
Cronache da Erbil – Capitolo 9
Aqrah / Akrê
Kawa ha acceso il fuoco
Un racconto di Anna Aziz
Quando, dalla cucina, sento il primo tuono, non ci faccio caso. Dal cielo di Erbil passano tanti aerei ed elicotteri che, spesso, lasciano dietro di loro una scia di gran rumore. Ma il secondo non posso non riconoscerlo. Devo dire che portare le maniche corte fino a novembre inoltrato mi ha illusa, facendomi dimenticare cosa si prova quando si ha freddo e io, che mi bagnerei di sole trecentosessantacinque giorni l’anno, mi sento perfettamente a mio agio con questa amnesia. Orgogliosa sì, di essermi dimenticata il ghiaccio e la pioggia.
A me, stare sul divano con una tazza calda quando fuori piove, non piace: non ho questo feticismo autunnale e, anzi, il mio umore cade quando il cielo piange e si rialza con le banali belle giornate. Però, vedendo piovere per la prima volta a Erbil, esco di casa di corsa, come quando, da piccola, mia nonna mi fece vedere la prima neve a Firenze. La pioggia cade in questa città normalmente, ma mi colpisce riscoprire l’umidità e quel profumo di strada bagnata che con un brivido, mi fa indossare un maglioncino sopra a quella maglietta a maniche corte. Yasmin e Marwa se la ridono vedendo la mia reazione, ma l’entusiasmo dura poco e, subito, mi rimetto a studiare.
Leggo un testo in arabo sulla vita matrimoniale, su una madre che vede preoccupato suo figlio Bilal. “Perchè figliolo?” gli chiede. “Voglio sposarmi, ma non trovo la ragazza giusta”, lamenta lui, presuntuoso. “E qual è il problema?” risponde pronta la madre, “c’è Zeinab, figlia di Saleh, Fatima, figlia di Abdullah o, ancora, Huda, figlia di Karim”, ma la donna non fa in tempo a finire la sua lunga lista di offerte, che la casa si fa completamente buia. L’elettricità salta, di Bilal e di sua madre non resta più nemmeno l’ombra. Per fortuna.
La pioggia ha incoraggiato uno di quei blackout, frequenti a Erbil; la scorsa settimana ti parlavo di notti, ma qui il buio scende spesso anche di giorno. Adesso, però, blackout e tarda notte hanno unito le forze, quindi io chiudo il libro, Yasmin spegne la serie turca sparata alta alla Tv e Marwa inizia a pensare, preoccupata, al suo telefono quasi del tutto scarico. Anche il mio è al nove per cento. “Come faccio a svegliarmi domani? Devo andare ad Akrê!” la interrogo. Marwa mi risponde, infilandosi sotto le coperte: “Anuni, in shaa Allah”. Poi si addormenta.
Un’ora e quarantotto minuti di macchina separano Erbil da Akrê, città nascosta tra le montagne del Governatorato di Duhok. Un primo pit stop al market, per comprare le sigarette, un succo e qualcosa da sgranocchiare durante il viaggio; un secondo per fare, invece, il pieno di benzina. Io Rewan, Lare e Halala ci godiamo il resto della strada, cantando a squarciagola. La pioggia della notte ha lasciato un’aria fresca e un vento che tira forte.
Io mi sono portata il mio chiodo di pelle e un impermeabile per non farmi trovare impreparata, ma Rewan — cuore d’oro — ha nel bagagliaio altri due piumini per me. Il freddo sembra, per i curdi, un nemico tosto da combattere e, allo stesso tempo, un amante fascinoso da desiderare fin dagli agosti classati quarantotto gradi. Si vive di opposti, si vuole tutto. Uscire da Erbil è sempre un passaggio di soglia: alle spalle rimane il rumore della città, le sue strade trafficate e gli edifici alti; davanti la pianura si apre piatta, color sabbia, come se qualcuno l’avesse tirata, da un lato all’altro, senza lasciare pieghe.
