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Alessandro Balbo

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Sono da poco passate le 20, è tardi. Qui si cena intorno alle 18, e alle 22 in punto le luci degli hútong si riducono all’essenziale, invogliando dolcemente i passanti a ritirarsi per la notte. Siamo a fine ottobre, ma la temperatura nella Capitale del Nord – Běijīng – è di uno o due gradi. L’aria pungente soffia tra gli antichi e stretti vicoli del centro. Risalenti all’epoca della dinastia Yuan (1279-1368 d.C.), devono il loro nome al termine mongolo “hottog”, pozzo: proprio attorno ai pozzi nacquero le prime case, e da esse i primi quartieri, a ridosso dell’inaccessibile Città Proibita di Pechino.

Le anatre ambrate appese vicino al forno del ristorante Jiumenxuan, a Qianmen, appaiono come una visione celestiale negli sbuffi di fiato. La scelta per la serata è scontata, le nostre gambe stanche puntano verso la porta quasi attirate da una forza magnetica. Il profumo, un aroma dolce e intenso, ci avvolge già all’ingresso nel suo abbraccio caldo. Non facciamo in tempo a sederci, che siamo già protagonisti di una videochiamata: la signora a fianco a noi è incuriosita dalle nostre fattezze occidentali, ancora oggetto di attrazione da queste parti. Ci tiene a mostrarci a chi sta dall’altro capo del telefono.

“Siete italiani, vero?”, chiede una voce maschile alla mia destra. Nel voltarci, stupiti, notiamo una tavola imbandita all’inverosimile e un uomo sulla quarantina: in un inglese perfetto, si presenta come Andy. Accanto a lui, posata e discreta, quella che scopriamo essere la sua fidanzata. Diventerà sua moglie a fine novembre. A nostra risposta affermativa, Andy provvede a segnalare in mandarino la nostra nazionalità anche alla vicina, ancora impegnata a riprenderci nonostante l’arrivo dei piatti fumanti.

“Vivo in Portogallo da anni, per questo ho riconosciuto la vostra lingua”, spiega. Nato a Shanghai, è un agente di viaggio internazionale: le esperienze all’estero sin dalla giovane età, racconta, gli hanno consentito di comprendere a fondo il mondo fuori dalla Cina. Ci coinvolge da subito in un’arringa appassionata, figlia pura di una missione: la “connessione” tra Oriente e Occidente, fatta motivo stesso della propria esistenza. 

Sembra voglia costruire con le proprie mani un ponte di pace tra i popoli, contribuire al “reciproco arricchimento” per il benessere ultimo dell’umanità. “Conosco molto bene l’Europa, per lavoro ho viaggiato in molti Paesi. È un peccato che i nostri mondi siano ancora così distanti, diffidenti l’uno dell’altro. Sarebbe sufficiente conoscersi meglio per comprendersi, per vivere in armonia”.

Basta poco, alla mente, per volare oltre il tavolo del ristorante, oltre l’anatra alla pechinese, oltre i vicoli di Qianmen. La conversazione con Andy trasporta il pensiero oltre le cose terrene, letteralmente. In mandarino, Cina si traduce in Zhōngguō, “Regno di mezzo”: il Paese posto non semplicemente “al centro” della geografia globale, ma incastonato fra la Terra e il Cielo. Da qui, il sovrano detiene ed esercita il “Mandato celeste”, emanando i valori universali verso la barbara periferia del mondo. Con le nostre bacchette in mano, siamo partecipanti attivi in quello che è a tutti gli effetti un compendio della visione cinese del mondo.

Certo, la descrizione della visione del Dragone non potrebbe considerarsi completa se accanto alla parola “armonia” non ne affiancassimo un’altra: “gerarchia”. Così come regola i rapporti della società al proprio interno, il gigante asiatico punta a creare un ordine mondiale basato su ben definiti rapporti di potere con Stati vassalli che, nel godere dei benefici apportati dalla collaborazione, sappiano chi sta in cima alla piramide e ne riconoscano il ruolo di guida verso la tutela dei rispettivi interessi.

Diametralmente opposta a quella dell’Occidente, l’idea di equilibrio globale di cui la Cina si fa portatrice è profondamente radicata nella tradizione confuciana, senza comprendere la quale è impossibile concepire il modo di agire del Celeste Impero. Una tradizione secondo cui gli uomini, e per estensione le nazioni, devono avere ben chiaro il proprio posto, privilegiando l’ordine a tutto il resto, inclusa la libertà.

Nel libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, pubblicato nel 1996 e divenuto nel tempo punto di riferimento del settore, il politologo Samuel P. Huntington identifica cinque principali differenze tra la filosofia del mondo occidentale e quella confuciana. Quest’ultima, scrive, sottolinea “i valori dell’autorità, della gerarchia, della subordinazione dei diritti e degli interessi individuali, dell’importanza del consenso, dell’evitare il confronto, del ‘salvare la faccia’ e, in generale, della supremazia dello Stato sulla società e della società sull’individuo”.

Inoltre, evidenzia Huntington, gli asiatici tendono “a concepire l’evoluzione delle loro società in termini di secoli e millenni e a dare priorità al massimizzare i benefici di lungo periodo”, atteggiamenti che contrastano “con la centralità, nelle convinzioni americane, della libertà, dell’uguaglianza, della democrazia e dell’individualismo, nonché con la propensione americana a diffidare del governo, opporsi all’autorità, promuovere pesi e contrappesi, incoraggiare la competizione, santificare i diritti umani e a dimenticare il passato, ignorare il futuro e concentrarsi sul massimizzare i benefici immediati”.

