
Politica e Società
Precari per forza, imprenditori per finta
Silvio Lorusso, nel suo libro Entreprecariat, analizza il legame tra imprenditorialità e precarietà nella società contemporanea del lavoro.
A cura di
Benedetta Fossati
Immagine di
Nicolò Soffietto
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Leggo un articolo pubblicato su Internazionale che parla della Generazione Z – di cui faccio parte anch’io – e recita così: «Seguendo sui social la Generazione Z, sembra che il loro motto sia ‘lusso in abbondanza’. Vogliono essere ricchi, non gli interessa lavorare e desiderano comunque una bella vita».
Queste poche righe mi hanno fatto tornare alla mente le parole di Silvio Lorusso, artista, designer e ricercatore italiano, autore del libro Entreprecariat (Krisis Publishing, 2018): «L’invidia e la competizione ci hanno trasformati nelle vittime di una cospirazione estetica alla quale è impossibile sottrarsi. Stiamo puntando allo stile di vita dei ricchi e famosi. L’ordinario non è più sufficiente. Noi, il 99%, rivendichiamo lo stile di vita esclusivo dell’1%».
Non posso che riconoscermi – riconoscerci – nelle sue parole: è vero, viviamo immersi in una cospirazione estetica che ci spinge a desiderare ciò che vediamo ogni giorno sui social. Ma una cosa è riconoscere questa dinamica dall’interno, un’altra è sentirsi descrivere sempre nello stesso modo dalle generazioni più grandi. Soprattutto quando ci affacciamo al mondo del lavoro, queste osservazioni finiscono per suonare più come un’accusa che come un’analisi: sermoni che ci dipingono come pigri o viziati, senza tenere conto delle difficoltà reali con cui dobbiamo confrontarci.
L’ultima volta che mi è capitato di ascoltarne uno è stato in uno scenario insolito: il consolato iracheno a Roma. Seduta in attesa di un funzionario, un uomo mi apostrofò con un sorriso: «Certo che voi giovani siete strani». Seguì la solita predica: saremmo pigri, poco professionali, più attenti all’apparenza che al lavoro, e inclini a portare nell’ambiente professionale questioni come la parità di genere e l’espressione della propria identità, che alle vecchie generazioni sembrano più un capriccio che una necessità. Signor Luca, non siamo strani. Siamo spesso persi, precari, ansiosi, disillusi, ma non strani. Se mi permette, siamo fin troppo normali – retti, quasi – per il mondo in cui viviamo e cresciamo. Non siamo pigri: lavorare ci piacerebbe. Il problema è che, nonostante siamo pluridiplomati, altamente qualificati, specializzati, quando usciamo dal’’università ci aspetta il nulla. O meglio, ci aspetta un familiare ritornello: “Il lavoro te lo devi creare”.
Dopo cinque, sei, sette anni di studi, non troviamo il lavoro per cui ci siamo formati: lo dobbiamo inventare. Perché siamo figli dell’epoca dell’imprenditorialità, una delle due facce del Giano Bifronte – l’altra è la precarietà – che Silvio Lorusso definisce Entreprecariat. Lorusso analizza i meccanismi che animano la società contemporanea, dominata da uno spirito imprenditoriale che si presenta come essenza stessa del nostro tempo.
Il punto di partenza è la visione foucaultiana della biopolitica: ogni individuo è chiamato a gestire sé stesso come un’impresa. Ne deriva l’«imprenditorializzazione della soggettività»: se fallisci, è colpa tua; se sei precario, non ti sei impegnato abbastanza.
Lorusso porta questa riflessione nell’era digitale: oggi non si può non essere imprenditori, anche se si è freelance precari, artisti sottopagati o rider sotto contratto. Il lavoro non è più solo produzione, ma esposizione continua di sé. Noi stessi diventiamo il prodotto sul mercato globale. L’imprenditorialità non è più una scelta – come poteva esserlo per i baby boomer – ma una strategia di sopravvivenza in un contesto in cui la stabilità è impossibile.
La partita IVA promette una vita libera, senza gerarchie, da Cernusco sul Naviglio a Bali senza distinzione. Ma proprio qui Lorusso individua la crepa: come mostrano i sociologi francesi Luc Boltanski ed Ève Chiapello in Il nuovo spirito del capitalismo (Mimesis Edizioni, 1999), il sistema ha assorbito le critiche del ’68 – contro gerarchia, autorità e rigidità – per rinnovarsi in chiave apparentemente liberatoria. Così, nel mondo freelance e creativo, il linguaggio dell’autorealizzazione e della passione diventa la nuova ideologia con cui il precariato non solo viene accettato, ma persino desiderato.
