A cura di

Virginia Lenzi

Immagini di

Nicolò Soffietto


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In un panorama geopolitico frantumato da conflitti incessanti, instabilità cronica e un uso illimitato della forza, lo Stato di diritto, che dovrebbe proteggerci dall’arbitrio del potere, è messo ogni giorno a repentaglio. 

Davanti alle immagini di repressione brutale che scorrono sui nostri schermi, proviamo un profondo e soffocante senso di impotenza. Di fronte alla vastità della violenza sistemica, ci sentiamo piccoli, inutili, paralizzati. Eppure, è proprio in questo abisso di frustrazione che risiede la possibilità della risposta collettiva: incanalare la rabbia per stare insieme, trasformando il dolore individuale in un’azione condivisa. In un’epoca segnata da una retorica che sembra voler riarmare il mondo e che maschera nuove forme di colonialismo sotto l’apparente ricerca della pace, gli individui che occupano le piazze emergono come l’unico atto politico che sfida direttamente i sistemi di controllo. 

Come spiega la filosofa Judith Butler in Notes Toward a Performative Theory of Assembly (2015), quando i corpi si radunano non si limitano a protestare: si costituiscono come soggetto politico collettivo. La vulnerabilità individuale, resa pubblica e condivisa, permette di riconoscersi reciprocamente nelle stesse condizioni di vita precaria e di trasformare questa comune consapevolezza in azione politica.  

Un esempio di questa forza collettiva è quanto sta succedendo a Minneapolis, dove l’opposizione alle deportazioni, alle violenze e alle uccisioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), ha visto la mobilitazione di interi quartieri non solo attraverso grandi manifestazioni, ma con una rete capillare di pratiche di cura reciproca e sostegno materiale. 

Questa dinamica emerge con forza ancora maggiore in contesti di repressione sistematica. Le immagini che giungono dall’Iran rappresentano una vera e propria rivoluzione dei corpi. Nonostante la repressione feroce dei Pasdaran, si continuano ad occupare le strade con determinazione crescente. La mobilitazione si innesta su una crisi economica strutturale aggravata dalle sanzioni internazionali e dalla corruzione endemica, ma non si può ignorare che è la rivendicazione di autodeterminazione, sui propri corpi e sulle proprie vite, il nucleo della rivolta. In un regime che vieta l’incontro e il riconoscimento reciproco, presidiare gli spazi pubblici è un atto di ribellione estrema: donne, studenti, lavoratori e minoranze, come curdi e luri, si mobilitano insieme, oltrepassando distinzioni sociali ed etniche.

C’è un’immagine che, più di ogni altra, cattura la potenza di questa “politica incarnata”: quando le iraniane bruciano pubblicamente i ritratti dell’Ayatollah Ali Khamenei e utilizzano quelle stesse fiamme per accendersi una sigaretta. In questo gesto, esteticamente potente, c’è la rivendicazione di un piacere individuale e proibito che profana il potere. Rivendicare il diritto al piacere, persino in un gesto apparentemente banale come fumare in pubblico (vietato alle donne), diventa un atto sovversivo di riappropriazione della propria vita in un contesto dove il regime degli ayatollah impone torture e uccisioni di massa. 

Nel 2022, sempre in Iran, la morte di Mahsa Jina Amini, ventiduenne curda arrestata e uccisa dalla polizia morale per un presunto errore nell’indossare l’hijab, aveva scatenato un rifiuto profondo di un sistema di controllo sociale che nega l’autonomia personale. Da quel momento, lo slogan “Jin, Jîan, Azadi” (“Donna, vita, libertà”) è diventato il simbolo di una ribellione che passa attraverso gesti carichi di significato politico e vitale: le donne si sono tolte il velo e lo hanno bruciato, si sono tagliate i capelli e hanno scelto di ballare pubblicamente in un paese che dopo la Rivoluzione Islamica del 1979 ha vietato loro la danza. Quando le iraniane scelgono di ballare pubblicamente stanno compiendo un atto che va oltre la trasgressione di una norma morale: stanno rivendicando la propria autodeterminazione corporea in un sistema che esige il controllo totale, soprattutto sui corpi femminili. 

