Erbil

Cronache da Erbil – Capitolo 5

Popolo / Gelê

Abitare il confine

Un racconto di Anna Aziz

A cura di

Anna Aziz

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Anna Aziz


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“Hayuni scendi!!” mi dice Rewan al telefono. Sono le otto di mattina e l’Università Salahaddin di Erbil oggi vedrà anche me seduta in uno dei suoi banchi. Lui mi aspetta sotto casa con la macchina: ha deciso di portarmi con sé a lezione. Del resto è al terzo anno di Relazioni Internazionali, l’indirizzo che io ho concluso ormai tre anni fa. Ci tiene molto e l’idea di provare una versione curda delle mie vecchie lezioni a Bologna — passate ad ascoltare il Professor Chiaruzzi su quel romantico e cinico realismo politico — volgarmente gasa anche me. Acchiappo il quaderno carico di tutto quello che scrivo, gli occhiali da sole e mi precipito giù per le scale.

L’Università è vicino a casa, ma io e Rewan restiamo lo stesso chiusi nel traffico mattutino di questo caos. “Yalla baba khalas” dice lui stringendo il volante e sfanalando sotto la luce del sole che infiamma la Kirkuk Street. Poi parcheggiamo.

Il vento porta l’odore di benzina e di chai dolce dai chioschi lungo la strada. Rewan e io camminiamo veloce, ci scottiamo la lingua con un caffè nel cortile dell’Università ed entriamo in classe. La lezione è Politica Estera del Kurdistan. Politica estera: l’insieme delle strategie, delle decisioni e delle azioni che uno Stato adotta nei confronti di altri Stati o attori internazionali per tutelare i propri interessi, i propri valori e, soprattutto, la propria sicurezza. In poche parole tutto ciò che uno Stato fa al di fuori dei propri confini. Stato, confine. Ecco che subito, il mio cervello, quello di Rewan e quelli dei nostri compagni di classe si pongono il primo quesito, la prima analisi critica.

Quando si parla di Kurdistan questi due concetti traballano, almeno da un punto di vista ufficiale. Il Kurdistan non è uno Stato sovrano riconosciuto né a livello regionale, né a livello internazionale. Ha dei confini, ma allo stesso tempo abita — da prima di loro — i confini degli altri. In Kurdistan si vive su una frontiera invisibile: tra Oriente e Occidente, tra passato e futuro, tra l’idea di Stato e la realtà di popolo. Ogni discorso, anche accademico, finisce sempre sullo stesso punto: l’identità. E, qui, l’identità ha radici antiche.

Questo altopiano di circa 475 mila chilometri quadrati si estende nella regione dell’Anatolia orientale e comprende i laghi di Van e di Ūrmiyah, il bacino superiore dei fiumi Tigri ed Eufrate e le catene dei monti Zagros e Tauro. Un tempo lo abitarono i Sumeri, gli Assiri, i Babilonesi: ogni epoca ha lasciato uno strato, come è lasciata la terra dalle piene dei fiumi. Ogni civiltà costruì città, ziggurat, canali, leggi e racconti, ma nessuna vi rimase per sempre. I Curdi vivono in questa stratificazione: figli della Mesopotamia, custodi delle montagne.

Chi abita il bordo della storia raccoglie frammenti di tutte le culture: parole, canti, semi di resistenza. La terra curda è sempre stata contesa, per le abbondanti risorse naturali e per la posizione strategica tra grandi imperi. Persiani, Ottomani, Arabi, Europei: tutti hanno cercato di imporre confini, leggi, lingue. Eppure le montagne hanno resistito come sentinelle silenziose, e il popolo ha imparato a muoversi tra valli e cime, tra quiete e tempesta, a negoziare con la vita e a difendersi con la morte. Quella curda è una storia scritta con la geografia, una penna particolare che ne ha descritto sia l’onore, sia le ferite.

Bakur, Başûr, Rojava, Rojhilat. Nord, sud, ovest, est. Le quattro parti del grande Kurdistan sono sottoposte a poteri diversi, ma unite da una lingua, una memoria e un desiderio di riconoscimento che attraversa i secoli. Non si può considerare il Kurdistan un’entità monolitica: è piuttosto una terra lacerata, un corpo vivo attraversato da confini che non gli appartengono. Queste linee non esistevano un tempo. Sono nate dalle mani di chi, nei primi anni del Novecento, ridisegnò il cosiddetto “Medio Oriente” – Asia Occidentale – con righelli e mappe stese su tavoli molto lontani da qui. Nel 1916, con gli accordi segreti Sykes–Picot, Regno Unito e Francia si spartirono in modo arbitrario i resti dell’Impero Ottomano, tracciando linee che sulla carta sembravano ordinate, ma che nella realtà attraversavano montagne, fiumi, lingue e tribù.