Questa libertà è fittizia: non possiamo smettere di performare, costruire un brand personale, essere sempre visibili. Nel momento in cui crediamo di aver abbattuto ogni gerarchia, ci ritroviamo in una gabbia dorata. Viviamo le quattro A teorizzate dall’economista britannico Guy Standing, nel suo libro: Precari. La nuova classe esplosiva. (Il Mulino, 2014): acrimonia e anomia, generate dal confronto continuo con i successi altrui, e ansia e alienazione, prodotte dall’incertezza sul futuro.
La precarietà è mantenuta viva anche da una retorica motivazionale, che dagli Stati Uniti si è diffusa in Europa attraverso manuali di autoaiuto che glorificano l’imprenditore self-made. Persino il fallimento viene celebrato come parte integrante del successo. Così il proletariato non si definisce più povero, ma «ricco in potenza» Ne nasce una popolazione di sognatori sempre in competizione, incapaci di cooperare: «psicopatia da competizione», direbbe Lorusso, che porta a esaurimento strutturale e ansia permanente.
Se l’imprenditoria è un modus operandi, l’imprenditorialità diventa un modus vivendi: l’essenza stessa dell’individuo. Figure come Jeff Bezos e Elon Musk incarnano la definizione schumpeteriana – Joseph Schumpeter, economista austriaco vissuto a cavallo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo – di imprenditore: visionario, coraggioso, capace di imporsi sulla folla e di esercitare influenza sociale, politica e culturale. Questo modello alimenta un immaginario in cui l’ottimismo è obbligatorio e il pessimismo inammissibile. Mark Fisher, filosofo e sociologo britannico, lo chiama «volontarismo magico»: basta desiderare per ottenere.
È in questo contesto che nascono manuali come The Start-up of You (Crown Business and Random House Business Books, 2012), scritto dal cofondatore di LinkedIn Reid Hoffman, che invita a pensarsi come una start-up. L’imprenditorialità viene rappresentata come istinto naturale, questione identitaria più che economica. Anche i precari negano di esserlo, inseguendo un sogno che promette autonomia ma produce nuove forme di costrizione.
La distanza tra aspettative e realtà cresce. La scuola stessa non mantiene più la sua promessa: forma a pensare da ricchi, ma condanna a vivere da poveri, come scrive il saggista italiano Raffaele AlbertoVentura in La classe disagiata (Minimum Fax, 2017). Alimenta la competizione per i pochi posti al sole disponibili e trasforma la miseria in miseria relativa, calcolata rispetto alla vita che ci si era immaginati.
Alla fine, a farcela sono soprattutto i ricchi, coloro che hanno i mezzi e il tempo per costruirsi un futuro. Virginia Woolf lo aveva già scritto: «La libertà intellettuale dipende dalle condizioni materiali». Se a inizio Novecento a una donna servivano cinquecento sterline l’anno e una stanza tutta per sé, oggi non basterebbero.
Il filo rosso del libro di Lorusso è il pensiero di Mark Fisher e il suo “realismo capitalista”: l’incapacità collettiva di immaginare alternative al capitalismo. L’entreprecariato ne è l’emblema. Anche chi ne è vittima fatica a pensarsi fuori dal sistema e spesso interiorizza la colpa di non “funzionare” abbastanza.
Il fallimento, invece di essere attribuito a cause strutturali – mancanza di welfare, sfruttamento algoritmico, isolamento sociale – diventa responsabilità individuale. Eppure, nonostante flessibilità e innovazioni produttive, manca ancora il disegno collettivo di una soggettività capace di superare l’insicurezza permanente. Così, in una società pre-consumata in cui la precarietà stessa diventa brand da esibire sui social, restano invisibili le vere fratture: disparità di reddito e segregazione.
La condizione dei giovani precari di oggi non è così lontana dalla sorte che Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, immaginava per Judith, la sorella immaginaria di Shakespeare. Un talento pari a quello del fratello, ma soffocato dall’assenza di opportunità, dall’impossibilità di studiare e dall’obbligo di conformarsi al ruolo che la società imponeva alle donne. Il messaggio è chiaro: il genio non è mai bastato, senza i mezzi e lo spazio per coltivarlo.



