Reggio Emilia, cronaca di una città senza bosco
Qualche anno fa buttavo le cicche fuori dal finestrino. Lo facevo per ignoranza, per pigrizia.
Ho cominciato a fumare a dodici anni, quando al Bosco Ospizio di Reggio Emilia fiorivano 4 ettari e mezzo di sottobosco e 154 alberi adulti. Oggi tengo un posacenere nel vano portabibite, e lo svuoto con una diligenza che al tempo mi sarebbe sembrata assurda.
Oggi, il Bosco Ospizio di Reggio Emilia non c’è più. Fumavo una sigaretta anche l’ultimo mercoledì mattina di settembre, mentre dal telefono guardavo i video degli alberi buttati giù dalle ruspe. Ho visto solo i video; perché ormai vivo a Torino da cinque anni e il mio ritorno a casa si limita alle feste comandate. Ho zoommato, come se cercando bene potessi trovare ancora un ramo, un tronco, un riccio. Ci ha pensato Conad, ai ricci, che si preparano al letargo proprio ora, in autunno?
Quella mattina, a metà sigaretta, continuavo a pensarci io, ai ricci. Non potevo esimermi dal moto di tristezza naturale che nasce da uno strappo: continuavo a pensare al prossimo ritorno. Mi sarei voltata sulla via Emilia, avrei cercato le punte di latifoglie e conifere che solleticavano il cielo, e non le avrei trovate. Avrei cercato una comunità che s’è costruita sulle fondamenta di rospi, ricci ed erbacce secondo alcune malevole lingue; e quella forse, ci sarebbe stata ancora.
Quando vivevo a Reggio, abitavo al nono piano di un palazzo da cui si poteva vedere tutto lo scheletro della città. Svettavano gli alberi sopra le costruzioni, e ho creduto che potessero competere con i palazzi.
Ho finito per considerarli altrettanto permanenti.
Il filo di ferro arrugginito si è spezzato subito. Alessandro e Andrea si guardano.
Alessandro spalanca la strada col braccio sinistro e gli pare di farsi liquido, di scivolare attraverso.
È già dall’altra parte, la gente gli viene dietro e l’acqua da un canale di scolo scorre verso il bosco che urla. Sono in diciassette. Non erano partiti così, con quest’intenzione. Era una marcia funebre.
È stato un attimo.
Poi le grida di supporto, la musica attraverso la cassa, la loro voce amplificata al megafono per le compagne. La seduta scomoda sulla ruspa. La questura. L’attesa, l’attesa, l’attesa.




Quest’estate ho scoperto che l’hummus è perfetto sulla pasta sfoglia. Ci ho messo una mattina, quella di Ferragosto, e poi l’ho portata alla comunità del bosco. Era la mia prima torta salata vegana, non avevo mai cucinato nulla del genere prima. È sparita nel giro di un’ora mentre chiacchieravo con amici sotto l’ombra di un platano altissimo, sotto il quale la temperatura – al sole di almeno 40 gradi – calava sotto i 35.
Attorno a noi c’era chi usava la slackline, una corda tesa tra due alberi su cui camminavano sopra con grazia. Chi decorava magliette con colori acrilici, chi si rilassava su un’amaca respirando dell’aria buona, chi leggeva il giornale su una sedia, qualche bimbo col pallone. «Era un paradiso» mi ha detto Alessandro Tinaro al telefono, con la voce incrinata.
È uno dei ragazzi che hanno preso il foglio di via il primo ottobre, e io gli ho creduto. Perché l’ho visto: il capannello di tende disposte a cerchio di fronte al presidio, l’ho sentito riportandomi a casa la teglia vuota della mia torta salata, che lì fioriva qualcosa di vero, una cura precisa e condivisa.
Ogni mattina la sveglia suonava alle 6.30, e le moke da sei andavano sul fuoco una dopo l’altra.
Si rideva in modo un po’ isterico, per la stanchezza. Poi la giornata cominciava. Prima attività tra tutte la tutela del bosco: una difesa fisica e nonviolenta, davanti alle principali entrate di via Emilia e viale Primo Maggio. Durava fino alle nove, poi fino a ora di pranzo c’era spazio per l’immaginazione e si costruivano cose: un box doccia, un’altalena, si organizzavano i gazebi con materiali di recupero. Nel pomeriggio si tenevano workshop e tavole di coworking, si godeva dell’ombra, si stava insieme. Le persone che venivano a portare qualcosa da mangiare, da bere o semplicemente un saluto poi tornavano, perché riconoscevano nelle fondamenta di quel terreno una casa anche loro.
