Mecenatismo

A cura di

Bernardo Maccari

Immagine di

Collettivo Sineforma


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In un’epoca in cui l’utilizzo, in ogni sua forma, ha la tendenza a tramutarsi in sfruttamento – che sia di risorse, del lavoro – e in cui a ogni cosa si attacca un’etichetta, simbolo del suo valore economico, gli spazi per l’arte sono inevitabilmente limitati. Sia perché di essa non esiste un vero prezzario, sia perché la sua eventuale esistenza è dovuta ai sintomi più estremi delle malattie del mercato, alle sue escrescenze più grottesche. 

La difficoltà di assegnare un prezzo alla produzione creativa impone una forma di fiducia quasi cieca nel suo valore, nella sua essenzialità; fiducia che sembra sempre più mancare. Si è imposta una visione per cui è da ritenersi scontato che gran parte delle nostre energie si concentri in attività il cui valore economico è almeno in apparenza evidente. Non c’è spazio per il dubbio, componente fondamentale di qualsiasi operazione che sia invece sostanzialmente basata su uno stimolo creativo.

Si crea dunque un imbuto, soprattutto concettuale: perché l’espressione della creatività di un certo artista o collettivo di artisti abbia valore, questo valore deve avere per lo meno delle conseguenze economiche, se non riesce a essere valore economico in prima battuta. Ma i numeri non sono adatti a descrivere l’impatto che un’opera d’arte può avere su una persona, una società, un periodo storico.

Può capitare che dei numeri buoni secondo i meccanismi del mercato dell’arte descrivano la grandezza di un artista, ma solitamente questa bontà è dovuta a risultati che sono stati raggiunti in precedenza, alla certezza del mercato che per assistere al frutto del conflitto interiore di quello o quella specifica artista, per ammirare il frutto dei suoi dubbi, esista un pubblico disposto a pagare. Per rompere questo circolo vizioso è necessario tornare a uno stato precedente, è necessario fare un passo indietro e porsi nuovamente come osservatori, se non come promotori, della sperimentazione artistica, concentrandosi sulle sue infinite sfaccettature prima di arrivare ad approcciarla tenendo conto della sua dimensione economica.

Ciononostante sarebbe tanto ingenuo quanto dannoso fingere che la sopravvivenza pratica e quindi economica del creativo, inteso come figura cardine di una società soddisfacente, sia una problematica di poco peso. È la concentrazione cieca ed esclusiva sull’aspetto economico a creare un cortocircuito, non la serena convinzione che sia una problematica di cui è necessario tenere conto per permettere a chi crea o a chi vuole veder creare di confrontarsi con qualcosa di stimolante. 

È all’interno di questa spaccatura che vuole collocarsi il collettivo Sineforma, nato e operativo a Roma con lo scopo apertamente dichiarato di fare mecenatismo culturale. E forse è proprio questo il “passo indietro” di cui abbiamo bisogno. Un mecenatismo moderno, non imposto dall’alto. Il tentativo di creare una comunità orizzontale attraverso il quale pervadere spazi urbani e non urbani sempre più svuotati di fervore creativo. A guidare la visione del collettivo sono valori specifici, elencati con grande precisione dal direttore artistico, Marco Galletti: 

  • L’arte intesa come lavoro a tutti gli effetti (e non mero hobby), con il conseguente riconoscimento della dignità professionale degli artisti.
  • L’importanza delle periferie e dei luoghi alternativi come spazi vitali per la cultura, da sottrarre alla marginalità e in cui portare valore artistico.
  • La coesione sociale, ossia il ruolo dell’arte nel favorire aggregazione, dialogo e senso di comunità tra le persone.
  • Il diritto alla sperimentazione, inteso come libertà di osare e innovare nei linguaggi artistici senza censura né conformismi.

Attraverso questi meccanismi e con l’affermazione di una presa di posizione valoriale, Sineforma vuole promuovere un cambiamento, che potrebbe anche definirsi un ritorno, a un momento di maggiore apertura alla sperimentazione. All’atto pratico, per farlo, intende costruire una piattaforma di eventi itineranti, culturalmente innovativi, basati sempre sulla stessa struttura e sui sopracitati valori fondativi, ma che vadano ad affrontare tematiche ogni volta diverse. 

Il primo dei quali si svolgerà nell’atelier autogestito ESC, nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, il prossimo 8 e 9 novembre. Per la prima volta verranno tradotte all’atto le idee che animano i membri del collettivo e chi decide di collaborarvi – come noi di RatPark Magazine – in una due giorni dedicata, per scelta, a quella sperimentazione che sempre più sembra essere considerata un rischio che è inutile correre, e non invece una speranza o una possibilità in cui credere.

Dal manifesto di Sineforma:

…Disse Vladimir Majakoskij: «L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo».

Sicché l’Arte come elemento romantico, veicolo di bellezza e di poesia, non deve esulare dalla suo essere innovazione, mutamento, avverazione.

Si richiede un’impresa coerente e composta non di idealismi, ma dell’azione assoluta della ricerca, che nasce da ideali ed è volta alla bellezza, all’onestàintellettuale, al senso completo dell’essere e del vivere.

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