Fu in quel momento che il Medio Oriente moderno venne concepito in laboratorio, più come esperimento di potenza o mosaico di interessi coloniali che come un insieme di popoli. Nel 1920, il Trattato di Sèvres sembrò aprire una breccia: l’articolo 64 prevedeva la possibilità di un Kurdistan autonomo e in prospettiva indipendente, nel Nord dell’attuale Iraq e nella parte orientale dell’Anatolia. Ma la promessa durò poco.

Con l’ascesa di Mustafa Kemal Atatürk e la nascita della Repubblica di Turchia, le potenze europee tornarono sui propri passi. Nel 1923, il Trattato di Losanna cancellò ogni riferimento al Kurdistan, dissolvendo in poche righe d’inchiostro milioni di persone. La terra fu spartita tra Turchia, Iraq, Siria e Iran: Bakur, Başûr, Rojava, Rojhilat, appunto. Un territorio frantumato, ma attraversato dallo stesso respiro. Da allora, ogni generazione curda ha dovuto reinventare la propria appartenenza, trovando un fragile equilibrio tra lealtà alla terra e sopravvivenza politica.

Io scrivo da Erbil, nel cuore del Başûr, il Kurdistan del Sud. La mia prospettiva, qui, si fa più nitida, ma resta anche parziale: ogni parte del Kurdistan ha la propria storia, le proprie ferite e i propri sogni sospesi. Raccontare davvero questa terra richiederebbe altre tre diverse cronache: da Diyarbakir, cuore del Bakur in Turchia; da Kobane, simbolo del Rojava in Siria; da Mahabad, emblema del Rojhilat in Iran. Ogni città custodisce una memoria unica, ogni regione una battaglia diversa. Il dramma del popolo curdo non è avere molte identità o culture: è piuttosto quello di essere costretto dai confini imposti, a viverne solo una alla volta.

La forza del Kurdistan, invece, è sempre stata nella pluralità, nella capacità di intrecciare lingue, tradizioni e ricordi in un’unica appartenenza. Del resto Divide et Impera è una tattica ancestrale. Chi vuole governare su un territorio semina fessure invisibili e, quando le crepe si allargano tra le persone e le società, chi comanda le osserva dall’alto, godendo di un caos precedentemente calcolato. Frammentare, dividere, scindere, spezzare: la frattura in Kurdistan è stata imposta dall’esterno e riverberata all’interno attraverso rivalità politiche e visioni divergenti di futuro. Un processo che non ha cancellato identità e appartenenza, ma ne ha reso la custodia, sicuramente, più difficile.

Nel 1991, subito dopo la Guerra del Golfo, i curdi del Nord dell’Iraq si sollevarono contro Saddam Hussein, convinti che la sconfitta irachena in Kuwait li avrebbe finalmente protetti. Fu un errore tragico. La coalizione guidata dagli Stati Uniti rimaneva ferma a Sud, mentre l’esercito iracheno avanzava verso il nord: elicotteri e artiglieria colpivano città e villaggi, e oltre un milione e mezzo di persone fuggì verso le montagne, cercando rifugio tra neve, fame e paura. L’immagine di intere famiglie curde accampate sul ghiaccio fece il giro del mondo, toccando un’opinione pubblica internazionale commossa, ma immobile.

Da quella tragedia nacque la no-fly zone: dal 36º parallelo in su, i caccia di Saddam non potevano più sorvolare il Kurdistan. Per la prima volta, la regione respirava un po’ più libera, ma la libertà era fragile, come sospesa. Tra il 1994 e il 1997, infatti, le due principali forze politiche curde — il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) di Masoud Barzani e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) di Jalal Talabani — si affrontarono in una guerra civile che spezzò la regione e infranse la fiducia tra fratelli. 

Migliaia di morti e città divise: Erbil e Duhok sotto il PDK, Sulaymaniyah sotto il PUK. Solo nel 1998, grazie alla mediazione di Washington, fu raggiunto un accordo di pace. Nel 2003, con la caduta di Saddam durante l’invasione americana, il nord dell’Iraq affrontò un nuovo capitolo. I Peshmerga — letteralmente “davanti alla morte” — combatterono al fianco degli americani, consolidando il controllo della regione. Due anni dopo, la Costituzione irachena del 2005 riconobbe ufficialmente la Regione Autonoma del Kurdistan: un governo, un parlamento, una bandiera. Per chi aveva vissuto decenni di fughe, bombardamenti e speranze tradite, fu un momento di tregua reale. 

