Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 11

Lalish / Laliş

Angeli caduti

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


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“All’inizio dei tempi, Dio creò una Perla bianca dal suo sacro mistero e diede vita a un grande uccello chiamato Anfar. Pose la Perla sul dorso dell’uccello e rimase su di essa per quarantamila anni. Il primo giorno della creazione fu la domenica. In quel giorno Dio creò l’angelo ʿAzra’il, il cui vero nome è l’Angelo Pavone, il capo di tutti gli angeli. Il lunedì creò Darda’il (Şeyh Hasan), il martedì Israfa’il (Şeyh Şems), il mercoledì Mika’il (Şeyh Abu Bakr), il giovedì Gibra’il (Saggad ad-dīn), il venerdì Samna’il (Nasir ad-dīn) e il sabato Nura’il (Fahr ad-dīn). Dio pose l’Angelo Pavone come loro sovrano.

Dopo gli angeli, Dio fece la struttura dei sette cieli, della terra, del sole e della luna. A questo punto l’angelo Fahr ad-dīn completò la creazione degli esseri: gli uomini, gli animali, gli uccelli e le bestie. Un enorme grido fatto sulla Perla la ruppe in quattro parti: dall’interno sgorgò l’acqua, che diventò mare. Il mondo era una sfera chiusa e compatta. Dio, attraverso Gibra’il, modellato in forma di uccello, fissò i quattro angoli della terra. Costruì poi una nave, nella quale dimorò per trentamila anni, prima di stabilirsi a Laliş.

Da lì diede origine alla terra solida, fece tremare il mondo, e dispose i resti della Perla bianca: un pezzo sotto la terra e uno alla porta del cielo, creando così sole e luna; dalle particelle più piccole fece le stelle, sospese in cielo come ornamenti. Dio fece nascere gli alberi, le piante e le montagne e pose il suo trono sopra un tappeto cosmico […]”

(Tratto da Religione dei Yezidi: Testi religiosi dei Yezidi, Giuseppe Furlani, 1930)

Non perdiamo tempo io, Rewan e Rasty. La musica canta già alta, anche se è mattina presto e i nostri occhi si lasciano ancora stropicciare da pugni stretti con dolcezza. Con Zakaria, gridiamo “Fiore mio” dai finestrini della Toyota Corolla — rigorosamente bianca — di Rewan. Mi hanno raccontato che quest’uomo ha rinunciato al canto per sposare una donna.

Le sue sono le canzoni d’amore curde che amo di più e, quasi quasi, mi viene da arrabbiarmi con lei. Ma, per fortuna, in questa vettura siamo tutti ancora scapoli e certi bivi crudeli, per adesso, non ci riguardano. Poi, anche Dlovan entra in macchina. I ragazzi hanno lasciato a me il posto davanti e, fin da subito, divento la loro principessa; non li conosco, ma mi bastano pochi minuti per abituarmi ai loro occhi buoni. Ripartiamo. Destinazione, un tempio arroccato su un monte: Laliş.

Il cuore mi trema nel petto come un tamburo impaziente. So bene dove stiamo andando, ciò che dimora in quel tempio l’ho visto, quando ero piccola, tatuato sul collo della mia nonna. Eppure, forse proprio perché l’emozione mi sovrasta, non voglio ancora pensarci, non voglio ancora dare forma a ciò che sento arrivare. Preferisco chiedere ai ragazzi di fermarci a prendere un chai lungo la strada. Così, subito dopo avermi usata per fare gli occhi dolci alla guardia del checkpoint, accostano ai fianchi di un salotto a cielo aperto, che riversa in quel deserto di polvere un profumo di api e di miele. 

“Se uno cambia credo, gli altri sono legittimati a ucciderlo” dice Dlovan, serio, parlando della comunità che stiamo per conoscere. “Possono sposarsi solo tra di loro” continua “e si affidano alle parole di uomini saggi, i Pir”. A quel nome il suo sguardo si ammorbidisce, come se fosse impossibile pronunciarlo senza un velo di rispetto.

“I Pir — mi spiega — non sono solo anziani o custodi di antiche rivelazioni: sono coloro a cui ci si rivolge quando la vita traballa. Sono il filo che tiene insieme il mondo sacro e quello terreno, il mito cosmico e la vita di ogni giorno. Portano addosso storie più antiche delle pietre, e non si lavano mai per non spezzare quel legame”.

