Pasolini

A cura di

Nicolò Guelfi

Immagine di

Nicolò Soffietto


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Mezzo secolo fa l’intellettuale più famoso in Italia veniva brutalmente ucciso in circostanze mai chiarite e il suo corpo veniva ritrovato all’alba del 2 novembre sulla terra brulla di un campo isolato all’Idroscalo di Ostia. 

L’omicidio di Pier Paolo Pasolini è uno di quegli eventi che segna uno spartiacque, un prima e un dopo nella storia del nostro Paese, e non per la simpatia verso l’autore assassinato. L’Italia, nel 1975, nel pieno degli anni di piombo, viveva la tensione politica e sociale ai suoi massimi livelli, e l’idea che anche una persona nota come Pasolini potesse essere assassinata scosse l’opinione pubblica in maniera fortissima.

L’omicidio è anche un evento rivelatore della nostra società: per quanto il nostro Paese si dica cristiano e misericordioso, nel corso del tempo sono state molte le parole di disprezzo verso l’autore ucciso, reo di aver offeso la morale pubblica con le sue opere scabrose e la sua condotta sessuale. 

La comprensione e il giudizio della figura dell’intellettuale sfugge al lettore e allo spettatore per via della sua multiforme espressione: poeta, romanziere, giornalista, regista, sociologo e antropologo, sperimentatore, opinionista e forse anche polemista (anticipando una figura che poi diventerà la malattia delle tribune Tv). Tuttavia, come spiega il professor Peppino Ortoleva, studioso di storia e teoria dei mezzi di comunicazione: “Certamente è stato molte cose: scrittore, giornalista e così via, ma prima di tutto è una figura specifica come insieme, nel bene e nel male, perché si muove come un unico nella realtà non solo italiana di quel periodo”.

Quel giorno di 50 anni fa lo stupore e lo sconcerto scossero l’Italia, e i fatti vennero presto sotterrati da una mole di ipotesi, carte, teorie, dietrologie, illazioni, complotti e fantasie. Ciò che la verità dei processi ha decretato è che a uccidere il poeta fu Giuseppe “Pino” Pelosi, minorenne dedito alla prostituzione che sarebbe stato avvicinato da Pasolini per consumare un rapporto sessuale. Tesi che lascia molte ombre sulla vicenda, poiché varie volte messa in dubbio da amici, inquirenti e dallo stesso imputato.

Per restituire onore alla dignità storica del tragico evento, bisogna risalire a un testimone di quella giornata. Antonio Padellaro, giornalista, fondatore ed editorialista del Fatto Quotidiano, la mattina del 2 novembre era all’Idroscalo di Ostia come giovane cronista del Corriere della Sera, e ricostruisce la memoria di quanto vide:

“Lavoravo per la redazione romana del Corriere della Sera. Quella mattina vengo svegliato molto presto dal caporedattore che mi dice di andare subito all’Idroscalo di Ostia, perché sembrava avessero ammazzato Pasolini. All’epoca le notizie si muovevano più lentamente e in modo frammentario, quindi non avevamo la certezza, c’era la necessità di andare a vedere”.

Con una punta di amarezza, Padellaro sovrappone lo stesso luogo in tempi diversi: “Oggi quello sterrato dove avvenne il massacro è diventato un parco dedicato a Pasolini, all’epoca era un zona semi abbandonata. Quando arrivai sul posto non c’era più né il corpo né l’Alfa Romeo Giulia Gt di Pasolini. Pino Pelosi, ‘ragazzo di vita’ accusato dell’omicidio, era scappato a bordo dell’auto ed era stato arrestato mentre si dirigeva a Roma. Aveva solo 17 anni, non possedeva neanche la patente. Sulla scena del crimine c’erano solo le tracce degli pneumatici e i segni dello schiacciamento del corpo di Pasolini. Il poeta era stato investito dalla macchina, forse involontariamente”. 

I dettagli affiorano nel racconto con cruda violenza: “Vicino a noi c’era una specie di staccionata. Noi cronisti vedemmo che su di essa c’erano tracce di sangue e materia cerebrale. Sul posto in pochissimo tempo si era formata una folla di curiosi, accorsi per via della notizia. Ciò che colpiva l’attenzione è che, come sanno tutti i cronisti di nera, la scena del crimine deve restare incontaminata. In quel momento non c’era alcun controllo: nessun poliziotto o carabiniere. La gente passeggiava come fosse davanti a uno spettacolo horror. La ricordo come una scena terribile: era morto uno dei più grandi intellettuali italiani e sembrava che non fosse successo niente. Un gruppo di ragazzini poco dopo si mise a giocare a calcio lì vicino”.

Padellaro ricorda con chiarezza anche i volti delle persone scosse dalla tragedia: “Chi si disperò più di tutti fu Ninetto Davoli, l’attore feticcio di Pasolini con cui aveva realizzato gran parte dei suoi film. Davoli era stato chiamato a riconoscere il cadavere e non si dava pace, continuava a ripetere che Pasolini era l’uomo più buono del mondo”. 