La strada corre dritta per chilometri affiancata da terre spoglie, da qualche gregge sparso e da distributori di benzina improvvisati che sembrano tutti identici: un uomo, una pompa, una sedia in plastica scolorita. Poi, quasi senza che me ne accorga, il paesaggio cambia. Lungo la strada compaiono villaggi, alcuni più piccoli, altri più estesi. Come, ad esempio, uno che è diviso in due parti, Bardirash e Bardisor: si tratta dello stesso villaggio, composto però da due anime, la Pietra Nera e la Pietra Rossa. Si vedono case in cemento, e alcuni negozi con le insegne ricoperte dalla polvere portata dalla pioggia.
Le colline cominciano, poi, a farsi più alte, le curve più frequenti, il vento ancora più nervoso. Le montagne appaiono prima come un’ombra, una macchia sul fondo, poi diventano forme vere, che si avvicinano a ogni chilometro. È una transizione lenta, ma costante. Gli ultimi chilometri, infatti, sono i più belli: le vette si stringono una contro l’altra e la strada sale, scende, si avvita. Quando arriviamo a Akrê, scorgo le prime case già arrampicate come gradini sugli strapiombi. Questa regione è un qualcosa che ti fa innamorare, ma che poi ti lascia, che ti dà il cuore e poi te lo toglie. Ti gira e ti rigira con la stessa facilità con cui cambia faccia ogni venti minuti di macchina.
Akrê è una piccola città che sa di passato remoto. Me lo dice il sapore antico di questa zuppa ai legumi che divoro al nostro arrivo, le rughe sui volti delle persone che incontro, e il terreno battuto su cui camminiamo: a volte strada, a volte terra, a volte pietra viva. Le sue origini affondano nel VII secolo a.C., ma furono i Medi a farla fiorire e, secondo gli storici locali, il principe zoroastriano Zand ne consolidò la fondazione intorno al 580 a.C..
Il suo nome, Akrê, deriva da agir, fuoco, e racconta un legame con un elemento che qui non ha mai smesso di bruciare. Nei secoli successivi, Akrê passò sotto il dominio romano, e poi, dal X secolo, divenne terreno della tribù curda degli Humaydi, fino all’assalto della dinastia Zengide. In seguito, la città entrò nell’orbita dell’Emirato di Bahdinan e poi dell’Emirato di Soran, fino a cadere sotto il controllo ottomano, diventando parte del Vilayet di Mosul. Nel XX secolo, Akrê conobbe nuove turbolenze: la composizione demografica cambiò più volte e tra il 1919 e il 1920 la tribù Surchi, insieme ad altre comunità curde, si sollevò contro le autorità britanniche nella celebre Rivolta dei Surchi.
Ad Akrê il presente e il passato si mescolano: su ogni muro e dentro a ogni vicolo sono scritte storie di realtà e di potere, ma soprattutto dei loro incontri e scontri. Il tempo si stratifica dove io adesso metto i piedi. Rewan, infatti, ha lasciato la macchina in un parcheggio improvvisato, perché nella parte più bella di Akrê, il motore cede, per forza, il posto al passo.
È chiamata la città del fuoco. Non è solo un nome antico, né un vezzo poetico: qui il fuoco è un elemento che ritorna, che pulsa, che racconta. Ad Akrê il fuoco è un simbolo che collega la vita quotidiana a qualcosa di più arcaico. Si riconosce nelle bruciature lasciate sulle pietre, nei racconti degli abitanti, nel modo in cui le persone guardano la montagna, come se fosse un altare. Il fuoco è il respiro di questa città, ed è il fuoco che — insieme al narciso — simboleggia il Nawroz, il nuovo anno curdo. Cade all’equinozio di primavera e affonda le radici lontano nel tempo: si tratta di un capodanno che non segue i calendari appesi alle pareti, ma il ritmo della terra. Il giorno che finalmente supera la notte, la prima luce che vince sul buio.
