
Esteri
Il Risveglio di un Impero
Jinshanling, la Grande Muraglia tra le montagne dorate
Viaggio nel tempo e nello spazio attraverso uno dei suoi tratti più spettacolari e autentici
A cura di
Alessandro Balbo
Immagini di
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Far away
From the deadly sounds of the city
In the middle of a red fall forest
Music to my ears
As my walk awakes leaves in rest
I shall find serenity at the end of this path
On the shore of a pastel blue lake
Which seems to be enlightened
From the abyss of its bed
(The Inner Journey – Part I – Mystery)
Come un teatro di guerra, sangue e morte possa trasmettere un tale senso di pace rimarrà, probabilmente per sempre, tra i grandi misteri dell’essenza umana. Forse è la catartica connessione con il flusso del tempo e dello spazio, o forse l’altrettanto soverchiante percezione di nullità delle facezie dell’uomo rispetto a essi. Comunque stiano le cose, raramente ho provato una simile serenità. A est come a ovest, non si vede la fine di ciò che qui prende il nome di Wànlǐ Chángchéng, letteralmente “il muro lungo diecimila lǐ”: un serpentone di pietra a noi familiare come una favola lontana, che conosciamo come Grande Muraglia Cinese.
Il tratto della “Catena delle montagne dorate”, Jinshanling, oggi tiene fede al suo nome, rischiarato com’è dal dolce sole autunnale. Il suo gentile tepore, che rende superflui almeno un paio di strati di vestiario, ispira la gratitudine della pelle. L’aria limpida riempie i polmoni, e consente all’occhio di seguire, sotto un cielo privo di nuvole, l’interminabile percorso della fortificazione millenaria.
A oriente, verso Simatai, la Muraglia si perde tra monti e vallate. Dalla parte opposta, l’impressionante scalata sulle ripide creste di Gubeikou (“L’antico passaggio del nord”), intervallata dalle indistinguibili figure delle torrette di guardia. In bilico come su un rasoio affilato, i monoliti scrutano l’orizzonte in direzione nord. Verso quella che oggi è la Mongolia, ma che per secoli è stata terra di nomadi bestiali, fonte di scorrerie, incursioni e, infine, conquiste.
Non c’è quasi nessuno. Questa sezione, a 130 chilometri a nord-est da Pechino, è tra le più lontane e più autentiche tra quelle visitabili. Un gioiello ancora non intaccato dal turismo di massa, che invece invade gli accessi più vicini alla città. Il tempo non ci è amico. Il percorso può durare anche nove ore, ma la tariffa del nostro autista ne prevede solo tre di visita, pena incrementi di prezzo per ogni ora aggiuntiva. Per fortuna, io e Marco siamo sempre stati buoni camminatori.
Partiti dalla capitale alle 8, iniziamo la nostra traversata in direzione ovest intorno alle 11 del mattino. Ci accorgiamo subito dell’estrema sintonia tra la costruzione e il territorio su cui poggia, di cui segue pedissequamente la morfologia: le gambe e il fiato non possono ignorare le pendenze estreme, e in breve tempo vengono soccorsi dalle endorfine. L’euforia della continua meraviglia e della fatica permette di notare anche i più piccoli dettagli, ma ce n’è uno che salta agli occhi più degli altri: la differenza tra i parapetti laterali.
Quello rivolto a sud, verso la Cina, presenta poche o nessuna merlatura, ed è intervallato da ampie aperture ad altezza busto, che consentono un affaccio più comodo. Da quella parte, è evidente, la difesa non era una priorità. Tutta un’altra storia è il muro rivolto a nord, verso le steppe. Più spesso, più alto, più massiccio, con merlature e piccole feritoie. Nessuna apertura superflua. Da un lato la civiltà, l’esercizio del Tiānmìng (天命), il “Mandato del Cielo”, sul Tiānxià (天下), la terra dove regnano l’ordine e l’armonia. Dall’altro, i barbari. L’anarchia, la violenza cieca.
L’uomo è sempre stato piuttosto bravo a costruire muri. Risalente al II secolo a.C., il nucleo originario della Grande Muraglia (circa 5mila chilometri: diecimila lǐ, appunto) è opera del primo imperatore cinese Qin Shi Huangdi, che riunì i tratti già esistenti risalenti ai periodi delle Primavere e Autunni (770-476 a.C.) e degli Stati Combattenti (475-221 a.C) per difendere l’impero dagli Unni, guerrieri nomadi che anche in Europa conosciamo bene. Qin, da cui viene fatto risalire il nome “Cina”, è noto per aver commissionato il famoso Esercito di terracotta, oggi visitabile nel luogo in cui sorgeva l’allora capitale Xianyang, nei pressi dell’odierna Xi’An.
Nel corso dei millenni, la fortificazione ha raggiunto la lunghezza complessiva di oltre 21mila chilometri. Quasi metà della circonferenza terrestre. Si stima che, nella sua realizzazione, siano morte tra le 400mila e il milione di persone. Il tratto su cui ci troviamo fu costruito inizialmente tra il 1368 e il 1389, sotto il primo imperatore Ming, Zhu Yuanzhang (regno di Hongwu). Proprio nel 1368, Hongwu pose fine al dominio della dinastia mongola Yuan, erede delle prime invasioni da parte di Gengis Khan e costituita nel 1279 dal nipote Kublai Khan. Quel “Gran Khan” alla cui corte il mercante e viaggiatore veneziano Marco Polo servì per circa 17 anni, ricoprendo le funzioni di consigliere, diplomatico e ambasciatore in province remote dell’impero.