Il ritrovamento del cadavere era avvenuto solo poche ore prima, verso l’alba: “La signora Maria, che abitava nei paraggi, era uscita molto presto per portare a spasso il cane. Vide il corpo riverso a terra e fu lei a chiamare la polizia. Probabilmente l’inquinamento del perimetro rovinò le indagini. Il tema vero da dirimere era se Pelosi fosse l’unico autore dell’omicidio o se fosse stato un gesto di gruppo. Sono passati 50 anni e noi, ancora, non sappiamo la verità. Nessuna delle ricostruzioni, delle indagini o dei film hanno appurato se Pasolini sia stato vittima di un diverbio o di un agguato”. 

Padellaro, dopo il sopralluogo, decide di tornare velocemente in redazione per scrivere quanto accaduto finché le immagini sono ancora vive nella memoria, e proprio alla sede del Corriere riceve una chiamata inaspettata:

“Appena arrivato mi chiamò Oriana Fallaci. Mi disse che i colpevoli dell’omicidio erano un gruppo di fascisti e che io dovevo scriverlo. Bisogna fare un passo indietro: Oriana ha avuto molte fasi nel corso della sua vita, tra cui quella dell’antifascismo. All’epoca era fidanzata con Alekos Panagulis, il rivoluzionario greco che era stato vittima di persecuzione da parte del regime dei Colonnelli. L’ipotesi non era infondata, ma, non avendo prove a suffragio, non potevamo scriverlo”. 

I fatti e le ipotesi per quanto mescolati, nell’ambito giudiziario devono restare due cose distinte. Tuttavia, nel corso degli anni, Padellaro si è fatto un’idea precisa di quanto avvenne quella notte all’Idroscalo:

“L’idea che mi sono fatto è che questo intellettuale, che già era stato preso di mira dai fascisti in precedenza, sia stato effettivamente vittima di un massacro di gruppo. Lui, per la destra italiana, era il nemico, il comunista, l’omosessuale, l’uomo che aveva rovesciato i valori tradizionali. Tuttavia, è sbagliato pensare che fosse un eversore della morale pubblica. Alla prima di un suo film un gruppo di ragazzi del Fronte della Gioventù lo aveva contestato e c’erano stati altri episodi poco prima dell’omicidio. Pelosi non era in grado di compiere quel gesto da solo: Pasolini aveva 53 anni, era un persona allenata e in salute, aveva già risposto fisicamente ad altre aggressioni ed era in grado di difendersi. Molto più plausibile è che sia stato un gruppo di persone a massacrarlo”.

Il rapporto con la figura e con l’uomo Pasolini, per Padellaro, è un fatto che nasce proprio tra le colonne del Corriere: “Fu Piero Ottone, direttore illuminato, a portarlo a scrivere per il giornale. All’epoca non era una cosa normale: il Corriere della Sera era il grande giornale della borghesia, un ambiente austero, molto paludato, conservatore e rigoroso. Mettere Pasolini in prima pagina era una cosa strana e suscitò molto scandalo, ma la sua arte prevalse”.

“Io, come piccolo giornalista, ero molto contento che sul mio giornale scrivesse un intellettuale di tale livello. I nemici di Pasolini potevano essere tanti: lui accusò sul giornale la Democrazia Cristiana, attaccò il potere. C’è una frase molto famosa che è rimasta nelle cronache: ‘Io lo so, ma non ho le prove’. Oltre al fatto professionale, l’altro aspetto è che si era spenta una luce: gli anni di piombo stavano avanzando rapidamente, il nostro Paese era una frontiera tra est e ovest e Pasolini era un pensatore in grado di leggere il mondo che cambiava. Tutto intorno a noi era un lutto”.

Padellaro, 79 anni, all’epoca era un cronista giunto al Corriere quattro anni prima dalla redazione dell’Ansa. Nella sua memoria, anche di fronte alla tragedia, il compito di raccontare il delitto supera presto ogni altro pensiero: “Ero molto giovane e in quel momento ero concentrato sul mio lavoro. Non mi occupavo di un delitto, ma DEL delitto. Era una situazione davvero grave, ma dire che ero turbato non sarebbe esatto. Pensavo a fare il mio lavoro, cercavo di capire, volevo raccontare ai lettori del Corriere qualcosa di fondato, non generico. Questo è un obiettivo che mi sono portato dietro anche più avanti, quando mi sono occupato di cronaca nera. Negli anni successivi ho fatto lo stesso anche nei delitti di mafia quando mi sono recato in Sicilia”.

Durante un evento ad Anghiari, organizzato dall’associazione culturale Il Corsaro, che deve il suo nome proprio agli Scritti Corsari di Pasolini, Padellaro ha raccontato un aneddoto sul perché proprio lui, ultimo arrivato in una redazione molto grande, venne scelto per coprire quell’evento storico: “Quando chiesi al direttore perché avesse chiamato proprio me, giovane cronista alle prime armi, lui mi rispose in un modo che non scorderò mai: ‘Prima di te ho chiamato altre persone. La maggior parte di loro o aveva da fare, o si è data malata o mi ha detto che Ostia era troppo lontana. Tu eri l’unico che mi avrebbe risposto e che sarebbe andato, perché avevi qualcosa da guadagnare e da imparare andando lì’”.

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