Bérenger Cernon, deputato di LFI, racconta la crisi del sistema educativo francese e le mobilitazioni studentesche
Il 17 settembre gli studenti del Liceo Saint-Exupéry di Créteil – un Comune francese nella periferia sud-est di Parigi – hanno denunciato le condizioni del loro istituto. Le proteste si sono diffuse a macchia d’olio in tutta la Francia, con 891 istituti coinvolti e 6547 persone messe in stato di fermo, l’85% delle quali minorenni. Le città di Marsiglia, Lione, Rennes, Nantes, Strasburgo e Parigi sono state il principale teatro degli scontri. Quest’ultima con 50mila persone scese in piazza nella giornata di martedì 6 ottobre – le organizzazioni studentesche parlano addirittura di 100mila manifestanti.
Le manifestazioni si protraggono da settimane per rivendicare il diritto allo studio, edifici scolastici in buone condizioni e l’abrogazione di Parcoursup, un sistema usato per la selezione universitaria che accrescerebbe ancora di più le già evidenti disparità sociali.
“Sono rivendicazioni collettive, ed è questa la forza del movimento. È un momento in cui ci troviamo con le spalle al muro: o continuiamo in questa direzione verso una catastrofe o ci mobilitiamo per cambiare l’andamento delle cose”.
A raccontarci quello che sta succedendo è Bérenger Cernon, deputato dell’8ª circoscrizione dell’Essonne, membro di La France Insoumise (LFI) – partito politico francese di sinistra, fondato nel 2016 – ed eletto con il Nouveau Front Populaire, una coalizione di partiti politici di sinistra.
Cernon, 38 anni, è macchinista della RER D – il servizio ferroviario che collega Parigi con diverse località della periferia – e sindacalista della CGT (Confederazione Generale del Lavoro). Si occupa soprattutto della difesa dei diritti dei lavoratori, oltre che della tutela e dello sviluppo dei servizi pubblici. La France Insoumise è stata accusata di aver alimentato le manifestazioni e di aver legittimato la violenza degli scontri. Nonostante il leader del partito Jean-Luc Mélenchon, nel suo ultimo Moment Politique – l’appuntamento mensile in cui discute di attualità – abbia negato questo ruolo, il Primo Ministro Sebastien Lecornu e il RN (Rassemblement National) di Marine Le Pen continuano a denunciare la radicalità della linea Insoumise.

Cernon, come risponde alle accuse rivolte a La France Insoumise riguardo al suo presunto ruolo nelle manifestazioni?
Se La France Insoumise avesse in sé il potere di bloccare tutti i licei di Francia, di organizzare le proteste e di far sì che tutti gli studenti abbiano rivendicazioni comuni, beh, saremmo davvero fortissimi! Non credo proprio che possiamo avanzare una simile pretesa.
Penso che i liceali siano capaci di pensare molto chiaramente da soli: è gente molto politicizzata, che ha imparato molto anche attraverso i social network. Credo che in realtà la questione sia che i boomer sono completamente sopraffatti da ciò che sta accadendo.
Hanno sempre detto che questa generazione è individualista, solitaria, che passa tutto il tempo sui social e che la solidarietà o la politica non le interessano. Penso che in realtà stiano dando una lezione a tutte quelle vecchie generazioni che li considerano degli sbandati inutili.
La France Insoumise invece come sta vivendo queste mobilitazioni? Ve le aspettavate?
Noi le viviamo benissimo perché facciamo molta sociologia, avevamo analizzato tutte queste cose, quindi erano aspetti sui quali eravamo pronti. E penso si sia visto subito, perché i liceali ci hanno dato fiducia e noi l’abbiamo data a loro: non c’è stato un “decido io per te e ti dico cosa devi fare”, hanno fatto le cose da soli, da grandi. Poi noi siamo andati a trovarli, a parlare con loro, abbiamo preso il tempo di confrontarci, abbiamo dato loro rispetto e dignità.
