi mai il bersaglio etico, ma che lo colpisce con frecce di legno.

Norimberga è un film che ha ragione sul piano storico, ma parla la lingua sbagliata.

Il Processo come spettacolo

Partiamo da qui. Il film affronta l’evento che ha segnato il diritto internazionale del XX secolo: il Processo di Norimberga. Una vicenda già raccontata, tra l’altro, nel classico Vincitori e vinti del 1961, ma che Vanderbilt rilegge scegliendo una prospettiva laterale: quella del dottor Douglas Kelley, psichiatra realmente esistito incaricato di valutare la sanità mentale dei gerarchi nazisti.

Senza entrare negli spoiler – per quanto parlare di spoiler in un film sulla Seconda Guerra Mondiale suoni inevitabilmente un po’ naïf – Norimberga incrocia tre registri narrativi: film storico, procedurale giudiziario e thriller psicologico. La ricostruzione delle dinamiche che portarono all’istituzione del tribunale è meticolosa e il valore giuridico e simbolico del processo viene sottolineato con tale insistenza, da sembrare marcato con l’evidenziatore. Eppure, questa ridondanza non è casuale: il film tenta di rispondere alla domanda posta da Hannah Arendt dopo il processo Eichmann: “Dove ha origine tutto il male del nazismo?”

Un film che sembra arrivare da un altro decennio

Messe insieme, queste componenti – più una messa in scena solenne e una drammaturgia in tre atti – avrebbero probabilmente garantito a Norimberga una pioggia di candidature agli Oscar nei primi anni Novanta. Tornano, infatti, tutti i totem di quel cinema: il mito degli americani salvatori del mondo, i grandi monologhi morali, l’“attorismo” esibito, la retorica della giustizia come spettacolo.

Il problema è che, oggi, questo linguaggio appare datato. Il film sembra una strana creatura a metà tra Spielberg e Zemeckis, senza possedere né la loro potenza visiva né il loro talento registico.

Russell Crowe, corpo e potere

Il vero centro di gravità di Norimberga resta, comunque, Russell Crowe. Nel ruolo del reichsmarschall Hermann Göring, numero due di Adolf Hitler, l’attore neozelandese costruisce una delle sue prove più interessanti degli ultimi anni. Lontano sia dai ruoli eroici che lo hanno reso famoso, sia dalle derive caricaturali più recenti, Crowe sfrutta la propria fisicità ormai appesantita per trasformarla in linguaggio drammatico.

Come fece Marlon Brando, quando venne meno l’appeal estetico, Crowe sceglie la via dell’aura, della voce, della postura, della presenza. Nulla nella sua interpretazione è lasciato al caso: ogni gesto, ogni pausa, ogni sguardo è parte di una coreografia del potere che restituisce tutta la prossemica del personaggio. Un lavoro simile, con le dovute proporzioni, a quanto fatto da Brando ne Il Padrino o, meglio ancora, in Apocalypse Now.

Rami Malek e il vuoto al centro

Molto meno efficace risulta Rami Malek, diventato celebre con la serie tv Mr. Robot e il biopic dedicato ai Queen Bohemian Rhapsody. Nel ruolo dello psichiatra Kelley, Malek sembra intrappolato in una versione manierista di se stesso: il magnetismo iniziale si dissolve in una progressiva opacità.

Il destino del personaggio riflette quasi quello dell’attore: una promessa brillante che si ritrova lentamente schiacciata da forze troppo grandi per essere controllate.

Vaticano, incassi e politica dello spettacolo

La sorpresa del film è un extra tutto italiano che, in effetti, è una pura invenzione storica: in una scena, Robert Jackson, giudice candidato a guidare la Corte Suprema americana che intende instaurare il processo (interpretato da un sufficiente Michael Shannon), per sbloccare la situazione di stallo e procedere con il dibattimento, vola in Vaticano per incontrare Papa Pio XII per ottenere la sua benedizione. 

Se già questo non fosse abbastanza, il giudice arriva addirittura ad accusare la Chiesa Cattolica di collaborazionismo con il Terzo Reich – forse l’unica verità scomoda del film. Ma non finisce qui. 

Il Papa ricattato da Michael Shannon altri non è che Giuseppe Cederna, il mitico Antonio Farina, coprotagonista di Diego Abatantuono in Mediterraneo di Gabriele Salvatores. Evidente strizzata d’occhio al pubblico italiano, dove, con un incasso complessivo di 7.055.950 euro e 900.000 spettatori in meno di un mese di proiezione,il film sta andando decisamente bene. 

Diritto internazionale e nostalgia morale

Il vero nodo, però, è politico. In un mondo in cui il diritto internazionale viene quotidianamente svuotato – invasioni senza mandato, leader impuniti, violazioni sistematiche delle norme – Norimberga prova a ricordare perché, ottant’anni fa, l’Occidente decise di dotarsi di nuove regole per evitare guerra, sterminio e arbitrio.

Il film lo fa in modo didascalico, talvolta quasi scolastico, trasformando la Storia in didattica spettacolare. Ma forse questa insistenza è il sintomo di una crisi più profonda: se oggi quelle parole sembrano vuote, forse è perché non sono state ripetute abbastanza.

L’eterno dibattito sulla pena di morte

Un altro nodo irrisolto è il trattamento della pena capitale. Se i classici degli anni ’90 come Il miglio verde o Dead Man Walking avevano trasformato il patibolo in un momento di indagine filosofica sull’animo umano, Norimberga sembra voler chiudere i conti troppo in fretta. Il dibattito sulla legittimità dell’esecuzione, che pure ha radici profonde nell’Illuminismo, qui viene sacrificato sull’altare del ritmo narrativo. La fine dei capi del Reich viene mostrata con una certa secchezza, spogliandoli di ogni dignità e restituendone solo la miseria umana; tuttavia, questa scelta appare più come un limite della sceneggiatura, incapace di reggere il peso di un dibattito così gravoso, che come una precisa scelta estetica.

Un cinema che vuole ancora salvare il mondo

Qui entra in gioco la mise en place. Un cinema dominato dalla rule of cool e dalle frasi a effetto può davvero sostenere il peso di un’eredità morale come quella del Processo di Norimberga?

Norimberga vuole essere Schindler’s List, ma spesso finisce per sembrare Captain America.
Il rischio è che il film creda ancora in un cinema capace di salvare il mondo, proprio mentre il mondo ha smesso di credere nel cinema.

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