Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 15

A presto / Be xêr çî

Lacrime al miele

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


☝🏻 Condividi se ti è piaciuto!

Sono arrivata ad Erbil alle 3.45 di una notte d’estate; fuori quaranta gradi, dentro l’entusiasmo dell’arrivo, quel tipo di euforia che anestetizza il peso del corpo. Alle 4.00 di un’altra notte, questa volta d’inverno, me ne sto per riandare; fuori nemmeno una decina di gradi, dentro tutta la malinconia del ritorno, polvere sottile che mi si appiccica addosso. La città dorme, o finge di farlo, mentre io sono sveglia da giorni. Lei è immobile, io no.

Nella valigia che ho davanti non c’entra tutto. Le siedo sopra, come facevo da bambina, circondata da vestiti che straboccano e libri che occupano troppo spazio, anche loro infastiditi da un qualcosa che li tiene stretti. Quel tutto non entra e non entrerà nemmeno in questa ultima cronaca. Di lunedì sera, dalla cameretta di una casa in Kurdistan, interamente accerchiata da oggetti, ricordi e tracce di quel che ne è stato, seduta su una valigia, ammetto, con piena onestà, di essere un po’ in panne. Non riesco a chiudere, non riesco a scrivere. Partire vuol dire scegliere di lasciare indietro qualcosa e io non sono pronta a farlo. 

Cosa scelgo? 

Guardare dal finestrino mentre la macchina sfreccia sulla 60, la 120, la 150, guardare ogni singolo attimo muoversi, scorrere, perdersi con me nella velocità. Togliermi le scarpe all’ingresso di ogni porta, di ogni casa, di ogni perimetro di famiglia, calore, affetto. La sensazione con cui mi lasciavo cadere sul divano di Khanzad, la mia maestra, le nostre riflessioni, i nostri scambi, i segreti, i pensieri, scanditi da regole di grammatica e capitoli tematici, con cui abbiamo parlato una lingua diversa, una lingua nostra. I narghilè accesi, gli aromi introvabili, il fumo lento al centro del tavolo, custode di un pomeriggio libero o di una breve pausa tra una corsa e l’altra. Vivere due ore avanti, vedere la Luna più grande, guardare l’ora ascoltando le preghiere dalla moschea, andare al supermercato la notte, riposarsi il venerdì. 

Ci provo, ma ogni immagine ne chiama un’altra, ogni dettaglio apre una porta, mentre gli altri continuano a bussare. È sempre stato così qui: niente si lascia isolare, niente viene da solo. Tutto arriva insieme, si sovrappone, si mescola, si contraddice. Non c’è un centro da cui partire, né un margine sicuro da cui guardare. E non c’è niente da scegliere. Queste pagine, queste cronache non hanno mai voluto contenere tutto, ma tenere aperto uno spazio in cui stare. Se sei arrivato o arrivata fin qui, allora non mi stai leggendo da fuori. Hai attraversato questa partenza con me. E, con me, adesso ti tocca tornare. Non aspettarti una conclusione: non c’è niente da riepilogare. C’è solo una valigia che pesa, con dentro un tempo profondamente vissuto, un tempo davvero abitato, che non si lascia comprimere.

E quindi di cosa posso parlarti davvero? 

L’emozione, lo spavento, il coraggio, l’adrenalina. Della sensazione di essere in trappola, della libertà. La contentezza di essere lontana e la mancanza, che arriva subito dopo. Non lo so. Ti do questo mio stomaco che stride, la mia voglia di tornare, le mie lacrime mentre saluto questa terra e queste persone. Ti do l’ansia che ho perché in queste valigie stracolme, ci sono almeno una decina di coltellini, la commozione che mi viene a dormire l’ultima notte con Marwa e la felicità di rivedere mia mamma. Ti do quello che sono adesso, nel momento in cui ti scrivo. Del resto, è stato così ad ogni pagina. 

“Anuni, perché piangi miele?” mi chiede Marwa davanti all’entrata dell’aeroporto. Tocco le mie lacrime e loro non scivolano via. Restano addosso, lente, come miele caldo: colano e si attaccano alla pelle, dense. Sembra che non si stacchino più dalle mie guance, come da un cucchiaio  Colano sulle ciglia, tra le dita, e più provo ad asciugarle più si allargano. Hanno il sapore dolce e ostinato delle cose a cui ci si affeziona, senza accorgersene. Non bruciano, non lavano: trattengono. Tengono insieme tutto ciò che questo salutarsi, questa sorta di soglia chiede di separare.

Marwa non vuole piangere e se ne vuole andare: non le piace dire arrivederci, non resiste tutti quei dolori che vengono perché l’amore è troppo. Non le piacciono le lacrime. Non le piacciono nemmeno le mie, nemmeno quelle che sanno di miele.

“Settanta chili totali, signorina. Sono dieci in più, se non mi sbaglio”, dice l’addetto al check-in. No, non si sbaglia. Bistun prova a intervenire: “Hayati, in aeroporto si arriva comodi. Pratici. Documenti alla mano, o nella tracolla sotto la giacca. Non come te: due borse, la macchina fotografica, due valigie, la giacca, la sciarpa, gli stivali”. Non si sbaglia neanche lui. “La mia casa pesa tanto, non riesco a trasportarla”, azzardo, cercando la battuta. Lo dico piano, e dentro di me ne sono quasi fiera.

In quella settimana di contorsioni ed escamotage – ore passate a fissare tre valigie aperte sul pavimento, con un discreto senso di angoscia – ero riuscita a comprimere tonnellate di tutto, in tre semplici scatole chiuse dalla loro cerniera. Settanta chili in tutto. Pochi, a pensarci. Troppi, per partire. “Questi chili sono indispensabili. Tutti!” continuo a spiegare, parlando più a me stessa che all’uomo con in mano i nostri passaporti. “Non posso lasciare niente. Non voglio. Ci sono mesi interi…”.

Mi fermo quando capisco che la storia della “casa” non fa presa. “Va bene, paghiamo” concludo infine. È con questa ultima contrattazione, questo ultimo scambio — questo ultimo, appunto, check-in — che io e Bistun ci prepariamo a lasciare il Kurdistan. Davanti al gate e nell’attesa, un uomo vende chai. Un ultimo bicchiere, pensiamo.

  In fondo, non si parte mai davvero e non si resta mai del tutto.

A presto, be xêr çî,

Anna

 

 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Un post condiviso da RATPARK (@ratpark.magazine)

Lascia un commento

Torna in alto