A cura di

Alessandro Vetrano

Immagine di

Andrea Munaretto


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Esattamente un mese dopo l’ultimo concerto a cui ho assistito, eccomi di nuovo lì: pronto a vivere Fabri Fibra dal vivo, immerso nella cornice del Flower Festival di Collegno (TO). È tardo pomeriggio, esco di casa, prendo il primo bus, poi un secondo.

Dopo oltre un’ora arrivo finalmente al parco che ospita l’evento. Il solito schieramento di food truck, musica che esce a volume sparato dalle casse, chiacchiere, voci, corpi in movimento. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni: un’energia sospesa, quasi elettrica, come se tutti stessimo aspettando qualcosa che già ci appartiene. Compro una bottiglietta d’acqua, due euro. Bevo un sorso, mi chiama Chiara. È già all’ingresso, prima dei controlli. La raggiungo. “Bellezza”, le dico per salutarla. E lo penso davvero. Non ci sono discussioni: lo è.

Insieme percorriamo un breve sentiero nel bosco e ci sottoponiamo ai controlli di sicurezza. Uno steward mi chiede se ho un accendino. Mento, rispondo di no. È vietato introdurre oggetti infiammabili. Mostro il biglietto e finalmente entro nel Parco della Certosa. Sono agitato. Una lieve tachicardia mi prende. Non per l’accendino in sé “ho nascosto un Clipper”, ma per il gesto, per quella sensazione di essere perquisito.

Mi riporta indietro, a tutte le volte che la polizia mi ha svuotato le tasche, mi ha fatto sentire piccolo, sbagliato. Oggi sono pulito, non ho nulla da nascondere. Eppure, ogni volta che qualcuno mi controlla una borsa o sale un controllore sul bus, mi si accende qualcosa nel cervello. È come un riflesso condizionato. Anche con il biglietto in tasca, mi agito. Vorrei studiarle, certe dinamiche, certe reazioni mentali che scattano senza che io possa controllarle.

Passate le otto di sera, decidiamo di mangiare. Prendiamo un sandwich con hamburger: buono, anche se ovviamente al prezzo da festival. Serata alcol-free. Beviamo acqua. Una birra l’avrei bevuta volentieri, ma non posso. Vivo in un gruppo appartamento. Ci sono regole, limiti. E ho scelto di rispettarli. Ci sediamo a un tavolo invaso dalle formiche, ci destreggiamo come possiamo mentre mangiamo. Dopo, fumiamo una sigaretta.

Faccio accendere Chiara — il suo accendino l’ha consegnato all’ingresso, era un regalo a cui teneva. C’è rimasta male, si è dispiaciuta. Ci spostiamo verso lo stand del merch. Sono combattuto: la maglietta mi piace, ma 40 euro sono tanti. Alla fine non la prendo. Troviamo posto davanti al palco, in centro. Non siamo vicinissimi ma nemmeno in fondo. Chiara fa un po’ fatica a vedere, è minuta. Io mi arrangio, anche se non sono alto. Contiamo i minuti, con quell’agitazione che precede qualcosa di importante. Si spengono le luci.

Parte l’intro con “L’Avvelenata” di Guccini. Poi entra lui: Fabri Fibra. Presenza scenica pazzesca. Dialoga spesso con il DJ, Double S, lo chiama per nome: Rino. Ed è lì che smetto di guardare e inizio a sentire davvero. È il momento in cui capisco che questo concerto per me sarà più di un live: sarà un punto di contatto con qualcosa che mi appartiene da anni. Da adolescente inquieto a uomo in cammino: il filo rosso con Fibra La mia storia con Fabri Fibra non è mai stata solo musicale. È cominciata in un’età in cui tutto brucia e nessuno ti capisce.

In quegli anni sentivo il bisogno di qualcuno che parlasse con rabbia, che mettesse a nudo il disagio, che dicesse le cose come stavano, senza troppi filtri. E Fibra lo faceva. Non cercava di piacere: urlava, feriva, disturbava, ma era vero. E questo, a me, serviva. Ogni suo disco è arrivato in un momento preciso della mia vita. Quando ero nel caos, nelle scelte sbagliate, nei guai. Quando non capivo bene chi fossi, né cosa stessi cercando.

