
Esteri
Geopolitica delle Americhe (fra storia e attualità)
Dalla conquista coloniale alla crisi venezuelana: due secoli di egemonia, rivoluzioni e conflitti nel continente americano
Il sorprendente blitz di inizio anno in Venezuela per mano di Donald Trump, che ha portato al sequestro e alla deportazione del presidente Nicolás Maduro (ora sotto processo in un tribunale di New York per narco-terrorismo), è talmente clamoroso e inquietante che, per essere compreso pienamente, impone una pur essenziale rievocazione storica.
Dalla conquista coloniale all’indipendenza delle americhe
Se la “scoperta” dell’America e l’attribuzione del nome si devono a Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, furono la Spagna e il Portogallo a conquistarla, sottomettendo gli autoctoni e instaurando un sistema coloniale fondato su grandi proprietà terriere e masse di contadini considerati letteralmente peones. Questo assetto si protrasse fino agli inizi dell’Ottocento, quando il venezuelano Simón Bolívar, El Libertador, promosse l’emancipazione di buona parte dell’America Latina. L’indipendenza fu guidata soprattutto dalle élite locali di origine iberica, desiderose di affrancarsi dalla corona.
Allo stesso tempo, a nord, gli Stati Uniti inauguravano nel 1823 la Dottrina Monroe all’insegna dello slogan “America agli americani”, dove però per “americani” si intendevano di fatto i soli statunitensi. Nel linguaggio comune si è progressivamente affermata questa identificazione: ma dall’Alaska alla Terra del Fuoco gli abitanti del continente sono tutti, in senso geografico, americani. Lo dimostra anche la recente conversione del Golfo del Messico in “Golfo d’America”, imposta dal tycoon.
Nel 1847 gli Stati Uniti si appropriarono con la forza di metà del Messico nel corso della Guerra messicano-statunitense. Nel frattempo si consolidavano economie agricole dominate da grandi proprietà e da nuove multinazionali legate alle piantagioni tropicali. Le compagnie bananiere — come la United Fruit Company — diedero origine alla definizione di banana republics per i Paesi dell’istmo centroamericano, le prime multinazionali della Storia.
In quegli stessi anni il grande politico e scrittore cubano José Martí cadeva nella guerra di liberazione contro la Spagna. Martí aveva definito gli Stati Uniti “il Golia delle Americhe”, anticipando una critica antimperialista che sarà ripresa più tardi dal ribelle nicaraguense Augusto César Sandino, quando i marines invasero più volte il Nicaragua nei primi decenni del Novecento.
Rivoluzioni sociali nelle Americhe e interventi degli Stati Uniti
Nel 1910 scoppiò la rivoluzione messicana guidata da figure leggendarie come Emiliano Zapata. È considerata da molti storici la prima grande rivoluzione sociale del Novecento e precedette di pochi anni la Rivoluzione russa. Più che su ideologie politiche elaborate, si fondava su un problema strutturale dell’America Latina: la distribuzione della terra. Lo slogan zapatista “Tierra y libertad” riassumeva la richiesta di riforma agraria e giustizia sociale.
Analogamente, nell’epoca moderna la prima rivoluzione del subcontinente non fu quella cubana ma quella guatemalteca del 1944, quando giovani ufficiali dell’esercito si ribellarono al regime oligarchico, anche qui all’insegna della redistribuzione delle terre. Dieci anni dopo la Central Intelligence Agency organizzò un golpe contro il presidente Jacobo Árbenz, colpevole di aver varato una riforma agraria che avrebbe espropriato le terre incolte della United Fruit Co.
Lo stesso Fidel Castro inizialmente non era comunista: apparteneva al Partido Ortodoxo di ispirazione martiana e antimperialista. Dopo la rivoluzione del 1959 tentò senza successo di stabilire un rapporto paritario con Washington, che rifiutò. E finì per allearsi con Mosca. A sole novanta miglia da Miami, la sovranità cubana risultava incompatibile con il sistema democratico, prerogativa dell’emisfero nordoccidentale benestante. Da allora l’isola paga un embargo economico e commerciale che dura tuttora.