Le assemblee sono cominciate due anni e mezzo fa. Me lo racconta Chiara Bonazzi, attivista di Extincion Rebellion Reggio Emilia: «Ci riunivamo tutti i mercoledì sera al Circolo Stranieri, e organizzavamo proteste anche davanti al Conad, piazze, biciclettate solidali per sensibilizzare la popolazione e per fare pressione sul Comune». Da lì all’inizio del presidio il 3 Agosto di quest’estate, il gruppo è cresciuto: uno zoccolo duro ha dormito e difeso il bosco giorno e notte, sempre più persone della comunità si sono mobilitate verso di loro.
«In un periodo in cui ho dovuto fare avanti e indietro da casa mia, sentivo la fatica di tornare alla civiltà, di rompere quella bolla magica e surreale a cui si era soggetti nel bosco. I tempi erano rallentati, i bisogni pochi e condivisi e l’importante era stare insieme e a fianco del bosco.
Quando frequentavo persone all’esterno della lotta, percepivo un distacco». Sì, perché viviamo in una realtà che ci ha anestetizzato ai temi sociali, convengo con Bonazzi, impigrito e regalato un privilegio che ci consente di non preoccuparci dell’emissione di CO₂ che subiremo, senza il bosco. «L’area è privata, i permessi ci sono, la prossima volta vigileremo meglio» Ha detto il Comune agli attivisti, «Pare ci sia sempre una prossima volta e intanto i boschi si distruggono», commenta Bonazzi.
Il Comune ha venduto l’area a Conad, a cui ora dovrà pagare un affitto affinché la cittadinanza possa usufruire dei suoi spazi, nelle forme di una biblioteca e una casa della salute, dicono gli attivisti. C’è una tendenza diffusa in Italia da parte dei Comuni a cedere o vendere terreni alle catene di supermarket. A loro serve per fare cassa, ma al cittadino servono altri supermercati? «Spazi che si sarebbero potuti allestire dall’altra parte della strada, nel complesso San Lazzaro, che a seguito di studi approfonditi condotti da geometri del territorio, sarebbe stato giudicato idoneo e già pronto ad essere utilizzato», racconta Bonazzi.
Ci sono quindi, luoghi già esistenti che potrebbero fornire i medesimi servizi all’utenza. Conad, che è stato invitato alle dichiarazioni e al dialogo più volte, sottraendosi indefessamente. Eccezion fatta per l’incontro del 30 agosto, in cui non ha proferito parola. Conad, che è proprietario dal 2015 e la comunità assicura che non è la prima volta che taglia del verde, già qualche anno fa ha tentato l’impresa, dovendosi fermare perché un capriolo è uscito dagli alberi, spaventato. Non tutti, a Reggio, la pensano come gli attivisti. Un comitato a favore del supermercato, formato soprattutto da persone anziane del quartiere, ha raccolto una cinquantina di firme. Invitati più volte al confronto, non si sono mai presentati.
Mercoledì 30 Settembre, alle sei del mattino, le ruspe erano già davanti all’ingresso di viale Primo Maggio. Chi era di vedetta ha dato l’allarme, chi era sveglio ha lasciato il caffè a metà. «Ci aspettavamo i cestelli, che salgono a tagliare la parte alta e poi scendono», racconta Chiara Bonazzi. Invece la benna dell’escavatore spingeva gli alberi finché non si spezzavano a metà. Uno ha cominciato a dondolare verso il marciapiede della via Emilia, dove c’erano attivisti e passanti. «Se cade qua, ci ammazza», ha detto qualcuno.
Nel campo da calcio lì accanto i ragazzi hanno smesso di giocare e urlavano di fermarsi. Alla scuola materna, durante la ricreazione, i bambini guardavano gli alberi cadere e gli agenti antisommossa che parevano alieni. Piangevano, quindi sono stati fatti rientrare. Le maestre l’hanno raccontato agli attivisti, all’assemblea della sera. Chiara Bonazzi ha visto un albero dondolarle sopra la testa e ha pensato: se questo cade, ci ammazza.
