
Musica
Kyma: sperimentazione mediterranea ad Open Sound Festival
Federico Nitti & Luca Spagnoletti raccontano il progetto audiovisivo
A cura di
Francesco Diperno
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Tra le rocce di Matera, l’Open Sound Festival 2025 si reinventa in chiave invernale, proseguendo la sua indagine sul paesaggio e sui territori. “From the eco system” – recita il claim di quest’anno – significa lasciare che ogni eco ci ricordi la nostra interdipendenza, un gesto che diventa misura del nostro abitare il mondo, collettivamente. Tra memoria e futuro, il festival è un’onda che attraversa ed arricchisce luoghi antichi di nuove narrazioni, con una line-up d’eccezione: Kode9, Loefah, Valentina Magaletti e tanti altri. Tra le novità, Federico Nitti e Luca Spagnoletti uniscono le loro visioni in Kyma, un progetto audiovisivo immersivo che prende forma nel dialogo tra linguaggi contemporanei e radici mediterranee.
Nitti, noto come sYn, crea universi di luce e colore che interagiscono col suono; Spagnoletti, compositore e “maestro”, intreccia elettronica e ricerca musicale con una sensibilità profonda. Nitti e Spagnoletti tornano a Matera, dopo aver debuttato insieme a marzo 2025 in occasione di Frequenze Organiche, una rassegna di Clay APS. Nel loro primo live, il duo catturava la platea in un limbo sinestetico, orchestrato dai suoni sperimentali di Luca e dal fascio di luce generato da Federico. Qualche mese prima, Clay, che era in contatto con i due artisti, aveva intuito le possibilità di collaborazione, invitandoli ad un incontro presso lo studio di Spagnoletti a Roma.
Come è stato il vostro primo incontro, avete capito subito che c’era una sintonia artistica?
Luca: Il nome di Federico già si conosce nel campo, e questo mi ha dato da subito una certa sicurezza. Sapevo che lui fosse un artista con una sua cultura e una modalità di operare, che si avvicina molto al mio modo di pensare la musica. Quindi la cosa è andata quasi da sola.
Federico: Avevo sentito parlare di Luca, tantissime volte. Ho sempre collaborato soprattutto con artisti stranieri. Anni fa sono “scappato” via dall’Italia, ma ora che ho la possibilità di lavorare con artisti italiani e riconnettermi a un territorio che avevo inizialmente escluso, sono felicissimo. In qualche modo, sono rinato da quando mi sono riconnesso con le mie radici in Basilicata.
Il nostro primo incontro è stato magico: ci hai portato subito nel tuo studio, un posto molto intimo. Mi piace il suo approccio al lavoro: Luca è un compositore vero, cosa che oggi, nel mondo della musica elettronica, non è così comune. Per questo sono felice di collaborare con Luca e portare avanti un progetto che, secondo me, ha un potenziale pazzesco: complesso, ma accessibile, sinergico.
Pur non avendo mai provato insieme prima, ci siamo trovati subito a dover fare una performance a Matera, poco tempo dopo, improvvisando. È un po’ questa la magia: il fatto che la performance sia nutrita dal pubblico e dallo spazio in quel preciso istante. Contrariamente a tanti colleghi che usano show sincronizzati e time code, credo che la performance debba essere viva, reale, respirata.
Luca: L’improvvisazione nasce dal fatto che non improvvisi mai “veramente”: hai dentro di te tante cose che hai assimilato nel tempo e che poi tiri fuori al momento. Tutto deriva dallo studio e dalla pratica: più la fai, più sei bravo.
Quindi nel vostro sodalizio artistico non esiste l’idea lineare “prima il suono, poi l’immagine” o viceversa? È qualcosa che nasce dall’improvvisazione?
Luca: Tra persone che hanno già una certa visione del mondo e della cultura, spesso non c’è nemmeno bisogno di dirsi nulla.
Federico: Una cosa importante nella performance improvvisata è sapere aspettare l’altro, seguirlo, scambiarsi la palla. Io all’inizio seguo moltissimo il musicista, cerco di entrare nel mood, capire i tempi, cosa funziona visivamente, cosa no. Poi, andando avanti, so che anche l’artista musicale viene influenzato da quello che faccio: si crea un’atmosfera visiva che condiziona anche il suo modo di suonare. Questo continuo scambio rende tutto molto interessante.
La vostra collaborazione sta prendendo una direzione concettuale precisa, che prende il nome “Kyma”, che si lega ai linguaggi audiovisivi contemporanei e alle radici mediterranee. Cosa significa per voi il Mediterraneo come idea e immaginario sonoro, visivo? E perché è importante parlarne oggi?
Luca: Per me il Mediterraneo è tutto quello che amo. Sono anni che lavoro su un’idea di musica elettronica che abbia radici nel passato e nelle tradizioni. Raccolgo materiali su questo tema da anni, la mia musica è fondata su questo. E penso che la musica tradizionale e la musica elettronica, che sembrano lontane, siano in realtà molto vicine.
