
Politica e Società
Xhuliano Dule: un comico albanese che non ha mai smesso di nuotare
Lo stand-up oggi parla del presente più della politica (ed è più seria)
Comico albanese ma naturalizzato veneto-romano. Ospite di Propaganda Live e Comedy Central ma non per questo di sinistra – fonti affermano che lo fosse anche prima. Un diploma all’accademia di arte drammatica Silvio D’Amico e un tour, Remuntada, che sta attraversando tutta l’Italia. Un rapporto ben più che conflittuale con l’attuale vicepremier Matteo Salvini. Unico neo: un passato bocconiano e un dottorato a Sciences Po.
Xhuliano Dule è una delle voci più interessanti della stand-up comedy italiana contemporanea. Con uno stile che mischia con sagacia pregiudizi, stereotipi, concetti alti e la più classica e meravigliosa trivialità fatta di sperma e black humor, Dule utilizza la comicità come strumento narrativo e politico, affrontando temi complessi come integrazione, identità culturale, razzismo, potere e politicamente corretto.
In un Paese in cui si ripete spesso che “non si può più dire niente”, Dule ribalta la prospettiva: il problema non è la censura, ma l’incapacità di accettare la propria fragilità e di vedere l’altro non come un nemico da abbattere, ma un amico con cui prendersi per il culo a vicenda. La sua stand-up non assolve né accusa: mette tutti, sé incluso, sullo stesso piano, quello di poveri coglioni in un mondo assurdo, ma tanto tanto divertente.
Dule si è esibito e raccontato al Birrificio Altotevere di San Giustino, in provincia di Perugia, quella provincia tanto dimenticata che se nella nebbia di pianura della sponda sinistra del Tevere si scorge l’insegna con scritto “Birrificio” si può tranquillamente pensare a un miraggio. Lì l’associazione effettoK ha dato vita ad una serie di incontri di stand-up dal titolo “Non filtrata”, per dimostrare che la comicità e i bicchieri non solo sono amici, ma possono essere un’accoppiata unica per portare qualcosa di nuovo, divertente e politico anche laddove non arriva neanche la ferrovia. La serata è stata aperta da Nicola De Giorgio e presentata dal giovane standupper Andrea Pecorari.
Identità, nome e appartenenza
Il tuo nome è Xhiuliano ma si pronuncia “Giuliano”. Siamo vittime di un’allucinazione uditiva?
No, il mio nome è effettivamente Giuliano, dato in onore a Giulio Andreotti. Mio padre, ispirato dal capo della Dc, sperava che anch’io riuscissi come lui a stare fuori di galera nonostante tutti i reati commessi…
Per comprendere meglio, in Albania l’alfabeto è diverso: l’“XH” si pronuncia come una “G”. Quindi “Xhuliano” diventa “Giuliano”.
La parola all’esperto: un pugliese è davvero un albanese che non ha mai smesso di nuotare?
Diciamo che un pugliese è un albanese che ha iniziato a mangiare pesce crudo molto prima. Ricordo il trauma quando abbiamo visto i polpi sbattuti sul porto di Bari. Abbiamo detto: “Torniamo indietro, questi non hanno ancora inventato il fuoco”.
Sud Italia e Albania hanno tantissimi punti in comune: ospitalità, famiglia, omofobia. Molto simili, purtroppo e per fortuna.
Migrazione e percezione pubblica
Tu sei arrivato in Italia negli anni della grande emigrazione dai Balcani. Il fenomeno, e la sua percezione presso l’opinione pubblica, negli ultimi 30 anni è cambiato moltissimo.
Sì, è la verità. Io sono arrivato nel 1995-96, avevo solo 3 anni e mezzo, il clima era quello. Oggi si è passati dalla “fratellanza adriatica” all’idea del muro. Nel mio ultimo spettacolo parlo spesso dell’essere un emigrato bianco: discriminato dai bianchi e derubato dai neri. È una battuta sì, ma non solo.
Ogni nuova ondata migratoria genera paura, che rientra quando l’immigrato si integra e diventa razzista a sua volta. È successo ovunque, non è che l’Italia sia diversa. Basta pensare ai siciliani andati in America negli anni ‘30 e ‘20 durante il fascismo che poi diventano i primi a essere razzisti nei confronti dei neri. L’Italia è un crocevia per definizione. Senza integrazione non esisterebbe.
