
Politica e Società
Se la libertà di stampa è sacrificabile, allora lo siamo tutti
I recenti avvenimenti del contesto italiano ci portano a riflettere su quello che è la base delle democrazie mature
A cura di
Nicolò Guelfi
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Cosa rende davvero diversi i Paesi come l’Italia dalla Russia, dalla Corea del Nord, dalla Turchia o dal Venezuela? Chi risponde “Il clima” sicuramente coglie un punto, ma non quello principale. Uno dei cardini della democrazia è la libertà di dire quel che si vuole e pensare che questo possa avere un peso.
Sì, perché al netto di tutti i vari “ah ma signora mia, non si può più dire niente”, in Italia fino a tempi recentissimi era possibile dire più o meno qualsiasi cosa. Lo dimostrano l’ondata di discorsi razzisti, sessisti, omofobi, apertamente contrari ai valori repubblicani del nostro Paese pronunciati da Roberto Vannacci nel corso delle elezioni regionali in Toscana (unico caso peraltro in cui la retorica non ha avuto successo, visto che la Lega è scesa sotto il 5%).
Ma perché parlare di questo? Perché l’Italia, il nostro Paese, un problema di libera espressione ce l’ha, ed è proprio in quel contesto in cui l’opinione, la cronaca e la discussione dovrebbe essere più ponderata e fertile: la stampa.
La discussione sarebbe ampia ma è bene circoscrivere per non ricadere nel qualunquismo, quindi prenderemo in esame tre casi: Gennaro Sangiuliano, il Sole 24 Ore e l’Indice per la libertà di stampa.
La disastrosa classifica per la libertà di stampa
Partendo proprio da quest’ultimo, l’ultimo rapporto di Reporters Sans Frontières (RSF) sull’Indice mondiale della libertà di stampa è stato pubblicato il 2 maggio 2025. Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto evidenzia quanto segue:
L’Italia si è classificata al 49° posto su 180 Paesi in questa edizione 2025. Il punteggio ottenuto, valutando una lunga serie di fattori, è 68,01 punti su 100. Le principali criticità segnalate sono: la crescente ingerenza politica nei media, anche statali; pressioni economiche e legali sui giornalisti, con timori di autocensura; minacce da parte della criminalità organizzata, in particolare nel Mezzogiorno. Rsf osserva che la situazione dell’Italia è la peggiore fra i Paesi dell’Europa occidentale presi in considerazione. Il risultato in classifica (anche se non è una hit parade o la Serie A) segue peraltro un trend discendente rispetto ai due anni precedenti, sintomo che gli avvertimenti non sono stati ascoltati e la situazione si è aggravata.
Ora, fatto salvo che non riusciremo mai a battere Stati fiore all’occhiello del free speech come le Isole Tonga, le Seychelles, le Samoa o Paesi continentali pluralisti come il Montenegro e la Moldavia (sì, concediamoci una punta di ironia), quello che è bene analizzare sono i due fatti recentissimi che potrebbero dare la cifra di quello che è il problema nel Belpaese.
I giornalisti sono liberi di (non) fare un quotidiano?
Il caso Sole 24 Ore, di cui si sta parlando in questi giorni, ma forse non con il giusto livello di sconcerto (soprattutto in Rai), è quello di una redazione che una volta rappresentava il più alto livello del giornalismo economico in Italia e la cui redazione oggi sciopera – come mai accaduto prima – per il fatto di essere stata totalmente esautorata dal proprio ruolo.
Siamo in tempi di Legge di Bilancio, che è quasi sempre un brutto momento per tutti gli esecutivi, visto che le promesse di mesi si infrangono spesso contro lo specchio dei numeri. Il governo Meloni deve rendere conto di molte cose, e per farlo il Sole 24 Ore decide di affidare l’intervista alla premier (evento rarissimo perché Meloni non parla frequentemente con la stampa) alla collaboratrice esterna Maria Latella, reputata essere persona vicina alle posizioni Fratelli d’Italia e, quindi, più indulgente. A causa di questa decisione, la redazione ha indetto sei giorni di sciopero, il giornale è uscito con sole 8 pagine contro il volere della stessa redazione… insomma, non le 8 più belle della sua storia.
Il problema, in questo frangente, è particolarmente spinoso, poiché il giornale è di proprietà di Confindustria, di cui fanno parte le maggiori aziende a partecipazione statale in Italia: Leonardo, Poste Italiane, Fincantieri etc. Tutte queste aziende sono in buona parte controllate dal governo, quindi va da sé come risulti facile per un qualunque esecutivo esercitare una pressione dura o morbida sul quotidiano economico, affinché venga detta o non detta una cosa anziché un’altra in materie molto specifiche. Si tratta di un problema presente da molto prima del governo Meloni e del quale si dibatte da anni.
