Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 10

Cuore / Dil

Una rosa in cambio del cuore

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

Immagini di

Anna Aziz


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Mi svegliavo dal sonno, quando vidi un mercante di rose. Ne fui tutto felice.
“Mi dai — gli chiesi — una rosa, una rosa in cambio del cuore?”
Avevo un cuore solo, pieno di tristezza e miseria,
Non credevo che avrebbe dato una rosa per il mio cuore, una rosa per il mio cuore.
“Il contratto l’abbiamo stretto — disse — non posso aggiungerci nulla”.
Chi ama molto la rosa, dà insieme l’anima e il cuore, insieme l’anima e il cuore.
Io chiesi: “Chi dà l’anima e il cuore per una rosa?”.
“È il contratto — rispose — dammi il cuore e la sua tristezza, il cuore e la sua tristezza”.
Detti l’anima e il cuore. Il cuore lanciò un grido e disse:
“O Gergherxhuin, dai il tuo cuore per una rosa, il tuo cuore per una rosa!”.

(Poesia Il mercante di rose di Gergherxhuin, pseudonimo del poeta curdo Sêxmus Hesen
Traduzione di Joyce Lussu)

Davanti a casa di Marwa — dove vivo anche io — c’è una clinica di cardiochirurgia. Ai tassisti dico sempre “di fronte all’ospedale del cuore”, come se quel nome bastasse a spiegare tutto: dove vivo, dove torno, dove rincaso ogni giorno. Percorriamo, quindi, gran parte della Kirkuk Street ma, poi, quando dovremmo svoltare a destra, quasi nessuno accetta di infilarsi in quella via. È troppo stretta, troppo piena, troppo difficile da attraversare. Così, mi lasciano sulla strada principale, proprio davanti alla clinica, si prendono i loro tre, cinque, settemila dinari, e ripartono alleggeriti dall’aver evitato uno degli ingorghi più ostinati di Erbil.

Al lato dell’ospedale del cuore, infatti, non c’è silenzio, non c’è ordine: c’è vita, c’è caos. I familiari dei pazienti arrivano all’alba e, anche quando il cielo diventa nero e la notte tarda, restano lì. La loro visita non ha orari: soggiornano, vegliano, attendono. Montano tende, stendono tappeti, piantano la loro vita provvisoria sul cemento. 

È un accampamento di cuori, ognuno fragile, ognuno appeso a quello che succede oltre quelle porte automatiche. Le donne camminano con i thermos di chai stretti tra le mani, il vapore sale e si mischia alla polvere. Gli uomini si passano la shisha come fosse una forma di respiro, un modo per trattenere il dolore, per sospenderlo il più a lungo possibile. I bambini dormono sui tappeti, scivolano tra le sedie di plastica, corrono, cadono, si rialzano. Accanto a loro dormono gli anziani, riposano appoggiati alle proprie mani, con cui si accarezzano il viso. 

Mi colpisce una donna che stira alcune camicie su una valigia chiusa. Lo fa lentamente, con un’attenzione che non appartiene a quel luogo affollato. È un gesto che non dovrebbe stare lì e, invece, dà un senso a tutto. E mentre attraverso quei pochi metri per tornare a casa, ogni volta, mi sembra di entrare in un mondo sospeso.

Qui il cuore non ha una stanza: batte fuori, dentro, rimbalza tra la gente, dorme sui tappeti, si alza con il fumo e scivola di nuovo, scrosciando con il chai. C’è un modo di voler bene che non accetta solitudini. Il dolore si fa pubblico, condiviso, dichiarato: è responsabilità di tutti e, a modo suo, tesoro di ciascuno. E io vorrei restare un attimo in più, accamparmi col cuore tra le mani. Darlo a loro. Perché su quei tappeti anche il cuore più sbandato può, per un attimo, smettere di tremare. 

In Kurdistan il rumore che senti di più è quello di un cuore. Quando non senti il tuo, puoi star certo che sentirai quello degli altri. È una regione che batte, ha battuto e, senza dubbio, continuerà a battere. Anche qui, ciò che viene dal cuore, acquisisce un’importanza sacra. Quelle che chiamiamo tradizioni sono radicate in tempi remoti, che si trascinano ancora. Quelli che chiamiamo valori si ripetono, quotidianamente, in gesti semplici che, veloci, cercano di sfuggire a un continuo riconoscimento. 

