Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 8

Notte / Shaw

Neon sulla pelle

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


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“Anuni, se io non smetto di muovere le gambe, tu non tieni mai ferme le tue braccia”. Ancora una volta io e Marwa ci confrontiamo su quanto siamo complementari, ma senza mai decidere chi ha ragione. 

Avevo appena finito di prenderla in giro sul fatto che non c’è notte in cui non mi svegli con una sua gamba contro la schiena, o con un suo piede che mi bracca la caviglia, che lei ha dovuto subito ribattere, senza esitazione. Uno a uno, palla al centro, in questo campo improvvisato di sogni notturni. Ridiamo, stando attente a non disturbare il silenzio. Dal corridoio il neon delle luci filtra dalla porta e ci disegna sulla pelle linee sottili, incandescenti. A nessuna delle due piace il buio completo, soprattutto di notte; dormiamo così, con l’ombra che ci culla e la luce che ci protegge, incapaci di decidere. 

Fuori, alcuni generatori rimasti, tossiscono a intermittenza, un suono metallico e regolare, che sembra il cuore della città. Si sentono passi lontani, qualche macchina che azzarda un po’ troppo la curva sotto casa nostra, un gatto che corre tra i muri di pietra, e il fruscio improvviso di un cartone mosso dal vento. Ogni rumore ha il suo ritmo, rotto solo dal ticchettio di un orologio kitsch in fondo alla stanza e dal nostro respiro. L’aria è calda, leggermente umida, intrisa di quel che resta delle mie cinque o sei Marlboro alla fragola, fumate qualche ora fa mentre con Marwa parlavamo di dubbi, di trappole, di ragazzi. Io con la mano fuori dalla finestra, lei già nel letto, seduta con il cuscino stretto tra le braccia, come se potesse nasconderci dentro i pensieri che mi stava raccontando. 

La stanza adesso, invece, è ferma, densa. Lei è più brava di me a riaddormentarsi, io in questo sono un disastro. Lei si abbandona al letto come se fosse un gioco facile, io faccio fatica anche a capire da che parte girarmi. Poi, senza che neanche me ne accorga, succede anche a me. La notte qui non arriva, si posa. Ti si appoggia addosso piano, come un corpo che si fida e ora, sulla mia schiena, oltre alla solita gamba, ho un cielo nero pieno di stelle.

Di notti te ne ho già raccontate alcune. Quelle di cinema improvvisati nel salone di casa, di materassi accatastati a formare una tribuna, dalla quale con le mie cugine più piccole giudicavamo — con un mix di professionalità e sprezzo — chi, tra uno zombie con la faccia deragliata e una suora impossessata da un demone antico, ci facesse più paura. Quelle fatte di chai e pagine completamente scritte in arabo, sopra le quali sfogavo la mia insonnia, impazzendo tra esercizi di ginnastica linguistica che, dopo qualche, ora mi stendevano per davvero. 

O ancora, quelle tracciate dal percorso che separa casa nostra da casa della sarta, passate a prendere le misure, a chiacchierare circondata da seta, ricami, brillantini e macchine da cucito ancora più insonni di me. Sai già di quando mia zia Narmin mi ha rimesso a posto il collo, bloccato a causa del primo mese di dormite per terra, per poi rispedirmici ancora, dopo tre o quattro manovre decisamente arrischiate. A pensarci bene, queste mille e una notti di Erbil sono per me più un album di ricordi che di sonno. Come un manto di cui non voglio spogliarmi, vesto la notte come se fosse una delle mie ore preferite. Perché è vero che di giorno tutto ha una misura, si fa finta di riuscire a vedere più chiaro, di capire tutto, ma è di notte che è davvero possibile percepire quella parte vulnerabile che, fragile, ci dorme a fianco. 

Il Bazar di notte respira ancora, lento ma vivo. Le serrande si abbassano una dopo l’altra, come palpebre metalliche. Il suono è secco, ritmato. Sembra un linguaggio che solo la notte stessa può capire. Dietro ogni serranda qualcosa continua a vivere. Un uomo che finisce di contare le banconote, un ragazzo che chiude dei sacchi, una donna che piega stoffe color zafferano, le accarezza e poi le ripone. Ogni chiusura è una sospensione, non una fine. 

C’è un odore di chai, di zucchero bruciato, di metallo scaldato dal giorno. Le luci al neon vibrano, sfrigolano, restano accese come piccoli assoli domestici, ognuna con la sua ombra e la sua musica. Rimbalzano sulle lamiere dei banchi chiusi, su quello che ne è rimasto fuori, sui passi delle persone che si incontrano e sulle macchine che si affrontano, imprecando per il traffico che le trattiene. In quel nero improvviso, la città vecchia si rivela. Le voci si fanno più intime, più vere. I caffè si riempiono e, al loro esterno, file di sedie tutte uguali, una accanto all’altra, abitate da lunghe schiere di amici che condividono shisha e bicchieri di chai. 

Davanti ai televisori sospesi, si gioca una partita di Champions League. Non so perché, ma i curdi amano, particolarmente, il Real Madrid e ogni gol è un’esplosione collettiva. Le voci si intrecciano, formano un tappeto di suoni che si allunga fino agli angoli più nascosti del Bazar: il lavoro, la politica, l’amore, i segreti, il mistero muovono le bocche di chi mi siede accanto. Io, perfettamente a mio agio, mangio pistacchi e fumo nuvole da un tubo ricoperto di pelliccia: ho scelto il gusto mela e limone. Mi si appoggia aspro tra le labbra, ma il cardamomo, poi, lo addolcisce. Il cielo si è capovolto: le stelle sono dentro il Bazar. 

