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Alessandro Balbo

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Jiangyin Road è tranquilla. A un livello quasi disturbante. Il suono dei passi torna all’orecchio dopo aver colpito, senza ostacoli, i muri delle case shíkùmén. Moderne e tradizionali allo stesso tempo, rappresentano già da sole un simbolo delle contraddizioni che caratterizzano e animano la città. Elementi tipici della vita cinese si fondono con la forte influenza occidentale tardo-ottocentesca, risultando in costruzioni in muratura il cui stile architettonico si traduce letteralmente in “porta di pietra”. La loro struttura bassa e solida contrasta, arrogante e stoica, con i grattacieli che spiccano sullo sfondo. I giganti di Huangpu sono le uniche presenze a ricordarci che ci troviamo in uno dei centri urbani più popolosi al mondo: un posto “sul mare” (上海) noto come Shanghai.

Al di là dei tetti, 30 milioni di persone iniziano come ogni giorno la loro corsa personale in quella che è considerata la capitale economica della Cina. Ma qui, appena fuori dal piccolo albergo Fish Inn, la vita sembra essersi fermata. La strada è vuota, apparentemente dormiente. Decine di scooter elettrici sono parcheggiati sui marciapiedi. Ogni tanto passa un carretto di cianfrusaglie spinto a mano. Fuori da qualche finestra pendono i panni stesi, in una calma attesa che stona con la frenesia a cui mi ero preparato.

Guardano da pochi metri di altezza le insegne dei piccoli negozietti, dal cui interno escono attutite le voci urlanti dei pochi individui che sembrano popolare questo angolo di mondo. Un suono, più di tutti, interrompe dolcemente il silenzio. Proviene dalle porte di quelle botteghe, a cui sono appese decine di palle di plastica. Guardando bene, mi accorgo che non sono palle, ma gabbiette sferiche, colorate di un bruttissimo verde fluo. In ognuna c’è un grillo, che canta.

Quella dei grilli domestici è una delle tradizioni più radicate della cultura cinese. Già ai tempi della dinastia Tang (618-907 d.C.), essi erano simboli di buon auspicio, vitalità e armonia, e il loro canto celebrato dai poeti. Inizialmente appannaggio dell’aristocrazia, l’abitudine di allevare grilli si diffuse nei secoli anche al popolo, che ne allevò varietà da combattimento (ququ), e da compagnia (guoguo), mentre il trasporto stesso degli insetti nelle gabbiette, le hulu, favorì il fiorire di una vera e propria arte della loro costruzione. Originariamente derivate da zucche modellate e intagliate, si potevano trovare anche in giada, avorio, legno pregiato. Dopo una battuta d’arresto nel periodo maoista, oggi la pratica è tornata di moda e, pur largamente accompagnata da hulu in plastica, persiste un artigianato legato al canto di questi insetti da passeggio. 

Venendo via a malincuore dalla quiete del quartiere si arriva gradualmente ad avere contezza dell’impressionante livello di sviluppo raggiunto da questo antico insediamento, che da piccolo villaggio di pescatori è arrivato a essere il motore economico del Paese. Con un Pil di 5.500 miliardi di renminbi, o yuan (circa 680 miliardi di euro) Shanghai rappresenta il 3,6% del prodotto interno lordo nazionale. La sua economia è trainata per quasi la metà dal settore finanziario e da quello tecnologico, che va dai chip, al biotech, all’intelligenza artificiale. Il porto è da oltre un decennio il primo al mondo: nel 2025 ha superato i 55 milioni di Teu (Twenty-foot Equivalent Unit, misura standard universale che corrisponde alle dimensioni di un container da 20 piedi, circa 6,10 metri).

Non è sempre stato così. Camminando lungo l’interminabile Nanjing Road, la via dello shopping più importante della città, si arriva a mettere gli occhi su uno degli spettacoli urbani più straordinari del mondo, esso stesso emblema di ciò che ha reso Shanghai il gioiello di modernità che è oggi.

Al di là del fiume Huangpu, i giochi di luci dello skyline di Pudong, dominato dalla Shanghai Tower e dalla Oriental Pearl Tower, squarciano il buio e costringono i visitatori a restare con il naso all’insù dalla meraviglia. Da questo lato, invece, il viale che prende il nome di “Bund”, dominato da edifici coloniali di stile tipicamente europeo. Uno di questi, il Palazzo della dogana, ha un orologio e una campana identici a quelli del Big Ben. 

È proprio in ciò che osserviamo dalla passeggiata sul lungofiume che va ricercata l’origine del boom economico di quest’area, che vide il suo decollo nel XIX secolo. Dopo la Prima Guerra dell’Oppio, combattuta tra il 1839 e il 1842 tra l’impero cinese e il Regno Unito, il trattato di Nanchino – che segnò l’inizio dei cosiddetti “trattati ineguali” e del “secolo dell’umiliazione” da parte delle potenze occidentali – impose alla dinastia Qing di aprire cinque porti cinesi, tra cui quello di Shanghai, al commercio straniero, permettendo la residenza di cittadini inglesi e delle loro famiglie.