Che strano organo. Ci fa credere di essere innamorati. Di chi, di che cosa, tanto, poco. Lui batte il ritmo di emozioni che pensiamo troppo a lungo con la testa, come se ci risvegliasse per farcele comprendere meglio. Ed io di cuori che mi svegliano ne ho due. Queste continue extrasistole che ho da sempre, me le hanno regalate i miei genitori e il loro amore che ha unito due confini lontani. Tutto quello che si può amare, a me capita di amarlo due volte: la famiglia, la patria, l’amore stesso.

Tutti gli oggetti dei più romantici versi che leggo o che ascolto cantare, per me hanno due facce che si specchiano. Oltre alle ciglia folte, agli occhi scuri e ad un corredo genetico quasi indistruttibile — che dalla Mongolia corre fino al Mediterraneo — babbo e mamma mi hanno donato una gran confusione. Certo, più gli anni passano e, soprattutto, più la indago, più riesco a capirla e a scioglierla. Devo ammetterlo, è stato un privilegio il mio, poter atterrare in una terra così sconosciuta sentendomi di essa, in parte, figlia. E, anche se all’inizio il mio sguardo si è sentito straniero, non è stato mai, nemmeno per un secondo, estraneo. 

Da quando, alle medie, mia mamma mi ripeteva che la soluzione alle prese in giro dei miei compagni per le mie sopracciglia troppo folte non era sfoltirle, ma amarle ancora di più, ho cominciato a intuire che dentro ciò che ero c’era qualcosa che non si lasciava ridurre, né correggere. Lei lo diceva con una calma che, allora, non capivo: come se quelle sopracciglia — che io vedevo solo come un bersaglio — per lei fossero una prova di appartenenza, un’eredità da proteggere. Io, invece, avrei voluto cancellarle, confondermi, passare inosservata.

Ma mia madre insisteva, con quella fermezza che appartiene a chi conosce il valore profondo di ciò che ci fa dubitare: “Non sono un difetto” diceva “sono una storia”. Col tempo ho capito che non parlava dei tratti del mio volto, ma di tutto il resto: della mia metà curda che non capivo ancora, della mia metà italiana che davo per scontata, di un’identità che non si poteva semplificare per farla entrare in una forma più comoda.

Voleva insegnarmi che ciò che stonava agli occhi degli altri era, in realtà, ciò che avevo di più mio. Che quella differenza, che allora mi sembrava un peso, un eccesso, una stranezza, era invece una specie di radice testarda che non andava tagliata, ma nutrita. Quelle sopracciglia che volevo nascondere sono diventate la mia prima, piccola lezione di appartenenza: il segno che non tutto deve essere pettinato, regolato, calibrato per piacere. Alcune cose, semplicemente, si portano. E più cerchi di cancellarle, più si fanno sentire.

Da quel momento, la mia vita corre su due binari paralleli che si avvicinano e si allontanano senza preavviso. L’essere italiana e curda non è una divisione ordinata: è una vibrazione continua, una luce che cambia intensità a seconda di dove mi trovo. L’Italia è la lingua che mi abita le ossa, un modo di pensare che riconosco subito, un’idea di casa che non ho mai dovuto imparare.

Il Kurdistan, invece, mi attraversa come qualcosa che mi appartiene da prima di arrivarci. Qui ho accolto abitudini lontane da quelle con cui sono cresciuta, eppure si sono intrecciate alle mie senza attrito: il modo diretto e naturale di accogliere, il senso che ogni storia abbia una radice collettiva e la capacità di rallentare anche dentro il caos. Dall’Italia, invece, porto con me altre forme di presenza: la spontaneità del legame, la ricerca di calore anche nei luoghi più freddi e la familiarità che siamo capaci di far nascere in pochi istanti. Non sono due mappe da sovrapporre, ma due alfabeti che uso insieme per leggere ciò che vivo: uno mi radica, l’altro mi apre.