E poi c’erano le perquisizioni, i controlli, le paranoie. Quelle che oggi riemergono quando mi aprono un borsello all’ingresso di un concerto, anche se non ho più nulla da nascondere. È come se il mio corpo non se ne fosse accorto che sono cambiato. Fibra parlava anche di questo, di un passato che ti resta appiccicato addosso, anche quando provi a voltare pagina. Nel tempo, il suo percorso ha continuato ad affiancarsi al mio. Non tanto nei dettagli, ma nello spirito.

Quando lui raccontava del disagio nei rapporti familiari, della solitudine, dell’autoisolamento, io sentivo che non ero l’unico. Quando la sua musica è diventata più cupa, più riflessiva, io stavo passando attraverso le mie ombre. Non erano solo canzoni, erano fotografie emotive di qualcosa che anche dentro di me si stava muovendo. Eppure non è lì che si chiude il cerchio.

Perché quello che mi tiene ancora legato a Fibra è il fatto che non è rimasto fermo nel buio. Ha camminato. È cambiato. Ha trovato un modo per trasformare il dolore in qualcosa che si può dire, che si può condividere, che non fa solo male. E io, nel mio piccolo, sto facendo lo stesso. Ho scelto di ripartire. Non bevo più, rispetto delle regole, lavoro su di me ogni giorno. E quando sento Fibra gridare “Non cado più nel vuoto”, mi viene un nodo in gola. Perché anche io sto imparando a non caderci più. O almeno, quando ci cado, a risalire.

Il concerto di lunedì non è stato solo uno spettacolo. È stato un punto di contatto. Un richiamo. Lui sopra il palco, io sotto. Entrambi con delle cicatrici, ma anche con la voglia di esserci. E in quel momento, in mezzo a migliaia di persone, con le luci, il suono e quella voce così familiare, ho sentito che quel filo che ci lega da anni… è ancora teso, ancora vivo. Come me. Questo sono io, adesso.

Non sono più il ragazzo che andava in giro con le cuffiette sparate per isolarsi da tutto. Non sono più nemmeno quello che mentiva a se stesso prima ancora che agli altri, convinto di dover sempre fuggire da qualcosa.

Oggi ho scelto di restare. Di guardarmi in faccia. Di prendermi cura di me, anche quando fa male. Vivo in un gruppo appartamento. È una realtà a volte dura, piena di regole, di confini da rispettare. Ma è anche una scuola di vita. Un luogo dove sto imparando a fidarmi di nuovo, prima di tutto di me stesso. Non è facile. Ogni giorno c’è una parte di me che lotta contro l’istinto di mollare tutto.

Ma ogni sera che riesco a tornare a casa con la testa lucida, è una piccola vittoria. Scrivo, dipingo, creo. L’arte è diventata il mio modo per raccontare quello che non riuscivo a dire. Il mio percorso non ha mai seguito strade dritte: ho sbagliato, mi sono perduto, sono caduto. Ma ogni volta, in un modo o nell’altro, ho trovato una mano o almeno un motivo per rialzarmi. Non voglio essere un esempio, né un simbolo. Ma voglio essere vero. Onesto. Umile. Perché chi vive nel disagio sente subito l’odore della menzogna. E io non ne posso più di fingere. Il concerto di Fibra mi ha ricordato chi ero, ma soprattutto chi non sono più.

E, ancora più forte, chi voglio diventare. Uno che c’è. Che si prende la responsabilità del proprio passato, ma che non si lascia definire solo da quello. Forse è questo che abbiamo in comune, io e lui: abbiamo entrambi smesso di scusarci per quello che siamo. Abbiamo trovato un modo, nostro, per restare in piedi.

E anche se le ferite restano, oggi le porto come medaglie. Non per vanità, ma per memoria. Perché ogni cicatrice racconta una battaglia che ho deciso di combattere, e soprattutto di non perdere.

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