Federico: Nonostante la mia formazione inglese – bass culture, cultura rave, elettronica sperimentale – le mie radici sono mediterranee. Tornare in Italia è stato anche un modo per riportare attenzione sul Mediterraneo, che è stato il centro del commercio e dello scambio culturale per millenni.
Una cosa che mi ha sempre fatto soffrire nel mondo nordico è la loro egemonia nel business della musica e l’idea di una certa supremazia nella sperimentazione. Sappiamo in realtà che il ritmo viene dall’Africa. Tutto è nato lì, poi ci si è spostati nel Mediterraneo, che è stato il centro del commercio per migliaia di anni. Matera e il sud Italia, in particolare, sono sempre stati il fulcro di questo scambio culturale, di questo mix di influenze. Abbiamo una ricchezza culturale che riassume la storia della musica, anche se poi si è spostata al nord. Uno dei miei obiettivi è far riscoprire questa musica mediterranea e farla reinterpretare anche da artisti nordici, ricreando un ponte.
Kyma richiama l’idea dell’onda. C’è una relazione tra nome e performance?
Luca: Il nome è greco, quindi già siamo nel Mediterraneo. Vuol dire “onda”. Onda è la luce, onda è il suono. Onda è mare. La bellezza del nostro mare è proprio questa relazione fra parti diverse che si intrecciano e completano. C’è anche un sintetizzatore storico che si chiama Kyma.
Federico: Quello che progetto sono onde che si creano in tempo reale insieme alla musica di Luca. Scegliere un nome greco era perfetto: veniamo dalla Magna Grecia.
Kyma è più simile a un concerto o a un’esperienza immersiva?
Luca: Un’esperienza immersiva, perché sei dentro il suono e dentro la luce. Non c’è una parte protagonista: è tutto unito. Nei concerti spesso il video è una tappezzeria, ma qui non è così.
Federico: Esatto. Per me un concerto dovrebbe essere immersivo. Oggi ci sono troppe distrazioni: telefoni, gente che parla. Vedi concerti con migliaia di telefoni alzati… e ti chiedi: “Ma lo stai vedendo? O lo stai solo filmando?” È diventato ridicolo. Una volta il pubblico ascoltava, era immerso. Questo è quello che vogliamo recuperare.
Il vostro prossimo live è il 21 dicembre in occasione di Open Sound Festival, in una location d’eccezione come Casa Cava. In che modo il luogo – un auditorio ipogeo scavato nella roccia – potrà influenzare la performance?
Federico: Casa Cava è un posto magico, simbolo stesso di Matera; è uno dei posti più belli in Italia per fare concerti, con tutta la sua ampiezza e prospettiva. Stare dentro un ipogeo è qualcosa di meraviglioso, e si integra perfettamente con Kyma, in cui tutto è antico e moderno insieme, tecnologico e preistorico. Matera è il mondo dell’ipogeo, della roccia scavata a mano per migliaia di anni, ampliata e adattata nel tempo. È questa la magia del posto: evoluzione e adattamento alle necessità della popolazione, generazione dopo generazione.
Ogni luogo ha un’anima, e tutta questa fatica e lavoro sono percepibili, almeno per me lo sono. Ho sempre voluto fare uno spettacolo lì e sono felicissimo di farlo adesso con Luca e con Open Sound, che per me è il festival più importante della Basilicata. A livello acustico, Casa Cava è particolare: la roccia, essendo porosa, non riflette il suono come fanno muri duri. Questo assorbimento delle frequenze, abbastanza lineare, è una delle magie del tufo di Matera. È una specie di cattedrale dedicata al tufo.
Come immaginate il pubblico? Cosa sperate rimanga nelle persone che attraversano quest’onda che è Kyma?
Luca: Quando faccio performance di questo genere, penso sempre che chi entra, acceda un po’ in un rito, un mondo magico. Quello che Federico diceva: nei club spesso ci sono telefoni, gente che parla… ma quando il pubblico entra nella sfera che creiamo, rimane dentro qualcosa di ultraterreno, in qualche modo.
Federico: Io spero che le persone prima di tutto si godano lo spettacolo ed entrino nel nostro mondo. Spero anche di sensibilizzare il pubblico verso una riscoperta delle radici culturali mediterranee. Vogliamo trasmettere la riscoperta di un patrimonio culturale da rivalutare e reinterpretare in chiave contemporanea. Questo è anche lo spirito dell’associazione che stiamo creando a Matera, Gli Eredi di Nea, e del progetto di residenza che sto sviluppando. Viviamo spesso in Italia senza renderci conto del patrimonio e della bellezza che abbiamo a disposizione. Matera ha un potenziale artistico incredibile, ma spesso ci si limita a progetti di turismo superficiale.
La città è all’avanguardia culturalmente, soprattutto dopo il 2019, e secondo me c’è molto da lavorare per creare un turismo culturale più profondo. Spero che la nuova amministrazione colga questo potenziale.
Non resta che lasciarsi trasportare dall’onda di Kyma: il 21 dicembre, a Matera. Per scoprire l’intera programmazione di OSF 2025, visitate il sito ufficiale.



