
Musica
Sick Tamburo e il rumore della memoria: dai Prozac+ a Dementia
Intervista a Gian Maria Accusani
A cura di
Haron Dini
Immagini di
Franco Zanussi
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Esiste un filo teso e invisibile che collega il punk degli anni ’90 alla maturità consapevole di oggi. Un filo che i Sick Tamburo hanno saputo riavvolgere e trasformare senza mai perdere la propria bussola creativa. In questa intervista, ci addentriamo nel loro nuovo album Dementia, l’ultimo capitolo dei Sick Tamburo uscito il 19 gennaio: un disco che non ha paura di guardare in faccia il dolore e la memoria. Tra i nuovi brani e un inevitabile sguardo nostalgico (ma mai banale) all’eredità dei Prozac+, abbiamo chiesto a Gian Maria Accusani di parlare della sua band, che continua a fare della vulnerabilità la propria forza d’urto.
Il titolo Dementia è molto forte. Hai dichiarato che il disco nasce da un’esperienza diretta con la malattia mentale, ma che si estende anche a una sorta di “follia collettiva” del mondo odierno. Come sei riuscito a trasformare un tema così doloroso in musica?
È un tema che mi ha colpito in maniera importante. Io personalmente sono stato vicino a questa situazione e ho dovuto, volente o nolente, intraprendere un viaggio dentro questa realtà, e ne sono stato talmente colpito che è stato spontaneo scriverne. Alla fine mi sono accorto che il titolo “Dementia”, che significa “non-mente”, ovvero l’assenza della mente, a mio parere racchiude tutto: la follia della mente o il comportamento folle delle persone, appunto, come conseguenza di una mancanza di mente. Specialmente le cose che sembrano quasi volontarie non potremmo definirle in un altro modo se non così.
Nei brani Mi gira sempre la testa o Silvia corre solasi avverte un contrasto tra testi crudi e melodie che restano in testa. È questo il segreto per rendere “sopportabile” e condivisibile il disagio?
Non saprei se questo sia il segreto, personalmente. So che il meccanismo di portare certe situazioni alla luce e alla collettività attraverso varie forme d’arte, in questo caso la musica, credo sia del tutto sano e, in qualche modo, un tentativo di collettivizzare situazioni spesso molto legate alla solitudine. Ognuno, nel suo piccolo, riesce a far arrivare a tutti cose che tendenzialmente vengono lasciate da parte. Tutto sommato, credo che tutto ciò funzioni perché abbiamo attestazioni da parte di tantissima gente e dei fan: il loro feedback fa sempre piacere. Ognuno deve sentirsi libero di scrivere, ma l’importante è che non ci sia una decisione a tavolino, perché quando decidi sei già un po’ fuori strada; mentre, se è naturale, credo sia intellettualmente onesto e corretto e, di conseguenza, qualcosa interiormente si muove.
Anche per questo album la copertina è firmata da Davide Toffolo, dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Che tipo di legame artistico vi unisce e come pensi che la sua illustrazione sintetizzi il contenuto del disco?
Io e Davide siamo amici da sempre, anzi, dei fratelli, se vogliamo. Lui è un po’ più grande di me, ma abbiamo suonato insieme fin da bambini. Per la copertina non sapevo che direzione prendere e a chi rivolgermi. Solitamente non è una nostra decisione occuparci direttamente delle copertine, a parte in un’occasione; ovviamente lasciamo sempre carta bianca a qualche grafico o disegnatore, spiegando però le nostre intenzioni. In questo caso ho sentito Davide, che è anche fumettista, e lui con semplicità mi ha detto di sì, che gli avrebbe fatto piacere. Gli ho spiegato tutto l’incipit e l’intero viaggio, e lui se n’è uscito con un’immagine che, tutto sommato, cattura molto. Io e lui ci conosciamo da talmente tanto tempo che questo lavoro sulla copertina è stato molto più semplice di quanto si possa pensare.
Rispetto ai lavori precedenti, in Dementiasi sente una forte componente post-punk che si fonde con il vostro rock alternativo. È stata un’evoluzione naturale in studio o cercavate un suono più “spigoloso” per questi testi?
Come ti dicevo prima, noi non facciamo le cose per decisione. Sicuramente nella scrittura c’è una vena che deriva da un passato post-punk, ma credo non sia strano sentirci anche un po’ delle mie influenze personali. Tutto quello che abbiamo incontrato in questi anni e nel nostro percorso ci ha portati, in maniera del tutto naturale, a lavorare e a inserire certe sensazioni, certe visioni e tutto il resto.