Le origini sono antiche, più antiche della terra stessa, e appartengono a un mondo dove la primavera segnava il ritorno della vita; un intreccio di miti e osservazioni in cui la luce che vince l’oscurità non è solo un evento astronomico, ma un’immagine universale. Ad Akrê, però, il Nawroz assume una forma unica. Le montagne diventano una scenografia naturale: le persone iniziano a salire fino alla loro cima, con torce fissate a lunghi bastoni, le famiglie si affacciano dalle terrazze, i tamburi iniziano a vibrare già al tramonto. E quando la luce del giorno svanisce, la città si accende.
Prima una torcia, poi dieci, poi cento, poi mille. Il vento piega le fiamme ma non le spegne. E quando tutte le luci brillano, un filo di fuoco corre lungo le creste, come una morbida lava che scivola dalla roccia. Chi è nato qui ti dirà che non è soltanto una festa: è un richiamo, un appuntamento con ciò che ha preceduto tutti noi. In quella notte, il fuoco smette di essere un simbolo e diventa un linguaggio vivo, che passa di mano in mano.
Dentro questa notte di fiamme vive una storia che non appartiene a un luogo preciso, ma che ogni curdo conosce: la storia di Kawa. Kawa non nacque ad Akrê, né in nessuna città che esista sulla mappa; fa parte di quei personaggi che non si collocano, si tramandano. Secondo la leggenda, il mondo era oppresso da un tiranno, Zahhak, un re crudele che che aveva due tumori sulle spalle, dai quali spuntavano serpenti affamati di cervelli umani.
Ogni giorno, le spie del re dovevano catturare due giovani per nutrire i rettili, finché i cuochi del tiranno non riuscirono a sostituire i cervelli umani con quelli dei montoni, salvando così un giovane al giorno, che trovava rifugio sulle montagne. Kawa non era, certo, un eroe scelto dal destino. Era un fabbro, un uomo che lavorava il metallo e che aveva perso troppo per poter restare in silenzio. Quando anche l’ultimo dei suoi diciassette figli venne reclamato dal palazzo, qualcosa in lui si spezzò definitivamente. Innalzò il suo grembiule di fabbro su un’asta e radunò tutti gli abitanti fuggiti sulle montagne. Con loro marciò verso il palazzo di Zahhak, rovesciando il tiranno e inchiodandolo a una rupe del vulcano dormiente Damavand. Per annunciare la liberazione, accese un grande fuoco sulla montagna.
Le fiamme, raccontano, si videro fin dalle valli più lontane, e con quel bagliore si capì che la tirannia era finita. È per questo che il gesto di accendere torce e bracieri nella notte del Nawroz non è solo un saluto alla primavera e al nuovo anno: è un atto di memoria. È la ripetizione simbolica di quel primo fuoco acceso contro l’oscurità, un modo per ricordare che nessun buio è definitivo. Ogni 21 Marzo, quando ad Akrê le torce disegnano il profilo delle montagne, molti pensano a quel fuoco. Non importa che Kawa non appartenga a un luogo specifico: appartiene al gesto stesso di accendere una fiamma contro il buio. E qui, dove il vento si infila tra le rocce e fa muovere le braci, quel gesto sembra più vivo che altrove.
Niente a che vedere con la spocchia di Bilal, che mi aspetta al ritorno. Maledetto Bilal, non vuole una donna povera, non vuole una donna brutta, non vuole nemmeno una donna ricca, bella ma senza un nome di famiglia importante. La madre gli consiglia: “Figliolo, scegli una donna di fede, se vuoi essere felice”. Per come la vedo io, Bilal è rimasto da solo. Quale donna brutta, bella, povera, ricca o persino di fede, se lo sarebbe mai preso. Una notte dopo, io, Yasmin e Marwa siamo di nuovo al buio, la città di fuoco è ormai lontana da questa grande urbe e, purtroppo, le fiamme non si vedono da qui. Rimane, invece, questa prima pioggia a bagnarmi.
Del resto, tanto è cambiato dai mitologici tempi di Kawa.













