Festa

A cura di

Caterina Biondi

Immagini di

Virginia Zoli


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Se penso al mio primo rave vedo una me diciottenne a ballonzolare davanti a un muro di casse. Io, parte di una folla — quella che Durkheim chiamava “collettività effervescente” — aiutata da droghe che liquefanno corpi e menti in una sola onda. Che avanza e si ritrae. Così travolta, nel capannone polveroso, finalmente respiravo: questo è il posto che stavo disperatamente cercando, qui cala la maschera. Tra un salto e l’altro, sono libera. 

Il rave, free party, o anche semplicemente “la festa” (come quelle  torinesi descritte da Chiara Varricchio a p.20 e in cui ci immerge il racconto di Alice Melani a p.50), è il luogo dove mi sono sentita per la prima volta puramente libera. Ciò che ricercavo non era l’adrenalina del lungo viaggio in macchina, del segreto, dell’atto illegale. Quello era anzi forse il prezzo da pagare, per arrivare al sollievo: in presenza di quelle casse potevo finalmente smettere di fingere. 

Quello che ho imparato alle feste è che un luogo non è reso sicuro e accogliente da muri dipinti o soffici divanetti, ma dalle persone che lo abitano. Tra Firenze, Bologna e Londra, sono diventate le persone accanto a me, ciò che rendeva la festa un posto in cui valesse la pena stare.

È proprio a questo componente della festa che penso in questo momento storico, in cui festeggiare sembra assurdo e ingiusto. Lo scorso maggio, al festival londinese Cross The Tracks, ho visto la band jazz Ezra Collective, una delle mie esibizioni live preferite dell’ultimo anno. In uno spettacolo movimentato dove giovani allucinati e traballanti bambini coesistevano pacificamente, Femi, batterista e leader del gruppo, si è lanciato in un monologo sull’importanza della festa: festa come gioia condivisa, come momento da vivere insieme. L’energia, tra il fervore della musica e del ballo, sotto un sole mite ma brillante, era evidente, e quel sermone ha aiutato la folla a incanalarne la potenza.  

Questo sentimento di gioia ribelle viene definito radical joy, gioia radicale. Può avere varie forme, ma di solito la immagino come qualcuno che ride sfacciatamente davanti agli orrori del mondo, alle parole e agli atti di odio. Non per mancanza di rispetto, ma per brutale contrasto, per far affluire calore in ciò che è diventato freddo e meccanico. Vedo gioia radicale nei costumi indossati alle proteste contro l’ICE in America, negli eventi in sostegno della Palestina e del Sudan, ma anche nello svegliarsi ogni giorno, riuscire a leggere le ultime notizie e ricordarsi di sorridere quando si scambia uno sguardo con uno sconosciuto, rispondere gentilmente a chi ci chiede informazioni per strada, nelle comunità, come quella dell’Associazione Archivi della Resistenza di cui parla Camilla Cimatti nel suo articolo (p.12).

Spingendoci ancora oltre, gioia radicale è sorridere al cliente indeciso, che impiega dieci minuti a ricordarsi quale caffè prende (“flat white, extra hot, one sugar”) o togliersi le cuffie per ascoltare i deliri della signora con il carretto alla fermata del bus. 

Ma perché queste non siano solo parole, solo un’emozione momentanea che ci lascia quando la festa è finita, dobbiamo guardarci intorno, trasferire quel sentimento, rilasciarlo, condividerlo. La festa non siamo solo noi singoli e nemmeno la nostra bolla, il nostro gruppo, la festa è estendere la nostra gioia a chi ci circonda, riconoscerla nelle facce di chi sta vivendo quell’emozione con noi e ricordarci di quelle facce anche quando le casse sono spente e l’unico segno che rimane è la terra spoglia, solcata da mille piedi danzanti.

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