Un’immagine con cui posso descrivere questa dualità sta in ciò che io chiamo famiglia. Ne ho due, una unica, non lo so nemmeno io. Due rive di uno stesso fiume su cui continuo a camminare. Quella curda è immensa, più di cinquanta persone che entrano ed escono dalla stessa casa come se fossero un unico corpo: calorosa, rumorosa, generosa fino all’eccesso, a volte così presente da sfiorare l’invadenza, ma mai abbastanza da soffocarmi per davvero. È una famiglia che mi trattiene e mi accompagna, che non conosce distanze né silenzi, che mi avvolge fino a lasciarmi senza spazio e, allo stesso tempo, senza paura.

Quella italiana, invece, è un piccolo cerchio protettivo: la mia mamma, il mio babbo, i miei quattro zii, i miei due cugini. Un nucleo ristretto che mi ha insegnato la libertà prima della custodia, l’intimità prima del rumore, la tenerezza prima di tutto. Qui l’affetto mi travolge, lasciandomi respirare, mi guarda da un passo indietro, mi protegge senza farmi sentire trattenuta. Ci sono giorni in cui vorrei riuscire a spiegare tutto questo, ma posso farlo solo così: vivo due tradizioni mentre accadono entrambe, due memorie che non smettono di intrecciarsi, due nostalgie che non si annullano. Essere italiana e curda non significa essere divisa: significa essere due volte intera.

Manca un mese al mio ritorno. Non lo dico quasi mai e quando lo dico, lo faccio  sottovoce. Ho iniziato a pensarci qualche giorno fa, quando Chiara al telefono me lo ha annunciato con una voce squillante. È stato l’unico conto alla rovescia che l’ha resa felice in questi mesi che sono passati. “Manca un mese Anna, uno scarso mesetto e sei di nuovo qui” continuava a ripetermi, durante una di quelle videochiamate, che le faccio spesso perché mi manca molto.

Ogni volta che traccio un segno sul calendario sento due scosse, una avanti e una indietro, come se il cuore provasse a battere in due direzioni opposte. La mattina mi sveglio convinta che voglio tornare, che non vedo l’ora. La sera, quando rientro e sento il rumore delle voci intrecciate in salotto, penso che un mese sia troppo poco, che vorrei avere più tempo. È un tira e molla sotto la pelle, una sorta di aritmia emotiva.

A volte la sento fisicamente: un rimbalzo del respiro, quando la Luna mi appare troppo grande per essere reale; quando Yasmin mi porge il chai senza dire nulla, come se sapesse già che ne ho bisogno; quando mi tolgo le scarpe prima di entrare in qualsiasi casa o quando, per un momento, Erbil si mostra come un luogo ordinato e comprensibile. Vivere con la data di partenza addosso è un’altra forma di attesa: con un ritmo sfasato avanzo con cautela, cercando di trattenere ogni dettaglio. Ci sono giorni che scivolano via, altri che sembrano rallentare di proposito, come se volessero farsi ricordare. Il tempo non procede: ondeggia. E così anche io.

Una parte di me corre verso il ritorno, l’altra si aggrappa a ciò che non ha ancora capito, che non ha ancora vissuto e che non ha voglia di lasciare. Il mio cuore — per colpa di Chiara — è diventato un metronomo impreciso che salta battiti, li recupera, poi li perde di nuovo: segna un tempo che non coincide mai con quello esterno. Un mese. Un’eternità. Un soffio. Nel mezzo ci sono io: con un passo avanti e uno indietro vorrei tornare, ma non voglio andare via. Me la vivo così, come chi prepara una valigia che non sa ancora se deve chiudere o disfare. Forse, mentre cerco di capirlo, potrei stirarci qualche camicia sopra.

Deve esserci, infatti, qualcosa che non va nel mio cuore. Così, per una volta, dopo essere scesa dal taxi, mi convinco a fermarmi. Mi faccio versare una tazzina di chai e mi sdraio anche io su uno di quei tappeti fuori dalla clinica. Attorno a me cento persone che aspettano di avere notizie sul cuore dei propri cari. Io aspetto di barattare il mio. Penso che me lo farò asportare. Ordinerò al medico di tirarmelo fuori dal petto. 

In cambio, chiederò solo una rosa. Una rosa in cambio del cuore.

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