Alessandro Tinaro, quella mattina, non c’era. Aveva dormito al presidio fino alla domenica sera, poi è tornato a Parma e poco dopo è partito verso Genova, per una formazione. La mattina seguente, a Genova si è svegliato, ha preso il telefono e ha letto le notifiche del gruppo Allarme, ad uso delle comunicazioni tempestive. Ha preso il primo treno. È arrivato alle cinque del pomeriggio, ed era già troppo tardi.
Il bosco non c’era più.








Ha trovato l’assemblea riunita. Si decideva cosa fare, ma prima ancora si lasciava spazio a quello che c’era nella stanza: la rabbia, la tristezza, l’impotenza sui volti delle compagne che erano lì dall’alba e non avevano potuto fermare niente. «Platani di sessant’anni», mi dice. «Generazioni, devastate in qualche ora».
Quella sera il cantiere è stato sorvegliato come un luogo sensibile: telecamere all’interno, la celere che andava avanti e indietro anche di notte, uomini della Digos in borghese che seguivano gli attivisti. Hanno fatto dei sopralluoghi per capire se ci fosse un modo di entrare, ma non ce n’erano di sicuri. Sono andati a dormire stanchi e demoralizzati.
La mattina dopo c’era aria da funerale. Li ha svegliati la trinciatrice, che macinava quello che restava. Sulla via Emilia, davanti al grande murale, si sono ritrovati in centocinquanta, senza un piano. Una signora ha proposto una marcia silenziosa, di lutto. Loro avevano voglia di urlare, di dare voce alle poche tracce rimaste di quello che era stato un polmone verde, ma la marcia è partita lo stesso e ha occupato tutta la strada. Alessandro ha visto uno spiraglio, una possibilità e l’ha colta.
Sulla ruspa sono rimasti due ore e mezzo, alcuni nell’escavatore, altri sul braccio meccanico, lui vi si è appeso. Così che non potessero tirarlo giù senza l’intervento dei Vigili del fuoco, col cestello, in sicurezza. «Non avevo paura» mi dice. «Mi fidavo delle persone che avevo intorno, e siamo tutte persone preparate».
Da lassù, Alessandro mi ha raccontato di aver visto l’estensione dell’area, la devastazione che avevano portato con loro gli operatori e i loro macchinari. Quello che vedeva dall’alto aveva una storia più lunga del bosco. L’area è sempre stata edificabile, mi spiega Sorana Matei, laureata in architettura. Un tempo ci sorgeva un edificio pubblico, l’Ospizio, demolito per costruire delle palazzine residenziali. Poi è arrivata la crisi del 2008, il progetto si è fermato, e sono rimaste solo le fondazioni. Con gli anni si sono riempite d’acqua e sono diventate uno stagno. Sono arrivati gli anfibi, poi gli altri animali, poi gli alberi. Il bosco è cresciuto da solo, dentro le fondamenta di un palazzo che nessuno ha mai costruito.
Non era un corridoio ecologico, almeno non sulla carta, ma una stepping zone: una piccola isola verde dove gli animali si fermano, trovano riparo, si riproducono. «Al di là della classificazione», dice Sorana, «come ecosistema lo era».
Il bosco lavorava in silenzio. Quando pioveva, assorbiva l’acqua che gli cadeva sopra, mentre un terreno costruito e impermeabile la scarica sulla strada e affatica le fognature. Con il caldo, faceva qualcosa di più che dare ombra: asfalto, cemento e mattoni hanno un’alta capacità termica, accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente, anche di notte. La vegetazione no. E sulla via Emilia, una delle strade più trafficate della città, le foglie trattenevano le polveri sottili, che la pioggia poi portava nel terreno, dove venivano trasformate in nutrimento. Nessuna pavimentazione drenante, anche la più moderna, fa lo stesso lavoro: lascia passare l’acqua, ma sotto il terreno resta brullo.