Lunga circa 10,5 chilometri, la sezione di Jinshanling conta 5 passi strategici, 67 torri e 3 torri faro o d’avvistamento, progettate per segnalazioni a distanza tramite fuochi (durante la notte) o fumo (durante il giorno) che servivano a dare l’allarme su eventuali invasioni. Solo 6 chilometri sono percorribili, e non certo sempre in piano. Avanziamo sul lastricato combattendo l’irresistibile tentazione di fermarci ogni dieci passi per scattare foto, contemplare l’orizzonte, intavolare riflessioni esistenziali sul concetto di frontiera. Bisogna risparmiare il fiato, e preservare i muscoli.
Arriviamo a Houchuankou quasi senza accorgercene. Ci sediamo sul pavimento della torre di guardia, imbastendo un veloce pranzo a base di pane e carne essiccata in quella che è effettivamente una delle parti meno restaurate dell’intera muraglia. Mentre i segmenti più turistici hanno subito importanti interventi di riqualificazione, qui si nota il passare dei secoli. La strada presenta camminamenti sconnessi, senza parapetti, con tratti danneggiati e in parte crollati. Lo stesso edificio in cui abbiamo deciso di fare pausa non ha il tetto, e ne approfittiamo per godere del sole con le spesse pareti a ripararci dal fresco vento di ottobre.
Da qui saremmo dovuti scendere nuovamente al punto di ritrovo con il nostro autista, dopo le tre ore di visita. Ce ne abbiamo messa solo una e mezza. Che si fa? Di fronte a noi il gigante silenzioso avvolge pendii sempre più ripidi e scenografici, invitando i visitatori sul proprio dorso a fidarsi e proseguire verso l’ignoto. La risposta alla domanda è scontata. Vediamo dove riusciamo ad arrivare in 45 minuti, prima di tornare qui e avviarci verso il parcheggio.
In questo lasso di tempo abbiamo già affrontato gradoni spezzafiato alti come le nostre gambe, mettendo alla prova quadricipiti, polpacci e, soprattutto, menischi. Ma quello che ci troviamo di fronte ora è un muro alto qualche decina di metri. Vengono le vertigini solo a guardare, da sotto, le piccole figure di coloro che vi si arrampicano, separati dallo strapiombo solamente dai resti delle barriere di protezione. Preparandoci all’acido lattico, ci inerpichiamo fino alla torre successiva.
In cima, la vista è spettacolare. Ogni metro è una conquista. Siamo determinati a raggiungere l’edificio più in alto, che svetta là in fondo. Tra il dire e il fare, tuttavia, ci sono di mezzo almeno altre due voragini, e qualche centinaio di scalini assassini. I chilometri percorsi iniziano a farsi sentire, e in discesa gli arti inferiori non sostengono il corpo come dovrebbero. Nelle salite, accorrono in aiuto quelli superiori, con le mani che si aggrappano dove possono per contribuire all’impresa – che, bisogna ammetterlo, sarebbe stata più facile se non avessimo deciso di tenere un ritmo forsennato.
Intorno all’una, gli ultimi trascinati passi ci consentono di arrivare finalmente alla destinazione prefissata. Siamo alla Torre orientale delle Cinque Finestre, l’ultima del percorso canonico. Ci prendiamo qualche minuto per apprezzare la realtà, cercando di imprimere in modo permanente nella nostra memoria i mille stimoli diversi che captano i nostri sensi in questo momento. Chiediamo una foto alla pedante venditrice che, come altre sul percorso, accoglie con souvenir e acqua i viaggiatori. “You come back”, ci chiede/comanda, cercando di convincerci a comprare.
L’occhio è drogato dalla bellezza. I rilievi a est sembrano accogliere la Muraglia nel proprio abbraccio. A ovest, le torri sulle creste di Gubeikou appaiono come guardiani solenni. Da lì, nel 1550, le forze mongole di Altan Khan – anch’egli discendente di Gengis – riuscirono ad aggirare le difese Ming e attraversare il passo sottostante in direzione di Pechino, che saccheggiarono causando oltre 60mila morti prima di venire respinti dalle truppe imperiali.
Fu quell’incursione a convincere la dinastia a rinforzare e proseguire la costruzione della sezione di Jinshanling, sotto la direzione del generale Qi Jiguang. Nel tratto orientale della Grande Muraglia, verso Simatai, è possibile trovare le incisioni poetiche e le scritte su mattoni e tavolette risalenti a quel periodo, compreso tra il 1567 e il 1570.
Ci fermiamo qui, manca il tempo per proseguire. Ci incamminiamo nuovamente – a fatica – alla torre di Houchuankou, da cui parte il sentiero cementato che attraversa i boschi fino all’ingresso principale. Ironicamente, in seguito veniamo a sapere che ce n’era uno anche alle Cinque Finestre. Nella fretta, non abbiamo pensato di controllare. Poco male: tornando qui abbiamo potuto continuare a inebriarci della magia del luogo, fissando gli attimi nella nostra mente e nel nostro cuore. La discesa in mezzo agli alberi permette di far sedimentare l’eccitazione e placare gradualmente il turbinio di emozioni. Sulla sinistra, tra l’erba e le foglie, un piccolo cartello sbuca dal terreno. Sotto gli ideogrammi cinesi, la traduzione in inglese: “Please take nothing but memory”.










