Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 7

Lingue / Zmanakan

Sulla punta della

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


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Da quando mi sono tatuata le mani, tengo le unghie normali. Senza smalto, senza forme particolari, senza brillantini. Su ognuna delle mie dita ci sono già abbastanza colori e, sotto di essi, un sole disegnato da mio padre che Francesco ha, poi, riprodotto sul dorso della mia mano sinistra. Ma le mie cugine vogliono, ostinate, un paio di artigli per me. Così, una mattina, mi ritrovo davanti a una ragazza che mi guarda senza pretese, fumando ampie nuvole opache dalla sua gigantesca sigaretta elettronica rosa. Lei non parla inglese, né arabo. Io non parlo bene il curdo. Le mostro una foto: lei scuote la testa, dice “Naker”. Capisco che è un “no” intransigente. E così accetto il mio destino: le unghie saranno estreme, lunghe, appuntite, brillanti.

Scrivo queste cronache a due all’ora, proprio perché il mezzo centimetro di punta mi impedisce di seguire la velocità dei miei pensieri. Mi sembra che anche le parole escano più lente, come se la mia scrittura avesse appena indossato un paio di tacchi a spillo, centimetri dodici. Finita la manicure, vedo un’altra ragazza avvicinarsi: tiene un filo di cotone tra le mani. Mi guarda e indica le mie sopracciglia. Io sono una grande fan delle mie — nere, folte, orientali — ma qui, in Oriente, sembra che non piacciano a nessuno. Faccio di tutto per spiegarle che può sistemarle, ma non le voglio fini, non le voglio come quelle che si trovano sul volto di tutte. “Voglio le mie” dico, come se mi stessi battendo per qualcosa di realmente prezioso, aderendo a una certa fede dell’estetica che, in posti come questo, è sacra.

Lei mi ignora, mi piega la testa all’indietro e mi punta una lampada che mi acceca. La vedo mettere il filo tra i denti e recitare la frase che apre ogni sura del Corano, eccetto una: “Bismillah al-Rahman al-Rahim”. Poi inizia la sua traduzione cutanea. Il filo teso vibra, tira, strappa. L’unica lingua che sento adesso è fatta di suoni sottili tra i suoi denti, l’aria e il mio timore. Le due ridono, si passano la sigaretta. Io ormai le lascio fare. Quando esco, le mani mi brillano e il viso mi pizzica. Penso che anche le lingue si imparano così: un po’ di dolore, un po’ di vanità, un filo teso tra due bocche che si cercano. 

Mi dice la stessa cosa, il giorno dopo, la mia maestra Khanzad, quando mi ritrovo sul suo divano con il libro davanti. Ride quando mi vede cercare di scrivere le lettere arabe con questi artigli viola magnete e quando nota le mie sopracciglia. “Anche la lingua, come la pelle, ha bisogno di soffrire un po’ per essere bella” afferma. Faccio lezione con lei tutti i giorni alle due. Mi aspetta con una tazza di chai e dei biscotti, i suoi quattro gatti accoccolati sul divano e un pappagallo, di nome Cucu, che saluta, manda baci e parla l’arabo meglio di me. La voce di Khanzad è ordinata e dolce, la sua grafia intricata: abituarmi alla sua scrittura è stata, infatti, una delle prove più difficili. Quando arrivo mi dice “اجلس” (ijlis: siediti) e comincia a parlare in arabo.

Capirla sembra richiedere più fiducia che sforzo. Le parole le escono da punti del corpo che io sembro non possedere: gola, costole, diaframma. Quando provo a imitarla scuote la testa, sorride e si tocca il fondo del collo per farmi vedere come fare meglio. Io ci provo, ma la mia voce resta troppo alta, troppo educata. L’arabo richiede gravità. Lei mi fa ripetere i suoni più difficili: la ح (ḥ) che scava nel fondo della gola, la خ (kh) che graffia dallo stesso punto ma con un po’ di sabbia in più e la ع (ʿayn) che si arrampica da un angolo nascosto che fino a ora non avevo mai usato.