“Sì, non si fanno la doccia” interviene Rasty, cogliendo la mia espressione sorpresa, “così restano attaccati alla tradizione, restano loro stessi”. Poi il momento serio si dissolve. “E tu non ridere, per nessun motivo al mondo” mi avvertono entrambi, sorridendo di nascosto. Io li guardo, sospesa tra la serietà della raccomandazione e la leggerezza del momento.

È la prima volta che giro il Kurdistan senza un adulto della mia famiglia e la sensazione è, insieme, strana e dolce. Abbiamo passato ore cantando a squarciagola e prendendo in giro il motore ibrido di Rewan, che vibra indignato ogni volta che accelera. Adesso che ci ritroviamo ai piedi del monte, quel confine incerto tra serietà e gioco diventa un’intimità fragile e preziosa, un vero e proprio rito tra amici.

Ancora prima di scendere dalla macchina, mi tolgo i miei inseparabili camperos e mi ritrovo scalza. Le pietre di Laliş non possono essere calpestate con le scarpe; alcune, addirittura, non si possono nemmeno toccare. Ognuna trattiene un frammento della storia yazida, come se il suolo stesso respirasse il tempo del proprio popolo. Gli Yazidi parlano spesso di settantatré ferman, settantatré persecuzioni: non è una cifra simbolica, ma una contabilità di dolore tramandata da una generazione all’altra.

Il primo esilio risale a circa otto secoli fa, quando furono scacciati dalle pianure della Mesopotamia e costretti a rifugiarsi tra queste montagne. Da allora, ogni nuovo conquistatore — ottomano, persiano, emiro locale o generale straniero — ha trovato un pretesto per ferirli: li accusavano di adorare il male, di essere infedeli, di non piegarsi.

Nel XIX secolo, gli emiri di Botan e di Mosul scatenarono campagne di sterminio: alcune testimonianze parlano di intere comunità cancellate, di famiglie costrette a rifugiarsi in caverne nascoste tra le montagne. Quando il potere Ottomano si consolidò in quelle aree, a tratti li tollerò e a tratti li represse, classificandoli come setta eretica. Con la fine dell’Impero e la nascita degli Stati moderni, la loro situazione non migliorò: furono spesso considerati sospetti, marginali, da ignorare o assimilare.

Dagli anni Settanta fino ai primi anni Duemila, subirono deportazioni e arabizzazioni forzate: interi villaggi spostati, nomi cambiati, luoghi sacri cancellati dalle mappe. E infine, quando il mondo pensava che la storia avesse smesso di ripetersi, arrivò l’ombra più recente: anche le forze dello Stato Islamico cercarono di cancellarli. Sinjar cadde in pochi giorni, gli uomini furono uccisi per strada e gettati in fosse comuni; le donne e le bambine ridotte in schiavitù e vendute nei mercati come spose. Il mondo guardava: sconcertato, indignato, eppure distante, come se fosse uno spettacolo da cui, subito dopo, distrarsi.

La comunità Yazida resiste ancora, su quel monte e altrove, non per ostinazione, ma per radicamento: alla tradizione, alla cultura, ai riti, a questo tempio avorio che mi ritrovo, ora, davanti agli occhi e che sembra scintillare persino nell’ombra. Camminare qui, scalza, tra queste pietre tiepide di sole, è come entrare in un cuore che batte, ferito e indomito, che stilla sangue e luce insieme: un sangue bianco di purezza e denso di mistero. 

In queste migliaia di pagine di storia, la cosa che abbiamo saputo, forse, fare meglio è stata fraintendere. Sbagliarci. Ci si arma delle nostre convinzioni e, armati, ci isoliamo. In questo modo, il contatto con tutto ciò che c’è di diverso da noi, si fa opaco, debole e, nel peggiore dei casi, del tutto assente. Fecero così, anche i primi viaggiatori che incontrarono gli Yazidi. Armati del proprio Dio, fraintesero quello che si trovarono davanti. Non per cattiveria, io credo, più per paura di farsi qualche domanda in più.

I punti interrogativi sono ciò che più ci fa tremare l’anima e i meno coraggiosi tendono a eliminarli con furia e a sostituirli con certezze ruvide, purché non costino fatica. Li chiamarono “adoratori del diavolo” perché era più semplice inventare un male che riconoscere un mistero. Gli Yazidi credono che Dio abbia creato il mondo e che ne abbia affidato la cura a sette Angeli — Haft Serr, i Sette Misteri —, tra loro vi è Malak Ta’us, l’Angelo Pavone. Lui non si inginocchiò davanti all’uomo, ma solo davanti a Dio.