C’è chi dice che basti ripiantare: dieci alberi giovani per ogni albero abbattuto. Sulla carta i conti sembrerebbero tornare, ma il numero di alberi è solo una parte della questione. Un albero giovane, nella fase di crescita, può assorbire CO₂ rapidamente, ma non ha la stessa capacità di stoccaggio del carbonio di un albero maturo, che ha impiegato decenni per raggiungere quelle dimensioni. Per arrivare a livelli paragonabili serviranno molti anni. Senza contare, che un edificio ha un’impronta di carbonio che comprende tutto: la produzione dei materiali, la costruzione, perfino la demolizione a fine vita.
Gli alberi nuovi, inoltre, non sempre sopravvivono senza irrigazione e cure. E un albero in mezzo a un parcheggio non svolge le stesse funzioni ecologiche di uno che vive dentro un ecosistema. «Si prende un dato numerico parziale e lo si usa per far tornare i conti», spiega Sorana. «Ma se si guarda all’intervento nel suo complesso, quei conti non tornano più. Gli ecosistemi sono complessi, non si può fare una semplice somma e sottrazione».
Di chi è la responsabilità, allora? Dal punto di vista urbanistico, è normale che Conad abbia ottenuto i permessi: l’area era edificabile. Gli attivisti di Legambiente avevano presentato un ricorso per farla riconoscere come bosco, ma è stato respinto. Il Comune avrebbe potuto non vendere il terreno, o approvare un piano particolareggiato che lo rendesse non edificabile. Nessuno ha avuto la sensibilità politica di farlo, e adesso ha le mani legate. «È il nostro sistema burocratico che è anacronistico, rispetto alla crisi ambientale che stiamo vivendo».
Nel 2015 vengono abbattuti irregolarmente 93 alberi da Conad che si ferma a causa dell’incursione di un cervo. Nel 2024 il primo blocco non violento dei lavori, da cui nasce l’assemblea permanente: composta da liberi cittadini che vogliono difendere il patrimonio naturale. È in quell’occasione che dal bosco esce un capriolo spaventato. Conad lo celebrerà in un comunicato come un animale “salvato”; secondo gli attivisti, a salvarlo furono loro, che fermarono i mezzi e chiamarono i soccorsi. La risposta dell’azienda fu una denuncia per violazione di proprietà privata.
Il 29 novembre 2024 Comune e Conad firmano la convenzione, tre giorni prima che se ne discuta in Consiglio comunale. A gennaio 2025 l’Assemblea presenta il Piano (B)osco, una proposta alternativa per salvare l’area. A febbraio i cittadini bloccano di nuovo i lavori, e Conad ne denuncia nove. Il 13 febbraio di quest’anno arrivano i permessi di costruire: un supermercato da 2.500 metri quadrati, la biblioteca di quartiere, il Polo dei servizi sociali e la Casa della salute, per circa 25 milioni di euro. Il 3 agosto Conad dà il via ai lavori, e lo stesso giorno comincia il presidio.
Il 30 agosto c’è un incontro tra Comune, Conad e Assemblea. Il sindaco Marco Massari si dice disponibile a ulteriori miglioramenti ambientali; gli attivisti ne escono amareggiati, dopo aver chiesto al Comune di uscire dalla logica del «non si può più fare niente».
Il 9 ottobre arriva una notizia che sembra ribaltare tutto, ma arriva troppo tardi.
La Quarta Sezione del Consiglio di Stato ha accolto l’appello cautelare presentato da cittadini e associazioni ambientaliste, disponendo lo stop all’abbattimento di ulteriori alberi. Il provvedimento, emesso l’8 ottobre, riforma la precedente decisione del TAR di Parma e rimanda a ulteriori approfondimenti la valutazione della vicenda. Ma gli alberi destinati al taglio sono già stati abbattuti. La decisione non ferma automaticamente l’intero cantiere e non rappresenta ancora una sentenza definitiva sulla legittimità del progetto. È una vittoria giudiziaria che arriva quando il danno è già stato fatto: la giustizia riconosce la necessità di fermare le ruspe.
Non può rimettere in piedi gli alberi caduti. Ancora una volta, in Italia, se la vittoria arriva, ha il sapore di sconfitta.
Impresso nel terreno rimane il coraggio degli attivisti saliti sulle ruspe, la resilienza dei cittadini presentatisi al presidio giorno dopo giorno, per sessanta giorni, e rimane traccia delle risate, delle parole, della lotta costruita nel tempo, con le braccia e le mani e le attività di gruppo. Finché non c’è una colata di cemento, c’è speranza.