Caduta l’URSS e venuto meno anche il sostegno del Venezuela di Hugo Chávez, Cuba si trova oggi in condizioni economiche pressoché disperate.
Nel 1979 la rivoluzione sandinista rovesciò la dittatura della dinastia dei Somoza in Nicaragua. Il progetto sandinista – pluralismo politico, economia mista e non allineamento – rappresentava una combinazione originale di socialismo, teologia della liberazione e settori democratici della società. Proprio per questo risultava particolarmente pericoloso per Washington, che temeva il contagio nel resto dell’America Latina.
Da qui l’ossessione del presidente Ronald Reagan nel definire “comunisti” tutti questi movimenti guerriglieri. Gli Stati Uniti furono persino condannati nel 1986 dalla Corte Internazionale di Giustizia per aver minato i porti nicaraguensi.
Dalla stagione bolivariana alla crisi In Venezuela
Nel frattempo l’Europa era ormai uscita dalla geopolitica delle Americhe, mentre Washington consolidava la propria egemonia continentale con l’ulteriore accelerazione di Theodore Roosevelt. In quello stesso periodo milioni di europei – soprattutto italiani – emigravano oltreoceano. In alcune regioni sudamericane furono esportati anche elementi del fascismo, mentre alla fine della Seconda guerra mondiale vi trovarono rifugio numerosi nazisti.
Nel secondo dopoguerra gli Stati Uniti intervennero direttamente più volte nel resto delle Americhe: Repubblica Dominicana nel 1965, Grenada nel 1983, Panama nel 1989, oltre al golpe cileno del 1973. L’unico intervento positivo che si può riconoscere a Washington è quello del 1994, quando il presidente Bill Clinton favorì il ritorno al potere ad Haiti del presidente Jean-Bertrand Aristide dopo il colpo di Stato militare.
Due secoli dopo Bolívar, nel 1998, l’ex ufficiale venezuelano Hugo Chávez rilanciò un progetto di integrazione latinoamericana in chiave antimperialista e sociale. Chávez vinse ripetutamente elezioni riconosciute da osservatori internazionali – tra cui l’ex presidente statunitense Jimmy Carter – e nel 2002 subì un golpe che fallì grazie alla mobilitazione popolare.
Alla sua morte nel 2013 gli succedette Nicolás Maduro, che si è dimostrato meno capace di affrontare la difficile situazione economica e politica del Paese. Errori, autoritarismi e crisi economica hanno caratterizzato il suo governo, mentre parte delle sinistre latinoamericane ha conosciuto derive di potere, come nel Nicaragua della famiglia Ortega.
È su questo sfondo che si inseriscono gli ultimi eventi venezuelani. Maduro probabilmente aveva perso le elezioni del 2024, ma l’intervento statunitense ha comunque azzerato ogni regola del diritto internazionale, con il pretesto della lotta al narcotraffico. Lo dimostra anche il doppio standard di Washington: basti pensare all’indulto concesso da Trump all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti per traffico di droga.
In realtà alla Casa Bianca interessa soprattutto il controllo delle immense riserve petrolifere venezuelane e il ripristino del proprio “cortile di casa”, oltre al contenimento della crescente presenza economica della Cina nel continente. L’operazione militare si è limitata alla cattura di Maduro e della moglie – con un centinaio di morti – segno delle profonde infiltrazioni statunitensi negli apparati venezuelani.
Solo i presidenti di Messico, Colombia, Brasile, Uruguay e Cile hanno firmato una dichiarazione comune di condanna dell’intervento. Nell’Unione Europea si è opposto apertamente soltanto il premier spagnolo Pedro Sánchez. Per il resto l’UE, dopo venticinque anni di negoziati, non è riuscita ancora nemmeno a ratificare l’accordo commerciale con il Mercosur.
Il tutto mentre imperversa ovunque il “dio denaro”, che genera disuguaglianze crescenti. Povertà e squilibri alimentano insicurezza e migrazioni, spesso sfruttate politicamente dalle destre. Così l’America Latina è diventata da tempo la regione più violenta del pianeta in assenza di guerre aperte.