Ma in Kurdistan, la pace ha avuto spesso il fiato corto. Le montagne respiravano ancora il fumo dei conflitti passati, quando poco più di un decennio dopo la regione fu travolta da una nuova minaccia, che mise alla prova la tenacia del territorio e della sua gente. Nel 2014, le forze Peshmerga del Kurdistan si trovarono ancora in prima linea: l’Isis avanzava in Iraq e Siria, conquistando città e villaggi e seminando terrore tra le comunità.

Le linee del fronte arrivarono a pochi chilometri da Erbil, mentre Baghdad vacillava. I Peshmerga reagirono con organizzazione e coraggio: ogni strada, ponte e colle furono difesi, ogni villaggio protetto. Ogni battaglia portava caduti, ogni vittoria un respiro di libertà. Il popolo, testimone e partecipe di questo sforzo, si nutriva di paura e orgoglio, consapevole che la sopravvivenza dipendeva dalla determinazione comune.

Fu grazie a questi sforzi che riprese slancio l’idea di indipendenza. Il 25 settembre 2017, il referendum per l’autodeterminazione della Regione Autonoma del Kurdistan registrò un 92,73% di voti favorevoli. Mi ricordo che mio babbo quel giorno ricevette una foto della sua mamma — la mia nonna Nadima — una donna di 103 anni che, con la sua infinita eleganza, aveva tracciato su quella scheda la sua volontà centenaria. Il suo “Sì”.

Quello non era solo un voto: era la celebrazione di una lunga storia di resistenza, di città risorte dalle rovine, di martiri caduti e di colline difese generazione dopo generazione. Per un istante, il sogno di un Kurdistan indipendente sembrava possibile.

Ma quel cinico realismo politico — di cui mi parlava Chiaruzzi — impose, come sempre, i suoi limiti: Baghdad chiuse lo spazio aereo e inviò truppe nelle aree contese, mentre Turchia e Iran – preoccupati per le rispettive minoranze curde presenti sul proprio territorio — bloccarono i confini e minacciarono interventi militari. Kirkuk città simbolo della riconquista avvenuta durante la diffusione dello Stato Islamico, cadde di nuovo sotto il controllo iracheno. La gioia del referendum fu spazzata via in poche ore e le luci sul Kurdistan, si spensero di nuovo.

Il presente, oggi, ha l’odore del diesel e dei generatori che non si spengono mai. Una terra in continuo movimento, un flusso che non si arresta. Il progresso prende forma nelle azioni quotidiane: una strada che si apre tra le colline, una tecnologia che cresce, una rete di relazioni e commerci che si rafforza come fili luminosi. Non è una promessa lontana, né un sogno sospeso: è ciò che il popolo curdo costruisce qui e ora, con pragmatismo, resilienza e determinazione. 

Ogni iniziativa, ogni progetto porta con sé l’eco di chi ha difeso queste montagne e la capacità di trasformare la memoria dei conflitti in strumenti di sviluppo e innovazione. Pur non essendo uno Stato riconosciuto, il Kurdistan costruisce rapporti tangibili con il mondo esterno: la Politica Estera qui non è affatto astratta, ma piena di scelte concrete. È il modo in cui un popolo senza Stato costruisce la propria presenza, usando autonomia e organizzazione per creare stabilità e progresso.

Ma, in questo slancio verso la modernità, qualcosa rischia di restare indietro. Le infrastrutture crescono, la tecnologia avanza, il benessere materiale si diffonde, ma spesso rimane poco spazio per la cultura, per l’arte e per la cura dell’ambiente. Eppure, nessun popolo può avanzare davvero senza queste dimensioni: sono la parte viva del suo spirito, la radice che impedisce al progresso di diventare solo movimento senza direzione.

La voce del professore mi riporta al banco dove sono seduta, gomito a gomito con mio cugino Rewan. La lezione è finita e io ho proprio bisogno di fumarmi una sigaretta in cortile. Oltre al fumo della mia Marlboro, sento il respiro di questa terra che, dal confine e dai suoi mille e mille anni, raduna i suoi figli e le sue figlie,  chiamandoli per nome.

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