La lingua mi si arrotola, s’incastra, sputa polvere. Khanzad non si scompone mai. Scrive tutto sul mio quaderno: la sera, ristudiarlo è come addentrarsi in un labirinto, tra linee oblique e lezioni che si accavallano. In arabo, ogni parola nasce da una radice, come gli alberi: tre lettere al centro da cui crescono foglie diverse. È come se ogni parola avesse la stessa colonna vertebrale, ma un corpo differente. Mi piace pensare che il linguaggio abbia uno scheletro, qualcosa di duro e invisibile che regge la carne delle frasi. Un’altra regola che si impara fin da subito è che le lettere arabe non stanno mai da sole: si connettono, si reggono l’una all’altra e anche la più semplice — la ا (alif) — cerca contatto. La scrittura araba somiglia alla realtà che vivo: qui tutti si appoggiano, gli uni agli altri, anche solo con gli occhi. Durante le nostre lezioni sbaglio, sbaglio tanto. Quando dico  كلب (kalb, cane) al posto di قلب (qalb, cuore), Khanzad ride forte. Poi mi guarda e dice “A volte, sono la stessa cosa”. Ancora, vedo come basti poco per rovesciare il mondo. L’arabo non si capisce con la testa, ma con la bocca, con la gola, con il fiato. Ogni parola è una coreografia interna. Alla fine della lezione, infatti, la mandibola mi supplica. Khanzad chiude il quaderno e mi porge un pezzo di baklava: «L’arabo entra meglio se c’è dello zucchero in bocca» dice. Lo sciolgo tra i denti, sento il dolce farsi saliva. Oltre le Marlboro, anche grandi dosi di glucosio scorrono, ora, dentro questo mio cuorecane. 

L’arabo è una lingua che ha viaggiato più degli uomini che la parlano. Ha attraversato deserti, biblioteche, moschee e porti; ha tradotto Aristotele e cantato l’amore. È stata la voce dei filosofi andalusi e dei poeti di Damasco, dei medici di Baghdad e dei navigatori che disegnavano stelle con l’inchiostro. Dicono che Dio abbia dettato a Maometto — che non sapeva né leggere né scrivere — le sue parole in arabo. Da quella rivelazione è nato il Corano, il testo sacro dell’Islam, e con esso un’idea di lingua che appartiene tanto al cielo, quanto agli uomini. Quando ascolto qualcuno recitarlo, l’arabo diventa suono puro, vibrazione. Non serve capire: basta ascoltare per sentire che custodisce ciò che sfugge alla traduzione. È una lingua che lega il respiro al divino, che unisce il cielo alla saliva. Eppure anche questa lingua sacra deve pur scendere a terra: farsi bocca, accento, gesto. È sì la lingua del Corano, ma è anche quella del mercato, della strada, della canzone alla radio. Nel mondo arabo convivono, infatti, due idiomi che si sfiorano senza quasi mai coincidere: fuṣḥa, l’arabo classico, lingua della cultura, dell’anima, e ʿāmmiyya, il dialetto, lingua delle piazze, del corpo. Tra la lingua sacra e quella quotidiana c’è lo stesso spazio che passa tra il pensiero e la bocca. Nessuno parla come scrive, ma tutti capiscono, come vincolati ad un patto invisibile. La lingua araba diventa una grande madre che non riesce a scegliere un figlio solo: ogni dialetto la piega un po’ e la rifà a sua immagine. Ed è proprio questa imperfezione — questa carne viva — a tenerla in vita. 

Il curdo, invece, arriva piano, come una cicatrice nascosta nella gola. Nessuno me lo insegna davvero: lo rubo dalle conversazioni, dalle insegne dei negozi, da casa e da tutto ciò che trovo fuori. Le parole restano sospese: una si incastra tra i denti, un’altra scivola nello stomaco. Il curdo appartiene a un’altra famiglia: è indoeuropeo, cugino del persiano. Eppure in Iraq si scrive con l’alfabeto arabo; più a nord, in Turchia e Siria, si usa quello latino. Anche la mia bocca vive questa confusione: più modi di dire la stessa cosa, nessuno completamente mio. In curdo, la parola zman significa “lingua”, ma anche “tempo”. Zmanakan, “le lingue”, sono anche “i tempi”. È per questo che, quando parlo curdo, mi sembra di parlare da un’altra epoca, come se ogni parola venisse da un passato ancora caldo. Il curdo, infatti, è una lingua che ha imparato a nascondersi nel corpo. Per secoli è stata proibita: non la si poteva pronunciare in pubblico, né scrivere, cantare o insegnare. Eppure continuava a sussurrarsi, a tramandarsi di notte, come una preghiera segreta.