Tra le altre cose – come la cessione dell’isola di Hong Kong alla corona britannica – il trattato pose le basi per la creazione delle concessioni straniere, che consentivano alle forze coloniali di amministrare autonomamente determinate aree della città. Il Bund costituiva il fronte fluviale della concessione britannica, nata nel 1845 e fusa nel 1863 con quella americana (sorta nel 1848). Più a sud si estendeva la concessione francese, datata 1849 e di cui ancora oggi si possono ammirare i viali alberati, i palazzi in stile Art Déco, le gallerie d’arte e, in generale, l’atmosfera che portò la città a essere definita negli anni ‘30 come la “Parigi d’Oriente”.

L’inizio dell’era coloniale coincise con l’esplosione della popolazione, che passò in pochi decenni da 200mila a tre milioni di persone, anche grazie all’effetto attrattivo esercitato dalla città non solo sulle aree circostanti – interessate da rivolte e guerre civili – ma anche in diverse parti del mondo.

Non tutti sanno che, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, circa 20mila ebrei in fuga dalla Germania nazista poterono rifugiarsi a Shanghai proprio grazie al vuoto legislativo dato dal sistema delle concessioni: fondamentale fu l’intervento di Ho Feng-Shan, console cinese a Vienna, che contro gli ordini dei suoi superiori rilasciò migliaia di visti agli ebrei austriaci diretti verso la Cina. Non per niente è noto come lo “Schindler cinese”.

Dopo l’occupazione giapponese e la trasformazione a polo industriale nell’epoca maoista, in cui subì pesanti contraccolpi economici a causa di politiche come il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale, la città venne inizialmente esclusa dalle riforme lanciate nel 1978 da Deng Xiaoping. Considerata troppo importante per le casse dello Stato e troppo delicata politicamente, Shanghai non era infatti compresa nell’esperimento delle “Zone economiche speciali” (Zes), avviate nel sud del Paese. Solo nel 1990 venne creato il Distretto Speciale di Pudong, all’epoca terreno paludoso e agricolo sulla sponda del fiume, ideale per costruire da zero una città futuristica. 

Nel 2013, Pudong divenne la prima Zona di libero scambio (Ftz) della Cina continentale, banco di prova per una serie di riforme economiche e sociali con meccanismi speciali e unici nel loro genere per attrarre investimenti stranieri: contrariamente al resto del Paese, sono consentiti tutti quelli non espressamente vietati. 

“Cervello economico” della nazione, Shanghai e Pudong rappresentano oggi il laboratorio dove si gioca la credibilità del “Sogno cinese” divenuto pilastro della politica di Xi Jinping, volto tra le altre cose a stimolare la domanda interna per arrivare a un’autosufficienza che superi il modello tradizionale basato sulle esportazioni, anche a fronte del progressivo invecchiamento della popolazione e l’aumento del costo della vita.

Un percorso non facile: nonostante la politica commerciale aggressiva del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel 2025 l’export cinese nel mondo ha superato per la prima volta la soglia dei mille miliardi di dollari (quasi 1200).

Camminando sulla riva occidentale del Huangpu, uno dei maggiori affluenti dello Yangtze (Fiume Azzurro), riusciamo a fatica a riposare le nostre membra appoggiandoci per qualche secondo sulla ringhiera del lungofiume. Sgomitiamo tra le centinaia di turisti – soprattutto cinesi – che cercano di farsi immortalare davanti allo spettacolo quasi inebriante dei grattacieli del distretto finanziario di Lujiazui, l’area più iconica e famosa di Pudong.

Poco fa siamo saliti sulla Shanghai Tower, l’edificio più alto della Cina e il terzo più alto al mondo: da lì, gli altri colossi – come lo Shanghai World Financial Center, noto per l’aspetto assimilabile a un gigantesco cavatappi – appaiono insignificanti. Le luci della città si estendono in tutte le direzioni senza soluzione di continuità, a perdita d’occhio. L’atmosfera calda e protetta del Bund si distingue chiaramente, e dignitosamente, dalla vitalità cromatica circostante. 

Da qui sotto è impossibile riuscire a soffermarsi su ogni singolo dettaglio dello spettacolo luminoso offerto dalla città. L’esperienza visiva soverchiante, comune in chiunque tenti, attorno a noi, di racchiudere tale magnificenza in qualche frame da ricondividere con amici e parenti, è al suo massimo. Ponti, palazzi, imbarcazioni: tutto contribuisce alla meraviglia. L’aria spostata dall’enorme massa d’acqua, che colpisce la nostra pelle stanca, raffredda la temperatura di qualche grado. Siamo in trepidante attesa della buonanotte. 

Alle 22, come da programma, eccola. L’incantesimo finisce. Gli interruttori, nascosti da qualche parte nelle viscere del gigante, spengono la magia. Le enormi sagome di fronte a noi si trasformano in guardiani oscuri, anonimi, dormienti. Tutt’intorno, il buio, ad eccezione dell’illuminazione di base. La vita brulicante, come ogni giorno, si riversa nel grembo della notte. E noi con lei.

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