La riconquista del proprio corpo e del piacere come atti politici si inserisce in una lunga tradizione di resistenza, soprattutto per i corpi storicamente soggetti a controllo. Oggi questa pratica si rinnova non solo in Iran, ma nelle manifestazioni in solidarietà con la Palestina, nei blocchi davanti ai centri di detenzione per migranti, nelle catene umane che impediscono le deportazioni. 

In tutti questi casi, le persone che scelgono di unirsi costruiscono materialmente reti di protezione e solidarietà. I cortei transfemministi, in particolare, incarnano questa dimensione con grande incisività: si inseriscono nella tradizione del femminismo intersezionale, riconoscendo che le oppressioni non agiscono separatamente ma si intrecciano. Nella prospettiva sviluppata da femministe nere come Angela Davis e Kimberlé Crenshaw, la frammentazione delle lotte serve solo a perpetuare il controllo: l’unità nella diversità diventa quindi non un optional politico, ma una necessità strategica per raggiungere l’emancipazione umana in generale. 

Il riconoscimento della nostra interdipendenza trasforma la vulnerabilità individuale in forza politica collettiva. Ci costituiamo performativamente come soggetto politico, capace di prefigurare un mondo dove vivere dignitosamente non è un privilegio ma un diritto inalienabile. Ogni cambiamento concreto e strutturale nella storia è stato il risultato di un movimento di massa. 

Tuttavia, riconoscere la potenza della presenza fisica significa anche interrogarsi su chi è assente: la consapevolezza dell’interdipendenza ci obbliga a non considerare la piazza come unico luogo legittimo di azione, ma a riconoscere che la mobilitazione assume forme diverse, a seconda delle possibilità materiali di ciascuno, riconoscendo che, per chi non può occupare fisicamente lo spazio pubblico, la resistenza assume altre forme altrettanto cruciali. Ogni volta che rendiamo uno spazio politico più accessibile stiamo già praticando quella trasformazione sociale che rivendichiamo. 

Chi partecipa a queste mobilitazioni sa che, accanto alla rabbia e alla determinazione, emerge anche una gioia profonda nello scoprirsi non soli. Questo aspetto, apparentemente secondario rispetto alle rivendicazioni politiche, trova una chiave di lettura illuminante nell’analisi di Giulia Blasi che, nel suo ultimo libro La felicità è un atto politico. Stare bene (insieme) come forma di resistenza (Rizzoli, 2025), definisce la nostra epoca come il “Tapinocene”, ovvero l’era dell’infelicità diffusa. 

In questo quadro, la tristezza e l’isolamento non sono incidenti di percorso, ma logiche sistemiche del capitalismo neoliberale che trae vantaggio dalla frammentazione sociale. Individui isolati, tristi e convinti della propria inadeguatezza sono più facili da disciplinare, consumano di più per colmare i vuoti e sono meno propensi a rivendicare diritti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva già previsto nel 2011 che entro il 2030 la depressione sarebbe diventata la principale causa di disabilità a livello globale: questo dato ci rivela quanto la solitudine sia diventato uno strumento di potere, utilizzato anche da regimi e populismi per alimentare l’odio e metterci gli uni contro gli altri. Secondo Blasi la gioia condivisa resiste invece alla frammentazione: quando balliamo insieme in piazza, quando ci prendiamo cura reciprocamente durante i presidi, quando condividiamo un pasto dopo una manifestazione, questi momenti non sono pause dalla lotta politica, ma dimostrano che un altro modo di stare insieme è possibile. 

Rivendicare il diritto alla felicità non è un atto frivolo né un rifugio individualistico, ma un gesto profondamente rivoluzionario. Come ricorda Angela Davis in Freedom is a Constant Struggle: Ferguson, Palestine and the Foundations of a Movement  (2015), la lotta abbraccia anche creatività e gioia condivisa. Questa vitalità non ignora i problemi strutturali, ma nasce dalla solidarietà e dalla capacità di fare comunità, immaginando un futuro diverso. Agire come se il cambiamento fosse possibile trasforma dolore e rabbia in una forza collettiva, sostenibile nel tempo. 

Pertanto, di fronte alla vastità delle ingiustizie sistemiche che possono generare paralisi e senso di impotenza, unirci non è solo opposizione al potere, ma costruzione attiva di alternative possibili. 

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