L’ex ministro-giornalista, aspirante consigliere regionale
Veniamo al protagonista: Gennaro Sangiuliano. L’ex ministro della Cultura è diventato famoso al grande pubblico nell’estate del 2024 a causa di un caso che è stato venduto come cronaca rosa, ma era molto di più. L’allora ministro avrebbe usato soldi pubblici per portare la sua amante Maria Rosaria Boccia a un concerto dei Coldplay (lui lo nega, ma qual è l’alternativa?), e, se ancora non bastasse, lei stessa avrebbe consultato e fotografato documenti riservati del Ministero senza ricoprire un incarico e avere l’autorità per farlo (e lo ha dichiarato pubblicamente in molteplici occasioni dopo la rottura con l’ex ministro).
La vicenda, culminata poco più di un anno fa in un drammatico e sofferto annuncio di dimissioni da parte dello stesso Sangiuliano ferito al volto (e probabilmente anche al cuore), ha costretto l’uomo a un difficile nuovo inizio partendo dal grado evidentemente più basso disponibile del suo vecchio e sfortunato lavoro di giornalista: il corrispondente da Parigi per la Rai. Ruolo che in precedenza era stato di Giovanna Botteri e Piero Angela.
Ora, non entriamo nel merito delle qualità tecniche e linguistiche come professionista, ma credo che tutti possano essere d’accordo nel dire che quello di corrispondente in Francia per una Tv di Stato estera sia un ruolo di prestigio: tanta responsabilità, ma anche visibilità, stipendio, benefit, tutele sindacali, tutto coronato dalla promozione a direttore della redazione francese della Rai.
Ecco, a fronte di tutto questo, in un’intervista al Corriere della Sera, l’ex ministro della Cultura Sangiuliano ha detto che si candiderà al Consiglio regionale della Campania, la sua Regione, proprio con Fratelli d’Italia. La notizia era già circolata nelle scorse settimane, ed è stata ufficialmente confermata dallo stesso candidato nel suo primo comizio pubblico per la campagna svolto mercoledì 22 ottobre. Le elezioni si terranno tra il 23 e il 24 novembre.
“la credibilità della Rai, usata da Sangiuliano come un tram che lo porti dove gli pare”
Come racconta il sito QuiFinanza, Sangiuliano non dovrà rinunciare né al posto di inviato da Parigi, né allo stipendio della Rai. Le regole della Tv pubblica infatti concedono di prendere un permesso per poter svolgere attività di elettorato passivo, quindi di candidatura alle elezioni, come la campagna elettorale. Soltanto se verrà eletto, Sangiuliano dovrà chiedere un periodo di aspettativa come quello che aveva ottenuto una volta nominato ministro.
L’Usigrai (diversamente dall’Unirai, sindacato politicamente più vicino alle posizioni del governo, che non si è espresso) e le opposizioni hanno duramente criticato questi continui passaggi dell’ex ministro dalla Tv pubblica alla politica e viceversa, affermando che “In gioco però non c’era la legittima scelta di candidarsi, ma, ancora una volta, la credibilità della Rai, usata da Sangiuliano come un tram che lo porti dove gli pare”. Sangiuliano si è difeso, appellandosi niente di meno che all’articolo 51 della Costituzione, la parità di accesso di tutti i cittadini ai pubblici uffici.
La libertà di stampa è un problema di tutti noi
Che cosa hanno in comune questi esempi? Un Paese, l’Italia, che non riesce a mantenere autonomo il servizio pubblico (pagato dai cittadini), che non riesce a garantire l’indipendenza di attori privati come il Sole 24 Ore, che non riesce a difendersi dalle analisi impietose ma veritiere di professionisti stranieri come Reporter senza frontiere.
Questo non è un attacco al governo, è un appello alla presa di coscienza: un sistema mediale malato, fazioso, costantemente legato a doppio filo con la politica e l’industria, non serve la cittadinanza e diventa solo il megafono di chi già parla a voce alta.
Per contro, pensiamo anche a chi nel fare il suo lavoro viene attaccato e rischia la vita, come Jacopo Cecconi, giornalista di Rai3, accusato e insultato per un parola di troppo nel commento alla partita della nazionale italiana di Calcio: “L’Italia ha la possibilità di eliminare Israele, almeno sul campo, vincendo”.
Ma soprattutto Sigfrido Ranucci, volto e mente della trasmissione Report che, solo per puro caso, è scampato a un attentato dinamitardo sotto casa che ci riporta indietro con la memoria agli anni del terrorismo. Appena un mese fa, ricorrevano i 40 anni dall’assassinio del giornalista Giancarlo Siani ucciso dalla camorra, solo per aver fatto il suo lavoro.
Tutti questi elementi, che sono solo una piccola selezione di cose avvenute negli ultimi 6 mesi, corroborano la tesi per cui ci sia effettivamente un problema di libertà di parola che forse non vogliamo affrontare davvero, ma che sicuramente non è quello sbandierato da alcuni esponenti di forze politiche che rivendicano principalmente la libertà di odiare. Se vogliamo continuare ad avere ancora tutti il diritto di parola, dobbiamo capire che se i media vanno male non è un problema dei giornalisti, ma è un problema di tutti noi.