Siete pilastri del collettivo La Tempesta. Cosa significa per voi far parte di una realtà indipendente così longeva in un mercato discografico che corre sempre più veloce verso il “mordi e fuggi”?
Parto dal concetto che, forse sono stato fortunato io, ma sin da quando mi sono trovato in situazioni indipendenti con cui ho fatto dei dischi — parliamo già dai tempi del mio gruppo precedente, i Prozac+ — il passare da etichette molto grandi, major, a etichette indipendenti non mi ha mai cambiato molto. Ho sempre fatto quello che ho voluto, senza che qualcun altro abbia mai cercato di impormi qualcosa, e comunque non ci sarebbe riuscito.
Quello che cambia sicuramente è l’approccio alla musica. Come hai detto tu, adesso è tutto “mordi e fuggi”, ed è proprio questo il modo in cui si fa musica oggi, purtroppo. Non c’è tempo per mandare messaggi agli altri oppure per ascoltare semplicemente un disco. Ti arriva quello che ti viene propinato. Ma nel nostro ambiente, quello alternativo, mi sento di dire che c’è ancora una parvenza di interesse nel fare le cose con calma: dal realizzare un disco all’ascoltarlo.
Da un certo punto di vista, noi Sick Tamburo ci sentiamo molto fortunati perché abbiamo un pubblico bellissimo, che ci rispetta. Sicuramente siamo fuori da certi giri o da certe strutture. Il mondo dell’alternativo si tiene spazi “ristretti”. Anche se in passato ha avuto un picco o un revival alto di ascolti e un’entrata in spazi più grandi, alla fine si è sempre mantenuto riservato. Noi, alla fine, giriamo tutta l’Italia e facciamo i club più grandi, e ormai è tutto consolidato. Il mondo però va così e credo che non si possa andare contro la realtà, anzi, non si può proprio: bisogna assecondarla. Noi facciamo le cose a modo nostro e ce ne sbattiamo.
Sono passati quasi vent’anni dalla nascita dei Sick Tamburo. Se guardi indietro, anche al periodo nei Prozac+, quanto di quell’attitudine punk di Pordenone degli anni ’90 scorre ancora nelle vene di questo progetto?
Per quanto riguarda i miei progetti, è esattamente come all’inizio. Il mio modo di fare le cose l’ho imparato già prima di suonare nei Prozac+, forse da quando avevo 13 anni, e queste cose sono rimaste dentro di me da sempre. Tutto quello che faccio lo faccio con quello spirito lì.
Avete appena iniziato il tour. Come sta reagendo il pubblico ai nuovi pezzi?
Abbiamo iniziato il tour promozionale e devo dire che è molto lungo: si parla di una ventina di date. Tendenzialmente noi abbiamo sempre fatto una decina di date circa quando usciva un nostro disco. Quest’anno è molto più lungo, ma siamo contenti perché suonare dal vivo è la finalizzazione del lavoro. Stare a contatto con il pubblico e vedere come reagisce la gente ai nuovi pezzi è sempre qualcosa di straordinario. Sicuramente c’è poco da lamentarsi (ride, ndr).
Con le date che abbiamo fatto fino a ora devo dire che sta andando molto, molto — ripeto, molto — bene. Il pubblico è aumentato e lo vediamo molto coinvolto. Vedere persone che vanno dai 16 ai 45 anni, in alcuni casi anche di più, ci fa capire che l’età non conta; di conseguenza anche la nostra musica entra dentro e non ha barriere. È la cosa più bella del mondo.
Si dice spesso che per vedere bene le cose serva la giusta distanza. Dopo tutti questi anni, secondo te siamo noi pubblico ad avere bisogno dei Sick Tamburo per vedere la realtà o siete voi ad avere bisogno della musica per riuscire a sopportarla?
Non penso che qualcuno abbia bisogno di qualcun altro, a parte casi rari. Ovviamente parlo per me stesso: io della musica ho sempre avuto bisogno e sempre ne avrò. Mi ha sempre accompagnato in maniera totale e scriverla mi ha sempre aiutato a venir fuori da situazioni veramente difficili.
Gli altri possono aver bisogno dei Sick Tamburo, come di qualunque altro artista, non lo so. Sicuramente le persone hanno bisogno della musica. Ognuno ha idee diverse, ma se le persone entrano in sintonia con noi è ovviamente bellissimo. Non sono l’unico ad aver affrontato certe tematiche, anche in questo disco; però quando vedo l’entusiasmo sia da parte della critica sia da parte della gente, per noi è sempre un bellissimo regalo. Non potremmo desiderare altro.