Il Veneto, la politica e l’identità territoriale
Hai vissuto per molti anni a Verona: che rapporto hai con il Veneto?
Il Veneto è un luogo meraviglioso. Grande cultura, storie incredibili, uso della bestemmia ritmicamente perfetto. È una terra che nasce povera e vive un boom economico enorme. È chiusa verso il “foresto” ma aperta verso il “particolare”: prendo il mio caso. All’inizio ovviamente la mia famiglia era forestiera, ma con il tempo abbiamo stretto relazioni e amicizie qui e io ho moltissimi amici in Veneto. Quando sono con loro e passa magari un ragazzo africano però continuano ad usare insulti razzisti. Quando gli faccio notare che anche io sono straniero la risposta è sempre del tipo: “No, tu no, tu sei uno buono, il problema sono gli altri”. Questo spiega anche certe dinamiche politiche: piccole imprese, diffidenza verso lo Stato, attrazione per l’idea di cavarsela da soli.
Politica, satira e ipernazionalismo
Da molti anni il Veneto è la roccaforte della Lega. Come leggi l’uscita di Roberto Vannacci dal partito?
Era inevitabile. Vannacci rappresenta un rigurgito ipernazionalista che non c’entra molto con la Lega originaria di Bossi, che diceva “con i fascisti mai”. Lungi da me difenderla, ma per chi ha vissuto lì si capisce che sono cose molto diverse.
Vannacci è un prodotto mediatico, un po’ come lo è Ilaria Salis dall’altra parte: sono figure estranee ai partiti, con posizioni o un’apparenza estremista, inglobate all’interno per visibilità.
Quel 4–5% che lo segue rappresenta un’estrema destra nostalgica che in Italia non è mai scomparsa.








Dalla Bocconi alla stand-up comedy
Oltre a una carriera di comico hai un passato in Bocconi. Come lo spieghi?
È il percorso di rivincita dell’immigrato, quello che dà anche il nome al mio spettacolo. Rendere fieri i genitori, dimostrare di essere migliori. Ho fatto la Bocconi, doppia laurea Italia-Francia, ho lavorato nelle istituzioni internazionali. Dopo due anni e mezzo ho capito che non era la mia strada. Da lì ho mollato tutto, il che ha portato una reazione molto pacata da parte dei miei genitori: rabbia, piatti che volavano, i vari “ho rischiato la vita per darti un futuro”, quando ci tengo a precisare che l’unico a non saper nuotare sulla nave nell’Adriatico partita da Tirana ero io. Dopo cinque anni si sono rassegnati. Essere il diverso ti rende testardo.
Come nasce il tuo percorso nella stand-up comedy?
Dopo l’esperienza con Bocconi e Sciences Po ho frequentato l’Accademia “Silvio D’Amico” di Roma. Volevo fare qualcosa che mi permettesse di esprimermi, di scrivere, di rappresentare ciò che pensavo su un palco, ma avevo bisogno di un riscontro immediato. La stand-up è perfetta: scrivi e vedi subito se funziona. Facevo una comicità molto dark, poco accettata in ambito accademico. Ho detto: “Se fa ridere, ve lo dimostro”. Per ora ho avuto ragione io. Loro dicevano che sarei rimasto povero: vedremo.
Politicamente corretto e libertà di espressione
È vero che in Italia non si può più dire niente?
Se Pio e Amedeo sono in prima serata, si può dire tutto.
Il problema è che oggi ci si offende per interposta persona, sia a destra che a sinistra.
In realtà puoi dire tutto: devi solo accettare che un sacco di gente idiota ti romperà i coglioni.
I centri per migranti in Albania hanno funzionato?
Hanno funzionato per trenta cani randagi adottati dai militari italiani. A parte le battute, è una pratica coloniale triste per l’Italia e una rimozione storica per l’Albania. Trent’anni fa in quei centri ci saremmo stati noi. Sono strutture contro il diritto europeo, costose e inutili. Un’operazione puramente cosmetica.
Comicità, empatia e verità
Qual è il segreto per far ridere parlando di cose gravi?
L’empatia. Non ridere di qualcuno, ma con qualcuno.
Ridiamo perché siamo tutti meno all’altezza dei nostri desideri. Il fallimento è universale.
La stand-up non salva il mondo, ma crea uno spazio in cui possiamo dirci delle verità ridendone insieme. E questo, a volte, basta.



