Abitare il territorio: a Spira il confronto sulle possibilità di fare comunità
La cultura è giovane, ma i problemi sono vecchi e sempre gli stessi. A Signa, per un pomeriggio, il territorio non è stato soltanto il luogo in cui stare, ma qualcosa da interrogare, attraversare e provare a trasformare. Con questo spirito è nata la conversazione “Abitare il territorio”, organizzata da Conversatorio APS durante la seconda edizione di Spira Festival, a Villa Alberti il 19 settembre.
Attorno al tavolo si sono confrontate alcune realtà che, con linguaggi e modalità differenti, lavorano sulla partecipazione giovanile, sulla cultura e sulla costruzione di occasioni di aggregazione: Lungarno, Mega, Scomodo Empoli, Giovani Wannabe, Ultracorpi e ovviamente anche RatPark Magazine.
Esperienze diverse per storia e dimensioni, ma unite dalla volontà di creare qualcosa nei territori che abitano, in particolare quello fiorentino e toscano, spesso partendo dal basso e facendo affidamento sul lavoro volontario. Una scelta che è sì un modo per lavorare a uno scopo comune, ma, visto che di lavoro si parla, diventa una necessità quando fare impresa culturale è difficile, le risorse sono limitate e i finanziamenti pubblici sono pochi e ultra vincolati.




Da dove nasce, allora, la necessità di creare una nuova realtà? Perché iniziare? E soprattutto: quale bisogno si pensava di intercettare quando si è cominciato e quale bisogno si riconosce oggi, dopo aver attraversato le difficoltà dei primi anni?
Le difficoltà hanno occupato una parte importante della conversazione. Cosa significa concretamente provare a costruire qualcosa dal basso? Le iniziative culturali e sociali devono confrontarsi con la disponibilità degli spazi, la burocrazia, la sostenibilità economica e la difficoltà di raggiungere un pubblico abbastanza ampio da permettere ai progetti di durare nel tempo.
Il problema non è soltanto riuscire a organizzare un evento o far partire un progetto. È riuscire a farlo crescere, raccontarlo al di fuori dalla propria cerchia e costruire un ricambio generazionale. Perché anche una comunità molto attiva rischia di diventare autoreferenziale se non riesce ad aprirsi a nuove persone.
Giovani e provincia sono due termini che si legano spesso nella stessa frase: “non c’è niente da fare”. Una formula che, secondo le realtà coinvolte, rischia di diventare una profezia che si autoavvera. Perché le iniziative esistono, così come esistono gruppi, associazioni, collettivi e progetti capaci di creare occasioni di incontro e partecipazione. La questione, semmai, è capire perché alcune riescano a sopravvivere e altre no.
La sopravvivenza, tanto delle famiglie, delle imprese, quanto delle associazioni culturali, è legata alla casa. Senza di essa tutto diventa più difficile, poiché serve un luogo d’incontro fisico dove organizzare, progettare e creare il futuro. Il desiderio di spazi di aggregazione è stato condiviso da tutti i partecipanti al talk, ma con una voce in controtendenza:
Scomodo Empoli ha raccontato come il gruppo sia riuscito, attraverso un bando, a ottenere la gestione dell’ex cinema La Perla a Empoli, trasformandolo nella propria redazione e spazio in cui incontrarsi, fare musica, proiezioni e semplicemente trovarsi. Un risultato che potrebbe sembrare, almeno sulla carta, l’esempio perfetto di collaborazione tra istituzioni e progettualità giovanile. Ma lo spazio si è rivelato molto grande e difficile da gestire con pochi fondi.
Il caso introduce una contraddizione significativa: uno spazio può essere contemporaneamente un’opportunità e un problema. Ottenere le chiavi di un luogo non significa automaticamente avere le risorse per renderlo vivo. E così la questione degli spazi si lega inevitabilmente a quella dei finanziamenti, della gestione e della sostenibilità nel tempo.
Il punto non è quindi soltanto chiedersi se le istituzioni debbano sostenere queste esperienze, ma come farlo senza limitarsi a mettere a disposizione uno spazio o un bando. Perché una politica di sostegno alla cultura giovanile può richiedere anche strumenti economici, accompagnamento e condizioni che permettano ai progetti di diventare realmente autonomi, con risorse durevoli nel tempo.
Ma una comunità non si costruisce soltanto attraverso chi la organizza. C’è anche chi quella comunità la attraversa, la frequenta e decide se partecipare. Per questo una delle domande rivolte alle realtà presenti ha riguardato proprio la reazione delle persone: come viene accolto, inizialmente, qualcosa che prima non esisteva?
La risposta passa necessariamente attraverso il rapporto tra progetti e pubblico. Perché creare un’occasione di aggregazione non significa automaticamente riuscire ad aggregare. Serve tempo per conquistare fiducia, costruire riconoscibilità e trasformare una presenza occasionale in una partecipazione stabile.
Lo strumento economico oggi maggiormente importante e diffuso per chi vuole fare associazionismo è quello dei bandi: comunali, regionali, nazionali, europei, pubblici e privati, di fondazioni e istituzioni. Ogni bando è un’occasione per realizzare un progetto, ma come si diceva all’inizio, c’è il rovescio della medaglia.
La progettazione dei bandi è essa stessa un lavoro, che richiede competenza, pazienza, e una valanga di tempo. Il risultato è che, pur partecipando a un numero enorme di bandi si deve nella maggior parte dei casi anticipare grandi cifre (anzi, spesso la totalità dell’importo), rendicontare ogni singola spesa e arrivare alla conclusione con un investimento comunque superiore al rimborso.
La domanda con cui il confronto lascia il pubblico non è quindi soltanto cosa manchi a Firenze e alla sua provincia, ma che cosa si possa ancora costruire. Perché abitare un territorio significa anche assumersi la responsabilità di immaginarlo diverso. E forse, alla fine, il problema non è soltanto trovare qualcosa da fare. È trovare qualcuno con cui farlo.
Tuttavia, questo incontro ci lascia anche con un possibile spunto di riflessione: insieme le realtà culturali sono monadi isolate, oasi nel deserto che mancano però mancano ognuna di qualcosa: alcune di know-how, altre di spazi fisici dove trovarsi, altre di persone da incontrare. Forse, facendo rete, organizzandosi, e mettendo insieme le risorse, si potrebbero colmare i reciproci vuoti.
Per creare un mondo in cui si possa fare cultura e stare insieme veramente. Non solo per profitto.