Penso sia semplicemente questo che chiedevano alla politica, ed è per questo che oggi siamo accolti e considerati così bene. Non credo che in quanto presunti estremisti avremmo questo tipo di accoglienza: c’è semplicemente un rapporto di rispetto e dignità reciproca tra noi e i liceali, ed è proprio questo che infastidisce fortemente partiti come il RN.

Pensa che questo movimento sia un segno di speranza?
Si, siamo felicissimi di questa mobilitazione perché si sta politicizzando tutta una generazione che in molti avevano disprezzato. Penso che ai media mainstream e ai canali all-news piaccia molto mostrare le immagini dei cassonetti in fiamme o degli scontri con le forze dell’ordine.
Quello è solo un millesimo di ciò che accade realmente per strada: ci sono decine di migliaia di liceali con rivendicazioni chiare, c’è stato un vero lavoro politico in questo movimento. Di questi giovani abbiamo bisogno per il futuro, perché saranno loro a costruire il Paese di domani. Quindi siamo felicissimi e soprattutto molto orgogliosi di loro.
Perché le manifestazioni sono scoppiate ora? Cosa ci dicono delle condizioni della società francese?
Era una rabbia latente. Da molti anni tutti coloro che gravitano intorno al sistema educativo nazionale ne denunciano la situazione catastrofica. C’è stato quindi il primo blocco al Liceo Saint-Exupéry, che ha messo davanti agli occhi di tutti il problema. Gli studenti delle altre scuole si sono riconosciuti in queste rivendicazioni e si sono detti: “Perché loro si sono mobilitati e noi non dovremmo farlo?”.
La protesta si è diffusa a macchia d’olio; si tratta di vere e proprie rivendicazioni, come avere un professore davanti a ogni studente, avere banchi e sedie, ed eliminare la piattaforma Parcoursup. Sono rivendicazioni collettive, ed è questa la forza del movimento. È un momento in cui ci troviamo con le spalle al muro: o continuiamo in questa direzione verso una catastrofe o ci mobilitiamo per cambiare l’andamento delle cose.

Parcoursup è il sistema che viene utilizzato in Francia per fare domanda all’università. In che modo questo sistema penalizzerebbe alcuni studenti?
Il più grande problema di Parcoursup è il fatto che non ci sia alcuna trasparenza sul suo funzionamento. Non sappiamo come funzioni il sistema né in che modo assegni gli studenti a determinate università. Quindi già questo pone un enorme problema di democrazia.
Il secondo problema è che – e lo sappiamo per certo, ce lo mostrano i numeri – oggi non ci sono abbastanza posti all’università rispetto alla domanda. Questo accade perché il budget per l’istruzione superiore è stato ridotto, e quindi sappiamo già che non tutti gli studenti potranno essere accolti. Parcoursup è stato davvero introdotto per far sì che non ci si ritrovi con corsi di studio completamente intasati e con altri invece del tutto trascurati. Quindi, in sostanza, abbiamo questo sistema in atto che provoca un’enorme selezione sociale.
Perché provocherebbe una selezione sociale?
Oggi i ragazzi che vivono in periferia, in particolare, frequentano licei che non hanno, ad esempio, la stessa reputazione di quelli di Parigi, o dei licei privati. Di conseguenza hanno lo stesso diploma, che però alla fine non ha affatto lo stesso valore, specialmente rispetto a Parcoursup e alla selezione che esso opera.
Lo diciamo fin dall’inizio e lo ribadiamo ancora a gran voce: siamo per l’abrogazione di Parcoursup e per far sì che gli studenti possano scegliere la facoltà o l’indirizzo in cui vogliono andare. Siamo sempre stati capaci di farlo in passato: perché oggi non dovremmo più esserne in grado?

Com’è possibile che un Paese come la Francia sia arrivato a questa situazione? In cosa ha fallito, secondo lei, il governo di Macron?
Molto semplicemente, da molti anni non si governa più in funzione dei bisogni, ma in funzione dei mezzi, e oggi i mezzi dello Stato vengono usati per favorire le grandi imprese e per ridurre le tasse ai più ricchi. Insomma, è stata eliminata tutta una serie di misure che permettevano di finanziare i nostri servizi pubblici. La Francia oggi segue un modello fortemente costruito sul servizio pubblico, e di conseguenza il ruolo dello Stato è molto importante.
