
Letteratura
Mi sono caduti gli occhiali
Tratto dalla rivista N°10
Non ne posso più del perbenismo. Dell’alcol e del puzzo di vomito. Della birra incollata sotto le scarpe. Dei cavalcavia vicino alla stazione. Non ne posso più del marcio. Delle strette di mano troppo forti per le mie dita esili e longilinee. Di dover dimostrare che valgo qualcosa che sia leggermente più di niente. Non ne posso più della ruggine sugli accendini, del prurito sotto la maglietta, del Maalox negli zaini neri e della kefiah usata come sottana. E di te che devi ubriacarti per parlarmi. Non ne posso più di indossare i pantaloni nuovi, di presentarmi a voce alta in citofoni placcati d’oro, degli sguardi alle feste: occhi sul collo, sul culo, occhi in mezzo alle cosce. Diversi i posti ma stessa la gente, e poi le droghe, le mani, il sudore nei bagni. Solo la musica elettronica può salvarmi: nessuno mi tocca e io sto bene anche così, muovendomi nell’aria pesante che c’è sotto l’impianto, con i bit che rimbalzano, molli, nell’incavo delle mie narici umide mentre mi contorco così forte che rischio di sbattere la testa contro il sound. Pensa che bello sarebbe se incrociassimo, per sbaglio, i nostri sguardi – ma io indosso gli occhiali da sole.
I suoni acidi coprono l’intero spettro del suono, frantumando i miei pensieri in fattori minimi e indivisibili. Gli altri stanno intorno a me, a debita distanza dalla mia pelle: non li vedo, ma li percepisco. È tutto più scuro e offuscato qua dentro, in questo spazio liminale che separa me dal resto: ed è proprio qui che mi ricentro, riscoprendo una sensualità ancestrale, bambina, priva di vergogna. Un modo di stare al mondo che pensavo non mi appartenesse più – se mai mi era appartenuto.
Mi sento: tagliare l’atmosfera gravida di umidità con i miei gomiti affilati. La bocca semiaperta in trepidante attesa del prossimo scroscio di bassi. Le gambe svitate dal busto. Ci sono — penso, mentre d’improvviso mi sfilo la maglietta di dosso, e mi cadono gli occhiali.
Anche a mia madre cadono spesso gli occhiali. Montatura in plastica blu, comprati in farmacia alla modica cifra di ventotto euro. La gradazione, però, è sbagliata, così come lo è la taglia. Eppure continua ostinatamente a indossarli e quindi a perderli, rifiutandosi di farsi vedere da un ottico.
Dice che non ha tempo, che la vita è complicata, che la depressione è una cosa seria e io devo smetterla di convincerla a fare terapia. A volte mi chiedo quanto si debba stare male per concedersi di stare bene almeno un po’.

Subito dopo me lo dimentico, mentre cerco l’accendino nelle tasche del cappotto di mio padre. Ultimamente discutiamo spesso, ma non è una novità. Si arrabbia per la mia trasandatezza, per i miei spostamenti repentini, per la capacità che ho di cambiare vesti e anima nel giro di qualche ora.
Io non me la prendo più. Fumo una sigaretta, bevo un caffè ormai troppo freddo per chiunque – ma non per me –, esco a fare due passi, godendomi ogni secondo di questo rituale solitario. Che cliché – penso – stare male in silenzio.
Come di consueto, anche oggi dopo pranzo ci confrontavamo sull’attualità, parlando un po’di politica e un po’ dei nostri nuovi vicini. Questa volta il tema era il ruolo politico delle feste.
- “Niente attico a Milano stasera, mamma. Vado a una festa in quell’edificio occupato in Garibaldi”. Quello col grande striscione appeso all’entrata e le finestre rotte sul lato sinistro. Un posto perfetto per te, penso.
- “Porta attenzione” mi risponde lei, ogni volta.
Negli ultimi due anni avevo partecipato a diversi boycott party: robe che, a parte il titolo, avevano poco a che fare con la militanza per la causa palestinese. Spazi che avrei voluto attraversare con sicurezza, amore e solidarietà, ma che si riducevano al solito concentramento di marci del circondario. Per la maggior parte, uomini puzzolenti con scarpe nere e alito di birra. Alcuni di questi, noti componenti della borghesia milanese. Pecoroni neri di famiglie troppo ricche per affrontare i problemi dei figli. Gente che preferisce rimanere chiusa nella sua torre d’avorio, galvanizzata dalla consapevolezza che niente cambierà mai davvero per loro. Per sopravvivere basta rimanere fermi, come rocce in questa fiumana di cambiamento. Perché tutto scorre, come si leggeva sui libri di filosofia al liceo, ma vale solo per chi guarda questi processi dall’argine, standosene all’asciutto e al sicuro. E poi ci siamo noi, avanzi di un banchetto a cui non siamo stati invitati, fricchettoni di provincia trapiantati in città troppo grandi per i loro piccoli sogni, gente che vive in continua proiezione: nel futuro e altrove. Tutta retorica, forse. Eppure c’è qualcosa di tremendamente vero in questo. Noi, che viviamo le piazze e le occupazioni, che dormiamo sulle panchine e ci sediamo sui marciapiedi giriamo in cartine stropicciate gli ultimi trucioli di tabacco, sfruttando le prime luci dell’alba. Noi che respiriamo l’aria della città in piena notte, quando la festa e lo smog sono finiti, noi che ci buttiamo nel mare aperto della lotta, senza conoscere la direzione del vento e solo per amore del cambiamento. E sempre noi, immersi fino al collo nelle onde di un domani incontrollabile, non ci rendiamo conto che tutto sta già scorrendo intorno a noi. Un po’ come quando vuoi raggiungere il pianobar ma devi attraversare la folla, e l’unico modo per riuscirci è assecondando il movimento degli altri, cioè ballando.
Ho sempre creduto di non saper ballare: non ho mai fatto danza e ho passato la vita a oscillare tra vivere come un pezzo di carne da scopare e uno da buttare, o magari entrambi. Ho odiato essere donna, ho detestato pensarmi uomo, ho sofferto riconoscermi diversamente da entrambi. La percezione del mio corpo è gradualmente cambiata negli anni, eppure sembra che qualcosa sia sempre rimasto uguale: l’appetibilità. Una volta mi mangiavano gli uomini, ora mi mangiano le donne, domani mi mangeranno i vermi. Ma non quando ballo musica elettronica.
Mi piace stare sotto cassa: qui il volume è così alto da impedire ai miei pensieri intrusivi di farsi spazio e diventare ingombranti. Di solito – anche se siamo in mezzo a un bosco, in un parcheggio o nel sottoscala di un lurido locale di provincia – dopo un po’ fa caldo, e quindi mi spoglio. Stavolta riesco a estraniarmi dal contesto così tanto che mi dimentico di aver perso gli occhiali tra i piedi della gente. E, d’improvviso, ci sei tu che mi guardi con quegli occhi giganti. E io penso, e poi ballo, e poi sudo, e, senza accorgermene, ti trovo qui accanto. I nostri corpi si sfiorano appena, ma la mia bocca resta chiusa. Forse mi ha fatto un incantesimo? Penso. O forse è solo l’effetto che ha su di me.
Io ti guardo tu mi guardi. Io mi giro tu ti giri. Mi dici fermati, non varcare i confini.
Ti dico capisco, ma non tagliare i fili.
Io ti desidero, tu mi desideri?
Le nostre labbra semiaperte in trepidante attesa del prossimo scroscio di bassi. I miei gomiti affilati che tagliano l’atmosfera umida, le tue gambe svitate dal busto che si muovono, insieme alle mie.



