
Politica & Società
Fare meno propositi, essere più radicali
Coltivare la speranza come pratica politica
A cura di
Giovanna Di Pietro
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Ogni capodanno torno a scrivere i “buoni propositi” per l’anno che verrà. Mi piace immaginare la persona che sarò e per un giorno, osservare dall’alto questo futuro che mi aspetta. Mi piace ancora di più farlo con le mie amiche, per arginare l’egocentrismo e per rileggerli l’anno dopo insieme, anche se spesso li ho già dimenticati a Febbraio.
Secondo uno studio dell’Università di Scranton, faccio parte del 92% delle persone che non riesce a mantenerli. Forse perché non ci credo abbastanza, forse perché non sono realistici o rilevanti, o forse sono semplicemente troppo ossessionata da me stessa.
Rileggo quelli che avevo scritto sulle note del telefono l’anno scorso:
- disfrutar
- sistemare la pazzia per essere più brava e capire cosa provo quando lo provo
- essere libera senza sentirmi in colpa
- imparare a lasciare le cose
Tutti focalizzati su di me, come se non dipendessero dal rapporto che ho con gli altri e il contesto.
Il 2025 mi ha trascinato da una parte all’altra del mondo, lo intendo in modo letterale, perché ho vissuto in 4 Paesi e almeno altrettante città e, in senso figurato, come se fossi immersa in un flusso, cercando di emergere con la testa. In un libro che ho letto l’anno scorso si dice che: “se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto”. Bisogna guardare alla sorgente, quindi, e non al mare dove l’acqua è destinata a confluire. In altre parole, alle domande che hanno generato quei desideri: perché mi sento in colpa? Quali sono le cose che dovrei lasciare e perché? Cosa chiamo “pazzia”? Ho imparato, visto e parlato tanto, durante quest’anno, ritrovandomi esattamente al punto di partenza: la stessa ragazza che si era detta di dover godere, sistemare, essere e imparare senza però sapere cosa e perché. A mollo nel fiume, insomma. Ma non ci sto da sola.
Zygmunt Bauman afferma che siamo tutti immersi in una “modernità liquida” dove, superati i punti fissi delle vecchie ideologie e istituzioni, ogni cosa è diventata permeabile. L’identità prende la forma del lavoro che facciamo o degli oggetti che compriamo, le relazioni faticano a restare solide e la verità è instabile.
È nell’interiorità che l’ipercapitalismo ha attecchito più in profondità, cambiando il modo in cui ci percepiamo. Crediamo di essere i main character della nostra vita e trattiamo l’affaticamento e la depressione come problemi individuali da trattare con la terapia, lo yoga o le droghe psichedeliche, come se non fossimo tutti malati per le stesse ragioni.
La perdita di senso dilagante, che riguarda i falsi bisogni collegati al consumo, le aspettative sul lavoro, la performance sociale, l’impressione di essere sempre più soli e stanchi, ma soprattutto, incapaci di immaginare un’alternativa. In questa realtà che è un infinito presente, l’unica cosa che conta è riuscire a fare di più, con il rischio di finire come un elastico teso troppo a lungo, che poi si spezza e schizza via.
Mentre le notizie di guerre, Intelligenza Artificiale e pedofili mangia-bambini fanno da sottofondo, vorremmo tutti risolverci da soli. L’onda delle privatizzazioni ha travolto anche i soggetti che oggi, più che vivere nello spazio sociale, vi risiedono loro malgrado, un piede dentro e uno fuori, con gli occhi puntati sullo spazio sterminato dello schermo e il cuore rivolto unicamente a se stessi. I turbamenti diventano competenza dello psicologo pagato a fine giornata, tra lavoro, palestra e scrolling, mentre la spazzatura motivazionale promette di insegnarci come uscire dal vortice che contribuisce a creare.
Uno dei miei propositi è “essere meno pazza”. Ma posso riuscirci solo se cambia anche il mondo esterno, se riesco a riconoscere i punti di attrito tra me e tutto il resto. Tra questi, c’è proprio la paura di morire, che abbiamo bandito dalla discussione pubblica come se non ci riguardasse, come se non fosse un fatto della vita. Nel libro che l’ha consacrata sugli scaffali dei maschi performativi, Joan Didion scrive di aver superato la morte del marito proprio attraverso il pensiero folle, eppure magico, che lui sarebbe tornato. Una forma di speranza irrazionale, alla quale si è aggrappata pur di continuare a navigare.
La speranza radicale, secondo Jonathan Lear, è il coraggio di sperare che il futuro sarà migliore, anche senza sapere bene che forma avrà, anzi soprattutto grazie a questa incertezza. Così, un modo di vivere insostenibile può essere superato anche senza sapere bene cosa viene dopo. Anche Maura Gancitano, invita a dare spazio agli errori, a esercitare la forza immaginativa per fare dei tentativi, imperfetti ma necessari, se vogliamo dirigerci verso una direzione nuova. Forse, allora, si tratta di fare meno propositi individuali e più esercizi collettivi di immaginazione, fondamentali per riempire quei buchi di senso.
Per imparare a navigare, forse, dovremmo chiederci chi sono i nostri compagni di viaggio, come affrontare questa crisi insieme, prendendoci cura degli altri, senza perdere la speranza. Quest’anno, voglio esprimere dei desideri votati all’esterno, più che consolarmi con propositi che non rispetterò.
Vorrei imparare ad aspettare il futuro in modo cocciuto, intelligente, attento. Coltivare la speranza non come consolazione privata, ma come pratica ostinata e politica. Anche quando non so ancora che forma avrà ciò che verrà.



