A cura di

Haron Dini

Immagini di

Claudia Ferri


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C’è una precisione quasi artigianale nel modo in cui Marta Del Grandi costruisce la sua musica. Dopo il successo di Until We Fossilize (2021) e Selva (2023), la musicista torna a stupire con Dream Life, un disco che segna una maturità compositiva straordinaria. Tematiche profonde, arrangiamenti eleganti e una ricerca vocale che non smette di stupire sono i pilastri di un’opera che la conferma tra le menti più brillanti del panorama contemporaneo. In questa intervista esclusiva, abbiamo analizzato insieme a lei il processo creativo, le ispirazioni letterarie e la visione artistica che anima la sua musica. L’abbiamo incontrata il 5 Febbraio per il suo release party presso il T-Trane Record Store a Perugia per la presentazione di Dream Life, organizzato dall’associazione culturale Degustazione Musicali.

Dream Life suggerisce una vita vissuta a metà tra la veglia e il subconscio. Qual è stato il “sogno” o l’immagine mentale che ha dato il via a tutto il progetto?

Ci sono stati diversi sogni, ma ad un certo punto verso la fine del tour di Selva, il mio album precedente, ero in viaggio da un anno, se non più. Chiaramente era un po’ stanca, e questa stanchezza mi ha portato a fare dei sogni molto vividi  che sembravano quasi reali. Mischiavo molto le cose che succedevano in questa dimensione con l’altra. C’è stato un sogno in particolare dove ho sognato mia zia che non c’è più, e mi diceva qualcosa di veramente buffo,  ricordo che mi sono svegliata ridendo. Tutto questo ha ispirato poi il titolo, Dream Life, quindi mi è venuto subito in mente che il titolo doveva essere l’idea e il tema di tutto il disco. I pezzi poi sono arrivati piano piano e sono stati ispirati dal fatto che volevo inseguire questa via.

La tua voce ha spesso stratificazioni quasi corali. Come lavori sulle armonie vocali per farle diventare parte integrante della strumentazione?

Negli anni ho imparato a usare la voce come uno strumento. Ancora oggi, per me, molte delle linee guida fondamentali che poi definiscono un brano sono spesso idee che canto. Fin da piccola, ho imparato ad armonizzare con la voce. È una cosa molto innata che ho e, andando avanti, sono sempre più convinta che le armonie siano fondamentali. Poi non ho competenze a livello di arrangiamenti per coro, però ci provo! Cerco di aggiungere quanto più di sofisticato ci sia negli arrangiamenti vocali. In questo disco ci sono un paio di pezzi dove ho potuto farlo. 

In questo disco hai lavorato con diversi musicisti. Come sei riuscita a mantenere la tua cifra stilistica pur aprendoti a influenze esterne durante le sessioni di registrazione?

Io scrivo tutto da sola, in molti casi, ho scritto anche le linee di basso. Sono arrivata in studio avendo esattamente in mente cosa volevo. Lo so perché conosco i musicisti che suonano con me, e so quanto posso spingermi ad essere precisa con loro e quanto posso lasciare spazio a loro. Per me questo è un aspetto molto importante: è importante essere chiari, altrimenti qualche intenzione tua può venire meno. Però credo che sia bello il momento in cui trovi musicisti che davvero si addicono al tuo mondo musicale, perché poi possono succedere delle cose che in realtà non succederebbero. 

Dopo aver vissuto in Nepal e in giro per il mondo, sei tornata in Italia. In che modo il “senso del luogo” ha influenzato la scrittura di queste nuove tracce?

Quando vivevo in Nepal non scrivevo tantissimo, stessa cosa quando vivevo e studiavo in Belgio. Forse il periodo più prolifico di scrittura della mia vita sono stati gli ultimi 6 anni. La domanda è molto interessante, io ti risponderei: per me non è stato fondamentale. A volte forzare la ricerca di un ‘posto ideale’ per scrivere si rivela controproducente: mi ritrovo nel luogo perfetto ma senza idee. Ho imparato che la mia scrittura non dipende dal panorama che ho davanti, ma da un’urgenza interna che prescinde da altro.

Spesso i tuoi testi evocano elementi naturali e figure femminili forti o misteriose. Quali sono le tue principali fonti d’ispirazione letteraria o mitologica?

Sì, ci sono stati nei miei dischi Until We Fossilizze e Selva, nel primo c’è un brano che si intitola Amethyst che è ispirato principalmente alla mitologia greca e, in particolare, al mito che spiega l’origine del quarzo ametista. In Selva ci sono tante metafore sulla botanica, oppure legate agli alberi e alle piante. Quindi c’è anche questo grande omaggio a Mata Hari, alla quale io mi sento legata. In Dream Life, in realtà, c’è poco di tutto questo. Secondo me è un disco che fa da commento al presente degli altri, ed è più realistico, più descrittivo, ma un po’ meno ispirato a immagini non reali, e più a cose reali.

La scelta dell’inglese è ormai consolidata, ma c’è qualche sfumatura emotiva che senti di poter esprimere solo con questa lingua e non con l’italiano?

Vedere un pubblico che mi sostiene su quello che faccio per me è importantissimo, però nella fase creativa non penso mai al pubblico. In primis perché quello che faccio mi deve convincere fino in fondo, e successivamente il pubblico deve capire tutto questo. Penso che il pubblico che ho in Italia sia fantastico, e mi fa molto piacere il fatto che mi abbia seguita in tutte le mie sperimentazioni e deviazioni. Quindi credo che possa accettare anche una virata in italiano in futuro. Perché no? Forse la mia paura è quella di rimanere incastrata nell’inglese perché è quello che so fare. Però non è detto che sarà sempre così.

Ti senti più capita all’estero o percepisci che anche il pubblico italiano sta diventando più ricettivo verso suoni meno convenzionali?


Mi sento più capita in Italia, perché in Italia chiaramente ho più pubblico. È stato molto inaspettato, però fino ad ora, chiamiamolo come dicono gli addetti ai lavori lo zoccolo duro, con questo disco Dream Life si stanno muovendo delle cose anche in Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo. Sarà bello esprimersi ad un pubblico più esteso.

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