La formidabile avanzata cinese degli ultimi decenni ha sconvolto prepotentemente il bilanciamento di poteri venutosi a formare nel Novecento, descritto già nel 1941 da Henry Luce come il “secolo americano”. Così come il diciannovesimo era stato il “secolo britannico”, il ventesimo è stato inequivocabilmente dominato dalla superpotenza statunitense in termini politici, economici e culturali. All’affacciarsi del nuovo millennio, il mondo si preparava ad entrare in quello che, secondo molti analisti, è ormai a tutti gli effetti il “secolo asiatico”.

Figlia di una risposta d’orgoglio che vede le sue radici nel “secolo dell’umiliazione” – periodo compreso tra metà Ottocento e metà Novecento in cui il Celeste Impero dovette inchinarsi alle potenze occidentali -, passata dalla caduta della dinastia Qing, dalla fondazione della Repubblica di Cina, dalla creazione della Repubblica Popolare e dalle riforme economiche di Deng Xiaoping, questa avanzata è incarnata oggi da colui che ha fatto del “Sogno cinese” la ragione di vita del proprio mandato: il presidente Xi Jinping.

“Oggigiorno tutti parlano del sogno cinese”, affermò Xi durante una visita al Museo nazionale di Pechino, il 29 novembre 2012. “Io ritengo che il più grande sogno della nazione cinese sia proprio realizzare il suo rinvigorimento”. Scelto non certo a caso, il termine fùxīng (复兴), “rinvigorimento”, può anche essere tradotto come “rinascimento”. Xi, volto della nuova Cina in questo processo, pone la Repubblica Popolare come erede diretta del glorioso impero Qing. 

Fiore all’occhiello di questa strategia è la Belt and Road Initiative (Bri), meglio nota come “Nuova via della Seta”. Gigantesco programma infrastrutturale lanciato da Xi nel 2013 per collegare Asia, Africa ed Europa attraverso corridoi economici, reti di trasporto, energia e comunicazioni, la Bri ha l’obiettivo di colmare il gap infrastrutturale, facilitare il commercio, accrescere l’integrazione regionale e rafforzare il ruolo globale della Cina. Coinvolge oltre 140 Paesi in Asia, Africa, Europa e America Latina, con investimenti stimati in oltre mille miliardi di dollari.

La marcia del Dragone – seppur rallentata negli ultimi anni – è inesorabile: con un incremento medio del 5% (a inizio anni Duemila era costantemente oltre il 10%), il Pil cinese cresce ogni anno di oltre il doppio rispetto agli Stati Uniti e di più del triplo rispetto all’Europa. La Cina è già leader in settori chiave come energie rinnovabili, veicoli elettrici, telecomunicazioni all’avanguardia, e in rapida ascesa nei semiconduttori, nelle biotecnologie, nella robotica e nell’intelligenza artificiale. Se sul fronte militare e del soft power la partita è ancora aperta, il sorpasso sugli Usa per il posto di prima potenza economica mondiale non è questione di se, ma di quando.

Da tempo la principale strategia adottata dagli americani per preservare la propria egemonia è quella del contenimento, anche alla luce delle rinnovate pretese territoriali di Pechino su Taiwan e il Mare Cinese Meridionale. Secondo il politologo Graham Allison, le due superpotenze si trovano su una strada che può condurre al conflitto diretto. Allison conia, a questo proposito, la teoria della “Trappola di Tucidide”, analizzando le ragioni addotte dallo storico greco alla Guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene (431-404 a.C.). “Quando una potenza emergente minaccia di sostituire una potenza dominante, dovrebbero suonare campanelli d’allarme: pericolo in vista”, scrive nel libro Destinati alla guerra, del 2017. “La Cina e gli Stati Uniti sono attualmente su una rotta di collisione verso la guerra – a meno che entrambe le parti non compiano azioni difficili e dolorose per evitarla”.

Il 30 ottobre, pochi giorni dopo la nostra chiacchierata con Andy, il presidente cinese Xi Jinping e quello degli Stati Uniti Donald Trump si incontreranno in Corea del Sud al culmine di un estenuante braccio di ferro sui dazi. “Secondo Trump, l’incontro con Xi – il primo dopo il suo ritorno in carica a gennaio – è stato un ‘grande successo’, un ‘12’ su 10. In realtà, è stata una sconfitta”, sostiene Raja Krishnamoorthi su Foreign Affairs. I pochi risultati ottenuti, scrive, sono arrivati “a costo di significative concessioni statunitensi sui controlli delle esportazioni, sul commercio e sulla costruzione navale”.

“Anche con le concessioni di Pechino, i mercati cinesi sono oggi meno accessibili ai produttori americani rispetto a soli dieci mesi fa. Gli Stati Uniti, in altre parole”, continua Krishnamoorthi, “si trovano in una posizione meno competitiva nei confronti della Cina rispetto al 20 gennaio”. Trump ha “avviato una guerra commerciale che non era preparato a vincere”, spiega. “Ha aumentato i dazi sui prodotti cinesi fino al 145%, ma la Cina ha reagito rapidamente irrigidendo i suoi controlli sulle catene di approvvigionamento dei minerali delle terre rare e riducendo drasticamente gli acquisti di prodotti agricoli statunitensi. La Casa Bianca ha risposto chiedendo la pace. Di conseguenza, in vista dell’incontro del mese scorso con Xi, i funzionari statunitensi di alto livello avevano notevolmente ridimensionato la loro definizione di vittoria”.

L’episodio, per quanto non esaustivo, riassume in maniera appropriata ciò di cui si è parlato fino a qui. Il Dragone, consapevole e forte del proprio passato millenario, è ormai pronto a scrutare attraverso un orizzonte fatto di secoli. Più di duecento anni fa, Napoleone avvertì: “Lasciate dormire la Cina. Al suo risveglio il mondo tremerà”. La Cina si è svegliata.

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