Ogni parola trasmessa era un atto di resistenza fisica, un bacio dato di nascosto. È una lingua che sa di pelle, di sangue, di memoria. È più ruvida, più bassa, proviene non dalla gola, ma dal petto. La storia del curdo è la storia di un corpo che ha imparato a sopravvivere a più lingue di potere. In Turchia fino a pochi decenni fa non si poteva parlarlo in pubblico; in Siria era relegato alle case, alle cucine, ai sogni. Anche in Iraq — come mio padre mi ha sempre raccontato — è stato così per molti anni. Per secoli la letteratura curda è stata orale: poemi, canti, leggende sono stati tramandati solo di bocca in bocca. Ogni suono era un atto di fiducia, ogni racconto una forma di sopravvivenza. Oggi il curdo si parla, si scrive, si stampa e si traduce, perché ogni lingua che passa per la carne non può — poi — più morire.

Qui, tutti mi insegnano a parlare, ciascuno nella propria lingua. Chi in arabo, chi in curdo, chi ancora in turco. Le voci si intrecciano nell’aria, si rincorrono, si sfiorano, come fili invisibili che cercano di costruire la mia comprensione. Mi accompagnano con gesti: la spalla che spinge leggermente, le mani che indicano il verbo, la testa che si inclina per farmi sentire meglio. Ogni correzione è un invito, ogni sorriso una guida silenziosa. Le mie lezioni non sono solo quelle con Khanzad. Ci sono gli sguardi attenti della mia famiglia, le loro risate che si insinuano tra le parole; le idee che scambio ogni mattina con mia zia Yasmine, quando mi prepara il chai e due uova al tegamino per darmi energia; le conversazioni con Marwa nel letto prima di dormire, con cui ci addentriamo in argomenti complessi, intricati, nostri. Tutti questi momenti diventano insegnamenti, frammenti di una stessa materia. Di una vera e propria grammatica delle incomprensioni.

Ieri, per esempio, sono stata qualche ora a guardare con mia cugina una serie in turco, con i sottotitoli in arabo. Ho capito tutto e non ci ho capito niente. In un giorno imparo dieci parole e ne dimentico undici, eppure tutti sorridono come se stessi imparando il mondo intero. Le parole che memorizzo diventano corpo, si legano a gesti e movimenti, a sguardi e sospiri. Parlare non significa solo produrre suoni: significa aprire uno spazio, lasciarsi attraversare, sentire il suono altrui divenire parte del proprio. Io sballottata, me ne vado a giro con il mio libro sotto braccio, la mia grammatica delle incomprensioni, appunto, che è l’unico strumento davvero utile per imparare qualsiasi lingua, per imparare questo mondo così sfaccettato. Dove ogni cosa propria si perde nel tempo in cui diventa di tutti. 

Tipo adesso. Io, Marwa, Yasmine e tre sue amiche siamo tutte in questo grande salone / cucina al piano terra della casa in cui vivo. Io sto scrivendo in italiano, seduta al tavolo, loro litigano in curdo, sdraiate chi sul divano, chi in terra. C’è un gran rumore perché è successo qualcosa di grande, che forse ti racconterò più avanti. Accanto al tavolo dove scrivo, una delle amiche di mia zia prega in arabo, con gli occhi chiusi. Lei non si cura di questo baccano, io, invece, ne percepisco ciascun dettaglio. Ogni giorno traduco me stessa e le voci che mi circondano. Parlo con la bocca, con le mani, con gli occhi; tutte le lingue entrano nel mio corpo, cambiano la mia voce, danno nuova forma a quello che penso. Gridano, sussurrano e si inseguono, proprio come queste donne. 

È tempo di smettere di scrivere, le raggiungo e mi sdraio con loro. Dico la mia. Ce l’ho da anni sulla punta della… 

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