Qual è invece il modello sociale ed economico che la politica di Emmanuel Macron promuove?
Sfortunatamente la politica macronista è una politica ultraliberale e capitalista, che evita di dare al servizio pubblico i mezzi sufficienti per funzionare, aspettando che il privato arrivi e faccia quello che il pubblico non riesce più a fare. Sappiamo bene che questo modello costerà caro e creerà un divario sociale ancora più profondo.
Tuttavia, rimane il modello economico che ci vogliono imporre. Ed è per questo che le cose vanno così male: da anni ci sono tagli di bilancio e posti di insegnanti eliminati. Non viene dato modo alla collettività di mantenere gli istituti in buone condizioni, e ancora meno di adattarli al cambiamento climatico,così esistono scuole in cui ci sono 35 gradi d’estate e -10 gradi d’inverno, e soprattutto con studenti che non hanno un insegnante in classe che faccia loro lezione. Le classi sono sempre più numerose e tutto questo si ripercuote sui risultati degli studenti.
Prima delle mobilitazioni, quanto erano presenti i problemi del sistema scolastico nel dibattito politico?
Per esempio, sul tema del bilancio, l’anno scorso il governo ha tagliato 4mila posti di insegnante. LFI è scesa in campo dicendo che era una follia e che era, al contrario, l’occasione per ridurre il numero di alunni nelle classi e far sì che ci fosse almeno un docente davanti a ogni studente. Ci hanno risposto: “Ah, non è possibile, gli iscritti calano così tanto che non ce n’è bisogno, vedrete, andrà tutto bene”, insomma il solito discorso.
Ebbene, sei mesi dopo il risultato è sotto gli occhi di tutti: una catastrofe. È triste, fa male al cuore, preferiremmo esserci sbagliati. La realtà invece è che la situazione è peggiorata, e noi l’avevamo previsto e denunciato. Di conseguenza, di fronte agli studenti, ai genitori e a tutti coloro che sostengono questo movimento, abbiamo credibilità, perché siamo sempre stati coerenti, abbiamo sempre difeso la stessa linea e ciò che denunciavamo si è puntualmente verificato.
La linea di La France Insoumise viene spesso vista come radicale. Temete che questa posizione possa isolarvi, soprattutto in vista delle presidenziali?
Io penso al contrario che sia proprio questa la nostra forza: l’essere radicali e mostrare che serve una rottura con il sistema attuale. Quando si inizia a tentennare di solito non finisce mai bene, ci si ritrova sempre nei guai: è quello che è successo con François Hollande [Presidente dal 2012 al 2017 n.d.r.], è quello che è successo con Macron. Quindi penso che, al contrario, la radicalità e la rottura oggi siano necessarie, e che molta gente ne sia consapevole, il che dà una prospettiva di speranza. Siamo il partito che difende la solidarietà, le classi sociali meno abbienti e chi è in difficoltà.
Se La France Insoumise arrivasse al potere nel 2027, quale sarebbe la prima riforma per trasformare la scuola e l’università?
Se nel 2027 arriveremo al potere ci saranno tantissime cose da fare, andrà fatta una scelta delle priorità. La primissima cosa in generale, come abbiamo detto, è alzare gli stipendi e ridare potere d’acquisto.
Per quanto riguarda l’istruzione pubblica, la prima cosa da fare per noi è assumere personale: insegnanti, assistenti sociali, infermieri. Insomma, tutto il personale scolastico che permetterà ai nostri ragazzi da un lato di stare meglio, ma anche di potersi istruire e imparare correttamente.
Perché il sapere non ha prezzo, come tante altre cose, e non si può continuare a dire “non ci sono soldi, non so come fare” e tirare dritti verso la catastrofe. Sacrificare il futuro dei nostri ragazzi per quattro spiccioli è intollerabile e inaccettabile.





