
Politica e Società
Balliamo per i tempi stanchi
Il perdere tempo nell’arte, nella relazione e nella controcultura
A cura di
Giulia Nestola
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Esiste un leggero senso di vergogna comune alla base dell’essere umano inteso come animale sociale: un insieme di sensazioni e preoccupazioni vecchie quanto la Terra, una piccola mancanza (o eccesso) di coscienza.
Esistono però degli spazi-tempo condivisi, dei dispositivi sociali che sospendono le gerarchie e il disagio, perché hanno una dimensione culturale e politica implicita, generano relazioni e producono comunità: le feste.
La festa descrive un’area sociale, trascina in sé il sentimento di nomadismo, di pellegrinaggio creativo, ma anche il senso di spaesamento e di smarrimento nella rete. La festa è un fatto globale della vita associata, che va visto in relazione a tutto l’orizzonte culturale di cui si fa interprete.
L’arte relazionale, concetto teorizzato dal critico francese Nicolas Bourriaud soprattutto in contesto europeo e nordamericano, a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila (Estetica relazionale, trad. di M. E. Giacomelli, Postmedia Books, Milano, 2010), indaga quella particolare situazione che ci costringe a stare insieme, a comunicare, a condividere un gesto. Si “fa festa”, quindi, nel senso antropologico del termine: si genera spazio e durata senza celebrare un oggetto.
Si apre un campo di relazioni effimere e trasformative, dove il fine non è solo la convivialità, ma il prodotto di quella convivialità, cioè una forma più complessa e profonda che unisce una struttura, degli oggetti e delle immagini (più o meno) effimere nate dal comportamento collettivo, dall’esperienza comunitaria vissuta. Non si celebra qualcosa, ma il rapporto col mondo concretizzato da un intervallo. Un intervallo in cui la comunità si riconosce e si reinventa, diventando polifonica. La festa mette in cammino un oggetto di pensiero inserendolo in una catena, diluendo così la sua origine nella molteplicità e costituendo un modo di resistenza contro la formattazione generalizzata e una sorta di guerriglia formale.
Ma quindi quanto è importante fare festa e, nel caso, fare anche un po’ di casino?
Il latino arcaico, dopotutto, usava festum per indicare gioia pubblica, giubileo, baldoria. E forse è proprio nel “fare un po’ di casino” che la comunità, noi, ci misuriamo.
I movimenti di controcultura lo avevano capito bene: dai beatniks alle comuni hippie, ogni festa era un laboratorio socio-politico mascherato da svago.
Luoghi in cui si imparava a leggere e comprendere Allen Ginsberg (il poeta statunitense della cosiddetta Beat Generation) e a suonare tre accordi di chitarra, ma soprattutto a stare insieme senza chiedere permesso a nessuno.
Il movimento della Beat Generation si presentava come un gruppo di letterati che rifiutavano le regole imposte dalla società, sperimentando con l’arte e le droghe e negando ogni visione materialista del mondo. Si cominciò ad alzare il livello dei bassi, ad aumentare la comunicazione, a facilitare la partecipazione: arrivarono i rave, che in poco tempo divennero una realtà affermata e diffusa. Feste senza biglietto (ma con innumerevoli flyer autoprodotti) e senza orari precisi (tutto prendeva vita nel giro di poco: una volta montato tutto, si faceva rete).
Non c’era un palco, non c’era (circa) un programma: c’erano casse che rimbombavano nella campagna e un fiume di corpi decisi a non finire, ma a fare festa in toto.
“Un termine nuovo e sgradevole è entrato a far parte del vocabolario inglese: raver”, scriveva il quotidiano britannico Daily Mail nel 1961 a proposito dei partecipanti al festival di Beaulieu, in Francia. Trent’anni dopo, a Castlemorton, nel Worcestershire (UK), si svolse un evento hippie dove sei tribe (Circus Warp, DiY, Cirkus Normal, Adrenaline, Bedlam e Spiral Tribe) portarono i loro soundsystem e decine di migliaia di persone ballarono per giorni.
Lo Stato inglese si allarmò così tanto che nel 1994 approvò il Criminal Justice and Public Order Act, vietando “eventi dove la musica include suoni caratterizzati dall’emissione di una successione di battiti ripetitivi”.
Emersero forme inedite di sintesi tra quattro sottoculture: il nomadismo e la dimensione psichedelica degli hippie si fusero con l’attitudine autoproduttiva del punk; allo stesso tempo, il concetto giamaicano di soundsystem come strumento di riappropriazione dello spazio pubblico trovò la sua espressione più efficace nei suoni techno/tekno, generando un fenomeno collettivo capace di mobilitare energie come non accadeva dai primi tempi del rock.
L’underground rimase a lungo un fenomeno realmente, e anche letteralmente, sotterraneo, prima di trasformarsi in un problema per le autorità e per l’ordine pubblico, narrato dalle testate giornalistiche come una mandria allucinata.
Quando qualcosa non può essere definito, quando viene giudicato soltanto in base al suo contro-posizionamento al sistema, è (fortunatamente) anche difficile da reprimere.
I mezzi d’informazione cominciarono quindi a inquadrare il fenomeno – usando ossessivamente la parola rave – e la politica ne vide un’occasione di propaganda. Un free party è un incubo governativo del capitalismo: senza profitto e senza rispetto per il capitale, senza spettatori passivi con cervelli atrofizzati da comandare, senza esclusione. Le fabbriche abbandonate, da contesti di alienazione, scambio di denaro e lavoro, diventano cuori e cervelli pensanti (e ballerini). I codici dell’architettura cambiano, le casse spingono. E dunque questo ostinato posizionarsi fuori dalle logiche del capitale continua a essere indigesto al sistema.
È, alla fine, una questione curiosa: l’autorità, ora come allora, non ha mai sopportato il ritmo, perché questo, quando è collettivo, diventa sovversivo. Il fascino dei rave è questo: la politica c’era, ma non si vedeva. Nessun comizio, nessuna bandiera. Solo la decisione tacita di sottrarre spazio e tempo alle logiche produttive. Una politica senza manifesto, generata dal basso continuo di una cassa.
Bataille l’avrebbe chiamata dépense, dispendio puro, consumo senza scopo, eccedenza che tiene insieme più della legge stessa (La parte maledetta. Saggio di economia generale, trad. di S. Finzi, Einaudi, Torino, 1967).
Chomsky, invece, era fermamente convinto che la ricostruzione radicale della società dovesse sviluppare metodi capaci di liberare l’impulso creativo, non di stabilire nuove forme di autorità (Conoscenza e libertà, Il Saggiatore, Milano, 1974). Perché, per quanto le cose di questo mondo ci colpiscano intensamente, per quanto profondamente esse possano emozionarci e stimolarci, esse non diventano umane per noi se non nel momento in cui possiamo discuterne con i nostri simili (L’umanità in tempi bui, trad. di M. Fraire, Garzanti, Milano, 2018).
Alla fine, le feste sono sempre state questo: piccoli attentati al buon senso, luoghi dove la società si ricorda di non essere solo produzione. Che siano le feste studentesche del Sessantotto, i raduni psichedelici degli hippie, i rave illegali degli anni Novanta o noi con gli amici in un garage il venerdì sera, si svela sempre la stessa verità: la comunità non si fonda sul lavoro, ma sull’intervallo. Sul tempo “perso” insieme.
Noi non siamo i portatori della coscienza; noi siamo le puttane della ragione.
Come dicevano quelli di Spiral Tribe, “la musica appartiene a tutti”, e forse anche la festa — la più spettacolare delle rivolte.