Chi guarda da fuori vede ribellione e chi ignora la sua storia lo chiama Diavolo, ma per gli Yazidi la sua fedeltà è limpida. Non è un caduto, non è un punito: è un angelo scelto. È lui che viene fatto “cadere” sulla terra per guidare Adamo. La sua figura iridescente incarna l’energia e l’ordine del cosmo. Non è soltanto un essere da adorare, ma un simbolo di equilibrio, un ponte tra la forza del divino e la fragilità umana.

Le soglie delle porte del tempio e delle case di Laliş, non devi calpestarle. Le devi scavalcare. È la prima cosa che imparo, appena mi affaccio al dedalo bianco di questo luogo sacro. Il gesto è semplice, quasi infantile: alzare il piede e passare oltre. Eppure, mi sembra di oltrepassare qualcosa che non vedo, come una linea che separa il mondo che conosco da quello che ancora non capisco.

Al suo interno, gli spazi sono percorsi da un silenzio che non è mutismo, ma attesa. Laliş non parla: ascolta. Mentre cammino, ho la sensazione che le pareti stiano registrando ogni mio respiro. Attraversiamo corridoi stretti e stanze che odorano di olio bruciato e acqua di sorgente. È un percorso costeggiato da veli colorati che contengono nodi di preghiera e che sono avvolti attorno alle colonne o appoggiati, come carezze, sui sepolcri delle anime dei morti. Davanti a uno di questi, c’è un uomo, un Pir.

Per un attimo siamo due figure in ombra, quasi indistinguibili. Parliamo pochissimo. Le parole, qui dentro, valgono più del tempo che si perde a pronunciarle. Il resto è fatto di sguardi: il suo è profondo, come se nel mio volesse leggere non chi sono, ma cosa cerco. Io non so cosa rispondere, perciò gli regalo i miei occhi e vado via. A pochi passi dal sepolcro coperto di verde, entriamo in una piccola stanza grigia scura, c’è una pietra su cui devi lanciare un panno dopo aver espresso un desiderio.

Se il panno non cade, ciò che sogni accadrà. Io getto la stoffa con un pensiero muto, senza formule, e resto immobile a guardarla. Non scivola, resta appoggiata come se la pietra la trattenesse. Rasty mi sorride, senza commentare, Dlovan abbassa lo sguardo. Le cose che chiediamo, qui, hanno un peso diverso, mi stanno dicendo. 

Devo abbassarmi per proseguire nella stanza successiva, ancora più intima, ancora più scura. Un bambino mi ferma, toccandomi il braccio con un gesto rapido. “Qui no” mi dice in curdo “voi non potete entrare”; non c’è durezza nel suo tono, solo la cura solenne di chi protegge qualcosa di caro. Agli occhi di chi viene da fuori, il tempio sembrerà uno spazio contenuto, ma la sua profondità arriva fino alle viscere del monte. È fatto di vuoti, di rocce, di silenzi che si allargano come stanze che io, però, non conoscerò mai. Di un flusso continuo di persone che percorre scale scavate nella pietra che io, però, non attraverserò mai.

Mi piace questa soglia che non posso superare. Mi ricorda che non tutto ciò che esiste deve necessariamente appartenerci. Quando usciamo all’aperto, la luce ci investe. Mi ritrovo il cuore in gola nel vedere un gruppo di ragazzi avanzare insieme, in silenzio. Si fermano in punti precisi — un angolo del muro, una cavità nella roccia, una soglia che nessuno calpesta — e li sfiorano con un bacio. Uno dopo l’altro. Poi vedo una donna fare la stessa cosa. Sono baci morbidi, labbra di purezza che mi struggono. Rewan lo capisce, mi prende la mano, mi porta via. E mentre continuo a scavalcare soglie, una dopo l’altra, ho la sensazione chiara di non essere più esattamente la stessa persona che ero al mio arrivo. 

Dlovan si fuma la sua sigaretta, nascondendola nella manica. Rasty tiene il giacchetto di Rewan, come se gli dormisse sul braccio. Parlano, scambiandosi quei sorrisi che a me avevano proibito. Io cammino dietro di loro, un po’ li ascolto, un po’ desidero di non andare mai via. Il Sole sta scendendo, gigante, come non l’avevo mai visto. Scalzi, percorriamo all’indietro il sentiero che ci ha accompagnati in questo mondo a sé e che scivola delicato su un lato del monte. 

Come scivola una lacrima di un angelo che cade.

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