“Una battaglia dopo l’altra”: ereditare il conflitto

Quante battaglie attraversiamo oggi senza nemmeno accorgercene?
Ci scorrono addosso, tra scelte quotidiane e stanchezza generale. Una battaglia dopo l’altra (2025) di Paul Thomas Anderson racconta piccole e grandi battaglie, parla di guerre visibili e invisibili, politiche e personali, che somigliano fin troppo alle nostre.

Pat Calhoun (Leonardo DiCaprio) e Perfidia “Beverly Hills” (Teyana Taylor) sono due attivisti del gruppo rivoluzionario French 75. Amanti e compagni di lotta, si perdono tra repressione, tradimenti e promesse irrealizzate. Sedici anni dopo, la loro figlia Willa (Chase Infiniti) vive nascosta con Pat/Bob Ferguson sotto un’altra identità, finché il colonnello Lockjaw (Sean Penn), responsabile del disgregamento del gruppo, riapre la caccia.


Il film inquadra prima la nuova vita e poi la fuga del padre e della figlia, ma non è solo una storia d’azione: è in realtà il passaggio di un’eredità scomoda. Quella di chi in passato ha combattuto, ha fallito e ora guarda una nuova generazione che deve decidere se accettare lo status quo o cambiare tutto. DiCaprio interpreta un uomo logorato, incapace di conciliare l’ideale con la vita reale. Sua figlia, Willa, invece, rappresenta l’idea di futuro, ma non come speranza innocente: è piuttosto una possibilità ancora indefinita ma viva.

Anderson alterna momenti di tensione pura a scene intime e sospese, costruendo un ritmo perfetto che tiene fino alla fine lo spettatore incollato allo schermo con una fotografia che dà spessore alle immagini e l’utilizzo di una colonna sonora, firmata da Jonny Greenwood, che accompagna tutto con una forte energia. Le interpretazioni sono solide: Leonardo DiCaprio è convincente nella sua fragilità, Sean Penn dà peso all’antagonista, rappresentante di un potere maschilista che sembra ormai subire il logoramento della storia. 

Ma Anderson a volte esagera: troppe idee, troppi simboli, un racconto che rischia di perdersi nella propria ambizione. Alcune scene vogliono dire tutto e finiscono per dire troppo poco. C’è poi un punto su cui la critica specialistica ha insistito, la rappresentazione di Perfidia, il personaggio di Teyana Taylor, che oscilla tra forza e cliché. Non sempre il film riesce a mostrare il corpo e il ruolo delle donne nere senza scivolare in qualche stereotipo. Ma anche con le sue cadute resta un film che osa. Non sempre perfetto, ma vivo, e oggi non è poco. Opera che trova nella giovane Chase Infiniti il vero filo conduttore, quella che tiene insieme la parte più emotiva e i temi fondamentali del racconto. 

E proprio con lei che si apre il tema centrale del film: la generazione Z.

Il film non la mostra direttamente, ma tutto ruota attorno a questo aspetto: una generazione impaziente, meno disposta al compromesso. Più vicina alla rabbia dei movimenti degli anni ’70 che all’adattamento dei Millennial. Quest’ultimi purtroppo hanno imparato a convivere con il fallimento: precarietà, salari fermi, un pianeta al limite, trasformando la sopravvivenza in linguaggio motivazionale. La Gen Z sembra voler rompere questo ciclo. Ma ci riuscirà davvero? O finirà per ripetere gli stessi errori dei propri predecessori?

In realtà fuori dallo schermo questa domanda risuona già.
In Marocco, il movimento Gen Z-212 si organizza su Discord: chat, server e messaggi vocali che diventano piazze. Giovani che si coordinano per protestare contro un governo che investe miliardi in stadi mentre mancano scuole e ospedali. In Nepal, nel settembre 2025, le proteste anti-corruzione sono esplose dopo il divieto di 26 piattaforme social. Migliaia di giovani sono scesi in strada, hanno occupato edifici pubblici e spinto alle dimissioni del primo ministro. Ma le proteste della “nuova onda” si estendono dal Kenya al Madagascar, dall’Algeria all’Indonesia. Una generazione senza leader ma con una voce globale: la Gen Z scende in piazza per gridare che il futuro non può più aspettare. 

Anche in Italia e in Europa questa tensione si è fatta sentire. Le proteste per la Palestina nel nostro Paese hanno riportato in piazza non solo la Gen Z, ma anche sindacati e generazioni più adulte. Studenti, lavoratori e insegnanti hanno marciato insieme chiedendo la fine del genocidio in atto per mano del popolo israeliano e lo stop alle forniture di armi a quest’ultimo da parte del nostro Paese. È come se, per un attimo, le fratture tra età e mondi diversi si fossero ricucite: una voce comune contro l’indifferenza. 

Non è fiction: è il mondo reale che mostra la stessa tensione che il film di Paul Thomas Anderson mette in scena. Ragazzi e ragazze che non vogliono più adattarsi a un ordine ormai dormiente ma che cercano un linguaggio nuovo per portare avanti la loro protesta. 

Una battaglia dopo l’altra funziona perché tiene insieme ritmo, azione e riflessione senza troppi moralismi. Racconta un’epoca che ha perso fiducia nella “revolución!” (cit.) ma non ha smesso di cercare un senso collettivo. Il film riesce così ad aprire uno spazio: quello in cui le nuove generazioni possono scegliere se continuare a gestire le macerie o provare a costruire un’alternativa. Ma forse la vera domanda che resta è questa: abbiamo ancora la forza di cambiare, o stiamo solo imparando a sopravvivere meglio? Un giorno dopo l’altro, una battaglia dopo l’altra.

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