Il buio, lentamente, smette di fare paura; anche lui, qui, ha il suo mercato. Ogni voce è una moneta, ogni luce una merce che si baratta. La notte scorre così, densa e brillante. È un’estensione del giorno, ma più sincera, più dolce.  Un tempo sospeso in cui ogni cosa sembra restare un po’ più a lungo, prima di svanire. Io resto ferma ad ascoltare. Il Bazar non ha ancora smesso di parlare, che da lontano già si sente un’altra voce: più moderna, più elettrica. Ha un altro accento, e mi chiama gridando, come quando un’amica urla fuori dalla tua finestra, dicendoti di sbrigarti: c’è la notte che vi aspetta.

Io e Marwa sfrecciamo sulla sua nuova Jeep bianca, ascoltando a ripetizione canzoni da 120-130 bpm. I testi in spagnolo, poi francese, turco, albanese, poi ancora arabo. Le cantiamo tutte o almeno ci sembra, mentre le mani si muovono a tempo. Per una notte nel Bazar scegliamo un abbigliamento comodo e delle scarpe basse, niente a che vedere con i trampoli che indossiamo adesso che siamo dirette verso Boulevard, una delle vie più eleganti della Golden Area di Erbil. Passiamo, infatti, dalle due alle tre ore a decidere rigorosamente i vestiti che indosseremo, altrettante per truccarci e acconciarci i capelli. Ne usciamo bellissime. In macchina, serve solo ripassare per la centesima volta il gloss sulle labbra. Lo facciamo mentre Sean Paul ci grida “Give it up to me” e noi, spavalde, non ce lo filiamo. Fuori dal finestrino, gli edifici iniziano a farsi vedere, sempre più alti, sempre più illuminati. Ognuno è decorato con impianti elettrici che ogni giorno cambiano colore, contribuendo a una coreografia luminosa che, all’inizio mi sembrava fuori luogo, ma che, adesso, comincio ad apprezzare. 

Lasciamo la macchina a un ragazzo che la parcheggerà da qualche parte; ancora non ho capito dove le portano tutte queste macchine, ma i Tom Ford me li sono già fatti rubare e, quindi, poco mi importa. La notte nella città moderna è diversa: comincia dove quella del Bazar finisce, come se qualcuno girasse un interruttore. I marciapiedi si riempiono di macchine lucide, scarpe lucide, sguardi lucidi. L’aria sa di un profumo dolce e di benzina. Ogni locale sembra un frammento di schermo, con la sua musica, il suo lusso, la sua luce. Dentro, gruppi di ragazzi e di ragazze si muovono come se la città fosse uno specchio in cui controllarsi. 

I tavoli sono pieni di bicchieri, telefoni e sigarette. Si ride forte, ci si fotografa, ci si scambiano sguardi che durano il tempo di una canzone d’amore: intensi certo, ma pur sempre di due minuti scarsi. La shisha al mirtillo che fumo a questo tavolo è illuminata dal basso come se fosse un’installazione; il tubo trasparente, stavolta, è ricoperto non dalla pelliccia ma dal ghiaccio. Ogni tiro diventa un gesto estetico, un modo silenzioso di comunicare. Tutto pulsa, tutto si specchia. Un ragazzo si avvicina: mi chiede il nome, non glielo dico, mi chiede il numero, non glielo do. Poi mi dice che se mai mi rivedrà, sarà stato il destino e che, quindi, dovrò per forza dirgli come mi chiamo. Io gli dico che non ci credo, questo sembra offenderlo e, grazie al cielo, se ne va. “Turchi” dice Marwa “sempre convinti che tutto ruoti intorno a loro”. Quello che ruota attorno a me è, invece, un presente. Un esterno notte, lucido e breve. Tutto è qui e ora, non serve alcun destino a confermarlo.

Al nostro ritorno, scorgo una fila di macchine più rumorosa del solito traffico. Ognuna spara dal proprio impianto, vecchie canzoni patriottiche. Dai finestrini si sporgono interi corpi di ragazzi che sventolano delle bandiere. I volti coperti da sciarpe che portano i colori del partito di maggioranza. Domani in tutto l’Iraq si vota. Io assisterò per la prima volta ad una maratona elettorale che ha tutto un altro sapore, rispetto a quella offertaci da Mentana. Il collegio elettorale che per me è sempre stato dentro la mia vecchia scuola media Botticelli, domani sarà in Kurdistan. 

Su questa strada e in questa notte preliminare c’è adrenalina, c’è qualcosa di teso, di fragile: un attimo in cui tutto potrebbe cambiare, o restare esattamente uguale. Erbil sembra adesso un motore acceso che nessuno guida. Noi ci guardiamo e sorridiamo. Non c’è paura, non c’è ansia. Solo una tensione elettrica, un respiro trattenuto, pronto a esplodere con il primo sole.

“Voglio pensare” mi dice Marwa dal nostro solito fortino notturno. “Pensa” le rispondo. “Non ho tempo di pensare” sussurra, ma non finisce nemmeno la frase, che già dorme. Lascia i pensieri a me, che ormai li sfido volentieri. Come seduta a un notturno tavolo da poker, li guardo dritti negli occhi. Nella manica un full o semplicemente un grande bluff stampato sulla mia faccia. Sta a loro rischiare. Sognando questa partita di Blackjack con me stessa, mi addormento. Dormo, ma la città mi resta addosso, come un neon sulla pelle che non se ne va.

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